Za Mir Umniza

E’ finita anche questa, l’apparentemente più fredda delle esperienze che mi potesse capitare, catapultato a migliaia di chilometri di distanza, nella fredda ed impenetrabile #grandemadrerussia! Esistere e resistere ai -32° non sarà certo cosa da tutti, specie considerando il mio nativo habitat, rinunciare alla dieta mediterranea per cedere il posto a litri e litri di Vodka, mai bevuta prima tra l’altro, accompagnata da cucchiaiate di strane zuppe, camminare a piè pari tra le strade di Vyksa trasformate in un’unica pista di pattinaggio sul ghiaccio a cielo aperto. Apocalittica come visione eppure in parte veritiera questa tela così dipinta, di colori assoluti, bianchi, candidi, trasparenze dell’argento nel vetro delle bottiglie.

Ma col passare del tempo ci si abitua a tutto, perfino al clima. Ci si abitua all’assenza di luce quando, alle 8:00 del mattino l’autobus sgangherato ci prelevava tutti per portarci al Kontrol Punkt N°9 dell’acciaieria. Ci si abitua all’usanza di non salutare e non sorridere, appare normale, dopo mesi, vedere le giovanissime mamme spingere le carrozzine multiposto che al posto delle rotelle hanno delle specie di sci, dentro al mercato all’aperto della Domenica.

Col tempo tutto appare distante e normale, come normale può essere tirare fuori l’agenda con gli appunti della fonetica russa per poter comunicare con qualcuno qui e là generando, inevitabilmente, qualche dilatazione labbiale molto simile ad un sorriso. E col tempo cominciano ad entrarti dentro termini, volti, odori, paesaggi, parole, musiche, canzoni e detti della cultura in cui, non volendo, ti ritrovi totalmente immerso. Cominci pian pianino a sentirti parte del tutto, perfino a condividere alcuni gesti ed atteggiamenti, e l’ambiente inizia a sembrarti familiare, tuo! Nel week end incontri sconosciuti e gli cedi il cuore, le tue esperienze, la tua vita, senza remora alcuna, forse semplicemente perchè sai benissimo che non avrebbero nè modo nè tempo di poterla intaccare. Complice l’alcol dai vita a balzelli da un tavolo all’altro, da un locale all’altro in cerca di te stesso, ritrovandolo di volta in volta in ogni impronunciabile nome, tra occhi di ghiaccio che ti trapassano l’anima e ti esplorano dentro fino al midollo e sebbene poco riesci a raccontare ti vibra addosso il calore della gente, calore ancora più scottante in virtù della temperatura da cui proviene. Sostituisci il Dobre al Priviet e tenti di capire cosa ci sia poi di così giusto nella questione Ukraina piuttosto che nella caduta libera del Rublo, festeggi l’inizio della Primavera rotolandoti nella neve dopo la “bagna” nel giorno del Pancake. Scopri che più di stare assistendo ad un’usanza locale stai partecipando, in una grande ed improvvisata famiglia, ad una festa importante come può essere quella del Battesimo Ortodosso su un lago completamente ghiacciato in cui è stata ricavata una piscina a cielo aperto scavando nel ghiaccio.

Nella grigia realtà operaia, di quelle più volte letta e difesa, ti dimeni per dieci ore e più al giorno, come hai sempre fatto, rimanendo allibito di fronte ad atteggiamenti assurdi di staticità. Capisci poi che la totale assenza di motivazione rende giocoforza sterili l’operosità dei più. E discutendo di sogni nel cassetto la tua Italia esce alla ribalta con la sua storia ed il suo prestigio fashion, tra un Toto Cutugno ed un Pupo che ti riportano ai periodi in cui forse l’Italia era ancora degna d’essere un Bel Paese. Ti leghi alla gente ed alle loro usanze, alle loro stranezze ed alle loro convinzioni, facendole in parte tue, lasciandoti adottare da quella Babushka di nome Valentina che sogna Pompei e le sue rovine, che scaccia via le mosche che ti ronzano intorno mentre “tanz” e che ti concede un “Mambo Italiano” nell’ora tarda mentre prepara la colazione per l’indomani mattina. Litighi per come sono andate le cose in Crimea proprio come si fa con una madre ma dopo tre giorni la riabbracci con più calore di prima credendo fermamente, nonostante tutto, che sia LA PACE il vero significato della vita e della convivenza tra i popoli, a qualunque latitudine. E allora “za mir umniza”, che possa esserci sempre pace nelle nostre vite, così distanti e lontane, ma che per un po’ di tempo si sono attraversate. Pace a voi tovarish e pace agli sguardi che mi avete regalato, spero di aver lasciato anche io, con la mia stravaganza, qualcosa anche nelle vostre affascinanti vite.

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