DOVE IL TEMPO NON SMETTE DI SCORRERE

Tralasciando teorie ben più blasonate delle mie, assimilo il tempo ad una retta: non ha inizio e non avrà fine, se non per noi qualora lo circoscrivessimo alla nostra sola esistenza, una nullità a pensarla in confronto all’Universo! Felicemente vivo periodi in piccole realtà di paese, di quelle fatte da tradizioni contadine, in piccoli borghi di provincia spesso infernali da raggiungere, senza illuminazione pubblica e distanti ettari ed ettari di campagna dalla “città”. Sono quei gioiellini che si vedono, a volte, dalle autostrade o dalle strade statali, arroccati su colline che di sera sembrano assomigliare tutti a presepi della migliore tradizione cinquecentesca napoletana. Visitandoli poi da vicino ci si accorge spesso che non era solo un’apparenza dettata dalla lontana prospettiva: sono proprio così! Non solo per l’urbanistica scarna e spesso poco curata, fatta di portoni in pietra antichi riempiti con legno pitturato di verde scuro che parla del tempo e stradine ciottolate su cui ad ogni passo si respira l’aria dei contadini che all’imbrunire sembrano essere passati esattamente da lì.

L’aria che si respira è quella della notte di Betlemme, non che l’abbia mai respirata, ma la povertà del centro fa a cazzotti con la ricchezza umana, proprio come quella che mi sono sempre immaginata guardando i presepi. Non ci sono insegne nè fast food ma bar in penombra con vecchi seduti a giocare a carte e bambini che fanno colletta per comprare le patatine. I palloni sono parcheggiati fuori dalla porta, vicino al portaombrelli umido della brina che comincia a scendere non appena il sole cessa di fare la guardia al paese. Di tanto in tanto qualche macchina passa lenta ed i passeggeri si affacciano per censire la popolazione del bar valutando se vale la pena scendere adesso o tra i quattro minuti che serviranno a rifare per l’ennesima volta il giro del paese.

Attorno al tavolo dei vecchi ci sono i ragazzi che seduti osservano e ridono degli ammiccamenti che le squadre di veterani si concedono per suggerire la prossima mossa che potrebbe essere quella vincente della serata. Sul tavolo pacchetti di sigarette nazionali e qualche bicchiere da baciare durante la mescolata di carte oltre che a qualche birra estera, segno della contestazione giovanile del pubblico. I vecchi parlano del lavoro, che dicono manchi, e di quando loro, durante le loro gioventù, non s’aspettavano minimamente che potesse mai finire o che qualcuno ne distribuisse come fosse un regalo e non una condanna. Ce n’era per tutti, pure troppo, e la scuola era un privilegio per chi aveva a chi poter demandare il lavoro non fatto per stare sui libri. Ma oggi manca, è vero, così dicono anche i vecchietti amareggiati per le sorti dei loro ragazzi, bravi ragazzi con piercing e tatuaggi e vestiti in un modo che ai loro tempi ne sarebbe bastato un terzo per essere messi fuori dalla porta a dormire dai genitori. Ed i bambini si avvicinano al tavolo, un po’ per ascoltare un po’ per spillare qualche soldo ai ragazzi più grandi con cui comprare una coca cola da dividere in cinque.

Tutti si conoscono e tutti si rispettano, talvolta anche con dissapori, ma non ci può essere un vero motivo per nutrire il vero odio: sono comunità troppo piccole ed autosufficienti per permettersi il lusso di lasciarsi autodistruggere da sentimenti che contrastino la convivenza.

Lo straniero, l’ospite, il forestiero, chi non appartiene alle mille anime iscritte alle liste comunali, diviene subito “divinità” ed a lui tutto è concesso, dalle primizie della terra alla sedia meglio conservata fino al primo sorso di vino. Le bevute sono offerte talvolta da uno talvolta dall’altro perchè “è cattiva educazione” lasciare che l’ospite paghi da bere. Sarà forse anche per questo che in questi paesini tutto costa la metà rispetto alla città! Sta di fatto che durante i periodi di festa questi paesini si strariempiono di gente, sia per l’estrema operosità della gente del posto che organizza tutte le sere, ma senza mai accavallare le date per dar modo a tutti di poter godere del momento, eventi, concerti, rassegne di teatro, sagre ed ogni altra forma di manifestazione volta all’aggregazione sia perchè il loro modo di essere penetra, quasi stupra, chi non è abituato ad una così libera e spontanea concezione di umanità. Umanità intesa come amicizia, legame, rapporto umano o semplicemente ospitalità. Non accade ovunque che degli sconosciuti, dopo aver scambiato quattro chiacchiere, entrino in casa e ne escano con un caciocavallo da portare a casa. A dire il vero sembrerebbe anche difficile scambiare solo le quattro chiacchiere iniziali in alcune parti del mondo, le “grandi” parti soprattutto!
E quindi, come un effetto domino, la gente si riversa nei piccolissimi, minuscoli, borghi di provincia per lasciarsi trasportare dalle vibrazioni che questi posti e questa gente dispensa gratis al primo arrivato regalando il piacere di poter tenere la guardia bassa, e quei pugni che nella giungla d’asfalto servono a difendersi ora possono aprirsi per mantenere qualche bicchiere o semplicemente per dispensare carezze ed abbracci ad amici conosciuti da meno di un’ora.

Quando poi si raccontano queste avventure, questi delicati sogni che la vita a volte ha la fortuna di concedere, sotto le luci artificiali, accecanti, di una piazza del centro rinomata con annessa umidità dovuta agli spruzzi della fontana imponente costruita dal famoso scultore fiorentino, si condividono i dettagli e le abitudini e sempre, immancabilmente, si tira il fiato affermando, senza ombra di dubbio, che lì, tra i vicoli di quei borghi, il tempo si sia fermato. La verità è che semmai il tempo dovesse fermarsi anche per un solo istante, si noterebbero subito le crepe e le discontinuità generate dall’improbabile accaduto. Tutto sembrerebbe stonato e dissimile, proprio come appare quella fontana enorme con i leoni e la venere tra loro, bellezza antica e fuori dalla realtà dei giovani che le suonano ai piedi con chitarre e jambè parlando tre lingue, nessuna appartenente all’autore dell’opera marmorea tanto bella quanto lontana e contrastante con gli istanti che le stanno scorrendo al capezzale. Nulla di più sbagliato quindi che affermare a piena voce che il tempo sembri essersi fermato tra quei portoni e quelle corti nascoste dalle stelle. In realtà credo sia proprio l’esatto opposto: credo che lassù, lontano dalla città, in un luogo fatto di anime, dove ragazzi vecchi e bambini vivono accanto l’un l’altro e condividono il tempo e le avventure e si ascoltano a vicenda alternando poche banalità a molte verità, dove il divario di idee e generazioni non stona nè imbruttisce anzi decora i dialetti e la prosa, credo che lassù il tempo non si sia mai fermato anzi, lassù tra le vie di quel borgo, il tempo non ha mai smesso di scorrere!

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