A braccia conserte

Parodie del presente, zavorre del tempo quegli sguardi che si ha la fortuna di incontrare sulle panchine soleggiate nel parco, occhi persi nel vuoto che ripercorrono un’infinità di attimi ed episodi con una voglia matta di raccontarli tutti, uno per uno. Ma la memoria cede e gli eventi non si legano nell’ordine temporale esatto e tutto appare come una storia da cartone animato in cui goffi personaggi dalle fattezze improbabili si muovono e rimbalzano tra albe e tramonti della giovinezza andata.

Quando la domenica andiamo ad assistere alla mostra di ritratto me li racconti sempre tutti, sempre allo stesso modo, sempre con la stessa incomprensibile confusione che forse deve servire a depistarmi affinchè io ti degni della stessa attenzione ogni volta, per poi finire a non capire mai cosa sia realmente successo a quei due ragazzini che ci rimisero le vita mentre, andando a lavorare nei campi, che furono sotterrati dal terreno dello scavo che stavano facendo “i grandi”. E per ogni tre passi un ricordo ed un albero genealogico che sai benissimo non potrò mai ricostruire, con la nostalgia e forse anche la paura di chi può ancora raccontarle certe cose, storie di coetanei, di ragazzi più giovani di te. Storie di droga, di lavoro, di famiglie distrutte, malattie ignote ed amori proibiti, racconti pronunciati con la luce negli occhi, occhi che diventano quelli di un fanciullo che quasi dimentica di parlare proprio a me. Ne hai vista di gente e ne hai conosciute di storie, molte le hai toccate con mano, una è stata la tua stessa vita e la mia, forse l’unica vera storia che abbiamo condiviso prima d’ora, il nostro ritratto in mostra. Per quanto io possa farne tesoro dei tuoi racconti non potrò rivivere la sensazione del sudore che ti mangia la pelle sotto il sole d’agosto mentre metti ordine nei campi, non potrò sapere cosa significhi veramente andare a vendere il vivo o le castagne, di nascosto, per guadagnare i soldi con cui comprare un quaderno, non potrò scoprire quale fosse il profumo della lava che scorre mentre giocavate a realizzare souvenir con monete racchiuse all’interno o cosa possa significare la polvere nera del carbone nelle narici mentre la caldaia ingoia voracemente la tua fatica. Le braccia son dovute diventare presto adulte e le scarpe, quell’unico paio, hanno dovuto solcare e battere le strade polverose che dalla stalla andavano fino al Vesuvio. E stare lontano da casa e preoccuparsi di tutto a distanza, dei fratelli, della famiglia, quasi come se tu non esistessi. La povertà del dopoguerra ed il benessere di chi lavora in bianco e nero non potrò conoscerle veramente e nemmeno sarà Bibbia il tuo racconto perchè non è altro che la tua esperienza. Chissà quanti altri avrebbero da ridire sul tuo modo di descrivere quel periodo e quelle storie, magari qualcuno, nel parlarmi dell’eruzione, mi descriverebbe terrore e grida di disperazione e non l’ilarità del ragazzo che eri e del prete ne santificherebbero le gesta pubbliche inscenate sull’altare piuttosto che sorridere delle sue umane abitudini private.

Ne avete viste e vissute tante di storie, tantissime, forse molte più di quelle che io potrò mai vivere, ma nonostante tutto mi osservate con rispetto o forse con il divertimento di chi quella vita l’ha già vista altre volte e già sa come finirà, con la fiera certezza e quel pizzico di noia che si prova nell’assistere ad una replica di uno spettacolo neanche poi tanto interessante. Ed a braccia conserte prevedete le mosse e le vedete realizzare esattamente come le avevate immaginate e le rughe si piegano tra i sorrisi di chi sa di essere, dopo tanti anni, ancora una spanna avanti. Storie e ricordi  intrappolati in un corpo logoro, quel corpo che è stato l’unico veicolo di scoperta, quegli occhi che sono stati l’unica rete con cui pescare ricordi e quelle mani che sono state, da sempre, l’unica ricchezza per la quale sia valsa la pena svegliarsi ad ogni alba per un’intera vita. Ed è per questo che le nascondete, a braccia conserte, mentre ci osservate da lontano senza proferire giudizio assoluto, le riscaldate sotto ai gomiti e le proteggete dagli occhi come ogni tesoro merita di essere custodito, un tesoro lucidato per un intera vita e sempre pronto ad esserci donato ogni qual volta ce ne fosse bisogno. Ed io vi osservo, vi invidio per quanta vita avete conosciuto sul vostro cammino e mi viene una gran voglia di correre e vivere, una gran voglia di poter avere, alla vostra età, anch’io un libro di favole da raccontare come quello che portate stampato nella vostra memoria.

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