Nel 1936 il filosofo Walter Benjamin pubblica “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, universalmente riconosciuto come il saggio di Estetica più importante del Ventesimo secolo. Il testo di Benjamin – formatosi intellettualmente nell’ambiente neomarxista della Scuola di Francoforte, di cui diverrà un esponente di assoluto rilievo – viene spesso banalizzato e circoscritto alla tesi sostenuta nella prima parte del libro, dove il filosofo spiega come l’opera d’arte contemporanea abbia smarrito la propria “aura” sotto il peso di una tecnica che la riproduce all’infinito, privandola di quell’intrinseca unicità su cui si basa l’esperienza estetica dello spettatore.

Andy Warhol, Central Park, New York City, 1968

Il saggio, di cui esistono ben cinque versioni differenti, possiede in realtà un enorme valore politico: negli anni del regime nazista in Germania, Benjamin produce una teoria dell’arte pienamente inscrivibile alla “formulazione di esigenze rivoluzionarie nella politica culturale” care alla Scuola di Francoforte. I totalitarismi, spiega il filosofo, utilizzano l’esperienza artistica come strumento di controllo delle masse attraverso un’estetizzazione della politica. L’arte può essere strumentalizzata in una forma di comunicazione non razionale per coinvolgere e massificare la folla. Benjamin sottolinea quanto la stessa dinamica sia stata ampiamente riassorbita dalla cultura capitalistica, ove la riproduzione moltiplica all’infinito l’opera d’arte trasformandola in oggetto di consumo. La parabola estetica del Ventesimo secolo – che vede da una parte l’affermazione della cultura di massa e dall’altra lo sviluppo dell’avanguardia artistica – nasce dunque in seno alla perdita dell’aura, la quale, tuttavia, si compie in un contesto politico estremamente variabile: laddove l’arte si pone l’obiettivo di cambiare direttamente la vita quotidiana delle persone influenzandone il comportamento, tale influenza può esercitarsi tanto in direzione progressista quanto in un’ottica reazionaria.

Andy Warhol, 1970

Andy Warhol è senza dubbio l’artista che ha saputo sfruttare meglio quella dicotomia estetica contemporanea teorizzata da Walter Benjamin. Se una larga parte della critica lo considera – giustamente, a mio avviso – il più importante artista del Novecento è proprio perché risulta difficile, quando non impossibile, trovare un artista osannato tanto dagli “addetti ai lavori” quanto dal grandissimo pubblico, capace dunque di rimescolare le concezioni di cultura “alta” e “bassa” all’interno di un unico filone estetico. La Pop art, avanguardia di cui Warhol è assoluto protagonista, ci appare oggi come un vero e proprio racconto della cultura massificata, un esproprio artistico di icone e modelli che appartengono al cinema, al mondo dei Fumetti, alla grafica pubblicitaria, al design industriale. 

Andy Warhol con i suoi soci Brigid Polk e Christopher Makos, The Factory, New York, 1978

Quando, nel 1962, Warhol rappresenta un barattolo di zuppa Campbell’s con la stessa devozione accordata in passato ai soggetti religiosi, l’artista ci mostra il vero volto dell’America post bellica, la quale già coltivava, nemmeno troppo velatamente, il senso della ripetizione, dell’uso e del valore del consumo. L’esigenza di espressione personale e spirituale che aveva caratterizzato l’altra grande avanguardia americana – l’espressionismo astratto di Pollock, De Kooning e Rothko, per intenderci – sembra ora cedere inesorabilmente il passo alla meccanizzazione dei processi produttivi capitalistici. Agli albori della cultura di massa, l’arte (entro un perfetto processo ermeneutico) sostituisce il gesto del pittore con la stampa serigrafica, preferendo alla volatilità delle trame astratte il solido impatto grafico del design massificato. Le opere di Warhol, in quest’ottica, appaiono come un’applicazione pratica delle teorie filosofiche di Benjamin: l’aura dell’oggetto artistico si dissolve in una miriade di riproduzioni funzionali alla società dei consumi, la quale recupera (e distorce) il Culto dell’immagine all’interno dei mass media.

Andy Warhol, Campbell’s Soup Cans, MOMA, 2020

Warhol era abilissimo a creare “opere aperte” (per usare una nota locuzione di Umberto Eco, che proprio in quegli anni pubblica l’omonimo saggio dedicato all’indeterminazione della poetica contemporanea) a qualsiasi lettura critica. Il suo linguaggio artistico è stato interpretato sia come una sottile critica alla società dei consumi, sia come un codice d’avanguardia che in quel sistema si trova perfettamente a suo agio. In quest’ottica, le stesse parole di Warhol sembrano rivendicare a più riprese una sorta di esaltazione del consumismo. Nel libro In The Philosophy of Andy Warhol (From A to B & Back Again), è possibile leggere la trascrizione integrale di una sua intervista televisiva in cui afferma: “Se c’è una cosa grandiosa dell’America è che qui è iniziata la tradizione in base alla quale i più ricchi consumatori comprano essenzialmente le stesse cose dei più poveri. Tu guardi la tv e vedi la Coca-Cola, e sai che il Presidente beve la Coca-Cola, Liz Taylor beve la Coca-Cola e puoi pensare che anche tu bevi Coca-Cola. Una Coca-Cola è una Coca-Cola e non esiste nessuna somma di denaro che possa garantirti di bere una Coca-Cola migliore di quella che sta bevendo un barbone all’angolo della strada. Tutte le Coca-Cola sono le stesse e tutte le Coca-Cola sono buone. Liz Taylor lo sa, il Presidente lo sa, il barbone lo sa, e lo sai anche tu”. Nell’ossessiva ripetizione del marchio che invade perfino il linguaggio comune, Warhol sembra suggerire che la vera democrazia si possa compiere solo nella società dei consumi, l’unico modello sociale in grado di renderci tutti uguali dinanzi agli oggetti d’uso quotidiano. La rappresentazione artistica dei prodotti più banali, nell’arte pop, sembrerebbe dunque configurarsi come la naturale conseguenza della loro elevazione a simbolo di appartenenza, come un’esaltazione retorica del capitalismo.

Andy Warhol, New York City, 1980

Tuttavia, specie in Europa, moltissimi intellettuali hanno interpretato l’Opera di Warhol come una critica sovversiva all’economia americana. Lo stesso artista era solito rilasciare dichiarazioni contrastanti circa il suo pensiero politico, alimentando quell’ambiguità tipica dell’arte contemporanea teorizzata da Benjamin. Nel 1963, in un’intervista per Art News, il giornalista Gene Swanson gli chiede per quale ragione avesse iniziato a rappresentare lattine di zuppa nelle sue opere. Warhol risponde così: “Perché ero solito consumarla. Ho avuto l’abitudine di consumare lo stesso pranzo tutti i giorni, per vent’anni, la stessa cosa ripetutamente. Qualcuno mi disse che la mia vita mi ha dominato, e quest’idea mi piacque”. Ora, nel momento in cui il consumismo della cultura capitalista diventa identitario, allora quel senso di appartenenza democratica sembra scandire l’esistenza ben oltre le intenzioni dei singoli. E certamente questo non è il compiersi della vera democrazia. Forse l’integrazione degli artisti nella società dei consumi è in realtà una reazione: se non si può dominare un sistema dall’esterno è necessario integrarsi in quel sistema per cambiarlo. Dopotutto la pop art rimescola icone e modelli culturali, i quali si scontrano con la più vuota superficialità e le leggi del mercato: possiamo leggerla come un’intuizione commerciale, così come un bisogno di libertà che trasforma una lattina ammaccata – altro soggetto famosissimo di Warhol – in un simbolo di affermazione personale all’interno di un sistema basato sul conformismo. Il tentativo dell’artista, in ogni caso, è quello di rendere l’opera veramente accessibile. La grammatica estetica da assemblare (non è un caso se il nome che scelse per lo studio che aprì nel 1962 era The Factory, “La Fabbrica”) doveva portare il supermercato dentro al museo. 

Andy Warhol con le superstars Jane Forth, Jackie Curtis, Joe Dallesandro e Holly Woodlawn, The Factory, New York, 1971

L’opera d’arte pop è costruita con lo stesso linguaggio velocissimo della pubblicità. È un oggetto “culturale” che torna a dialogare con le persone, chiedendo in cambio solo pochi secondi di attenzione. L’opera pop va desacralizzata perché non resti espressione di pochi intellettuali che producono contenuti per un pubblico elitario. L’arte deve arrivare a tutti, sfruttare la comunicazione immediata, se serve deve perfino imitare le immagini commerciali. La vera rivoluzione, da cavalcare in una giostra di immagini seducenti, è quella di portare gli slogan e le etichette dentro le gallerie. Anche le persone, elevate – oppure ridotte, a seconda della lettura che scegliamo di compiere – al concetto di “icona”, si trasformano in semplici immagini da consumare. Le opere che Warhol dedica a Marylin Monroe sono l’emblema di questa dinamica estetica. L’artista trasforma una diva in uno stencil, la restituisce serigraficamente senza alcuna profondità, la esplicita nel suo essere soltanto un prodotto. Ed è così, sui social network, per tutti noi: siamo insieme prodotti e consumatori seriali. La società dei consumi ha promesso a ciascuno di noi la fama e il successo, quel “quarto d’ora di celebrità” teorizzato proprio da Andy Warhol.

“Self Portrait” di Andy Warhol, Sotheby’s New York, 2010

Nessuno sembra accorgersi della contraddizione di fondo, dell’incompatibilità tra l’omologazione del sistema e la megalomania che quella stessa struttura ci impone. L’artista, già negli anni Sessanta, intravedeva gli effetti di questo inganno sull’epoca che stiamo vivendo noi, oggigiorno: milioni di consumatori, miliardi di spettatori sognano di passare dall’altra parte dello schermo per diventare immagini da invidiare, seppur nella loro piattezza. Ieri era il monitor di una TV, oggi è quello di uno smartphone. Il sistema si è evoluto: l’illusione individuale di essere una star (almeno per i nostri follower, tornando ai social network) la accarezziamo quotidianamente. All’interno di questa moltitudine di interpreti dell’autorappresentazione, il terreno su cui giochiamo sembra privo di attrito. La teoria di Walter Benjamin si è ipertrofizzata nel contesto digitale, dove l’immaterialità dei propri contenuti li costringe a diffondersi, a replicarsi all’infinito: l’estetica di consumo condanna sé stessa alla viralità, e questo semplicemente per garantire a sé stessa la sopravvivenza nella società dello spettacolo. Come scrive il critico McKenzie Wark nel saggio My Collectible Ass: “a sancire il valore di un’opera è il fatto che la gente ne parli, ne scriva, ne diffonda le immagini. Più l’informazione circola, più il valore cresce. L’opera in sé è un derivato del valore delle sue simulazioni”. È inquietante notare che sul web lo stesso sillogismo funziona perfettamente sostituendo la parola “opera” con “utente”. Andy Warhol aveva intuito che le persone avrebbero infine misurato il loro valore in base alla diffusione dei propri simulacri: se pensate al funzionamento di un qualunque social network, avrete l’ennesima applicazione pratica delle teorie di Walter Benjamin. E questo, a conti fatti, non fa che ribadire quanto sia cruciale il ruolo dell’arte nella nostra vita.

L’articolo 50 anni fa, Warhol ha predetto la società dell’immagine. I suoi 15 minuti di celebrità sono eterni. proviene da THE VISION.