Alcune parole sono ormai entrate nel nostro vocabolario, prese in prestito da altre lingue; parole così dense di significato che una traduzione rischierebbe di non renderne del tutto il senso. Una di queste è la parola «empowerment», ovvero il processo di rafforzamento e acquisizione di fiducia in se stessi nel prendere in mano e controllare la propria vita e nel reclamare i propri diritti.

Investire nell’empowerment delle donne significa creare un prerequisito essenziale per la realizzazione della giustizia sociale, significa facilitare un percorso diretto verso la parità di genere, lo sradicamento della povertà e una crescita economica inclusiva, specialmente in aree del pianeta remote e rurali, in cui alle avversità naturali e ambientali si aggiungono limitazioni sociali, economiche e culturali. È importante, in tali contesti, riconoscere alle donne la loro potenzialità nel dare un contributo allo sviluppo dell’economia: nelle aziende, nell’agricoltura, come imprenditrici o impiegate, e nelle funzioni domestiche per le quali non sono retribuite.

In Africa, ad esempio, i servizi per la parità di genere, la gestione delle risorse di produzione, il mercato agricolo, l’industria ed il commercio sono tutti ambiti che potrebbero avere dei significativi miglioramenti dall’impiego di donne e di giovani.

A livello politico, il continente africano ha dimostrato, soprattutto nell’ultimo decennio, un soddisfacente impegno nella promozione della parità di genere: quasi tutti i Paesi hanno ratificato la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, più della metà degli Stati hanno ratificato il Protocollo sui diritti delle Donne Africane. Per questa ragione, l’Unione Africana ha battezzato il decennio 2010-2020 quello della rivincita delle donne.

Sebbene negli ultimi anni l’Africa abbia registrato nel complesso un’importante crescita economica, il tasso di povertà in generale è ancora alto e la maggior parte delle donne ha impieghi insicuri e mal pagati, con poche opportunità di avanzamento. Infatti, mentre le donne lottano per rivendicare il proprio ruolo all’interno delle economie africane, le discriminazioni continuano ad ostacolare molte di loro nel tentativo di costruirsi delle opportunità. Ci sono tuttavia donne che non temono di affrontare le possibili difficoltà, e intraprendono ugualmente percorsi molto impegnativi per raggiungere l’indipendenza e per liberarsi in modo definitivo dei limiti ancora esistenti nella realtà economica e sociale di molti paesi africani.

Una di queste è senz’altro Immacolata Kamugisha, chiamata «Mama Nick Unga», imprenditrice del settore agricolo che gestisce nella Repubblica Unita di Tanzania un’azienda di molitura per la produzione di farina di mais. Ho conosciuto Mama di recente per motivi di lavoro, durante un mio viaggio in Tanzania, durante il quale ho avuto modo di intrattenermi con lei in interessanti e stimolanti discussioni riguardanti la sua storia personale e le questioni della parità di genere.

Prima, però, di parlare delle vicende del percorso imprenditoriale di Immacolata Kamugisha ritengo sia utile, per capire meglio l’importanza di figure come la sua, dire qualcosa sul contesto economico e sociale in cui si è sviluppata la sua attività.

La Tanzania ha una storia diversa da molti Paesi africani: nata nel 1964 dall’unificazione del Tanganyika e di Zanzibar, è stata infatti risparmiata dalle numerose guerre fra i vari Stati africani e, soprattutto, dalle guerre civili, degenerate spesso in genocidi. La stabilità interna, tuttavia, non si è tradotta in prosperità economica per la popolazione e, ancora oggi, molti cittadini vivono al di sotto della soglia di povertà.

La principale coltura locale è quella del mais, e la maggior parte del processo di produzione ha luogo in piccole aziende agricole per le quali, oltre a essere una fonte sia di sostentamento, essa rappresenta anche un’importante fonte di reddito. Questo importante settore dell’agricoltura della Tanzania in tutti i suoi livelli, dalla coltivazione e dalla produzione fino alla commercializzazione del prodotto, risulta, però, frammentato e caratterizzato da connessioni inefficaci tra produttori e tra produttori e consumatori. Le cause principali di questo stato di cose sono da ricercare nell’insufficiente propensione dei produttori alla collaborazione fattiva, in un sistema informativo poco adeguato a orientare e a supportare nelle loro esigenze gli operatori del settore, nella mancanza di una economia di scala capace di rendere più remunerativa l’attività degli operatori del settore e nelle disfunzioni esistenti nella fase della commercializzazione. Queste incertezze che caratterizzano la realtà del settore hanno spesso come conseguenza più grave quella di indurre sia nei piccoli produttori che non dispongono di molte risorse, sia negli investitori che hanno maggiori possibilità finanziarie, una minore propensione agli investimenti. Attualmente, altri ostacoli allo sviluppo del settore sono costituiti da un ordinamento fondiario incerto, dalla difficoltà di accesso ai finanziamenti, dalla mancanza di infrastrutture adeguate, dai divieti periodici di esportazione dei cereali, dalle tasse locali sulla produzione, dalla limitata disponibilità di semi e spesso dalle scarse competenze imprenditoriali.

Sia nel difficile contesto sociale e politico della Tanzania, sia in altri Paesi africani e in molte parti del mondo ancora in via di sviluppo, molte donne incominciano ad acquisire la chiara consapevolezza di avere il potenziale necessario per rappresentare un elemento motore del cambiamento e del miglioramento delle condizioni di vita delle loro comunità.

A questo proposito, la storia di Immacolata Kamugisha testimonia come una donna possa costruire, con pazienza e tenacia, una sua attività imprenditoriale nonostante le discriminazioni e le pesanti limitazioni economiche e sociali.

Immacolata inizia il suo percorso nel 2014, con una laurea in Geografia e studi ambientali; non riuscendo a trovare un lavoro, decide di prendere in mano la sua vita e di avviare un’attività imprenditoriale nel settore dell’agricoltura, a tutt’oggi ancora fondamentale per l’economia della Tanzania. All’inizio si limita semplicemente all’acquisto di mais durante il periodo della raccolta, quando il prezzo diminuisce, per rivenderlo quando il valore risale. In un secondo momento, allarga la sua attività con la molitura in proprio del mais e la vendita della farina prodotta.

L’idea di avviare un’attività in proprio nasce principalmente dalla difficoltà di trovare un’occupazione stabile e retribuita in modo dignitoso, sia per le scarse opportunità di lavoro esistenti in generale in Tanzania, sia per la forte discriminazione di genere in cui si imbatteva nei suoi tentativi di trovare un lavoro.

Nella sua attività di imprenditrice affronta e supera molti ostacoli: oltre alle limitazioni del mercato, alle carenze nel sistema dei nei trasporti, alla poca affidabilità delle reti di distribuzione dell’energia elettrica, al diffondersi della crisi sanitaria causata dal Covid 19 e al blocco della circolazione di persone, ancora una volta Immacolata deve misurarsi con un ambiente dominato dagli uomini, dove spesso veniva presa poco sul serio. Nei momenti di maggiore difficoltà, Immacolata, facendo affidamento sulle sue competenze professionali in business management ed imprenditoria, invece di indietreggiare, usa sempre la strategia di ampliare, dopo essersi garantito un adeguato supporto finanziario, la sua attività imprenditoriale. Di recente infatti ha avviato un’ulteriore attività nella produzione e commercializzazione di olio di semi di girasole

Di donne imprenditrici nel suo lavoro Immacolata Kamugisha non ne incontra molte, questo perché, non solo in Tanzania, ma anche nella maggior parte dei Paesi africani, compresi quelli della fascia costiera del Mediterraneo, sono ancora tante le giovani donne che non trovano supporto in termini di formazione, capitali ed opportunità. Per rendere più efficace la spinta a una maggiore parità di genere in tutto il mondo e, soprattutto, nei paesi meno progrediti, è necessario che a livello internazionale si produca un più incisivo impegno nel promuovere adeguati progetti per la realizzazione di una parità di genere sempre più ampia. Questo impegno dovrebbe avere come protagonisti quei Paesi e quelle istituzioni che, oltre a essersi distinti nell’attuazione di politiche per la parità di genere, dispongono delle risorse finanziarie necessarie per sostenere in modo adeguato i progetti.

L’Unione Europea attualmente è impegnata in diversi progetti che vanno in questa direzione. Uno di questi progetti è InnovAgroWomed, co-finanziato dal programma ENI CBC Med dell’Unione Europea e implementato dall’università di Tor Vergata, dalle Associazioni Cesie e Jovesolides, dall’Associazione Asala per le Businesswomen palestinesi e da CAWTAR Centro di formazione e ricerca per le donne arabe. Il progetto avviato di recente, e nel quale sono coinvolto come esperto di empowerment delle donne nel settore agri-food, ha come scopo quello di supportare giovani donne di 4 paesi del Mediterraneo (Italia, Spagna, Palestina e Tunisia) nel loro percorso di imprenditrici nel settore agro-alimentare attraverso una formazione orientata alle loro specifiche esigenze, la facilitazione di contatti diretti con le aziende del settore per esperienze formative concrete e l’acquisizione degli strumenti conoscitivi per intraprendere un percorso imprenditoriale. In un momento di particolari difficoltà come quello che il mondo intero sta attraversando a causa del Covid-19, progetti come InnovAgroWoMed, hanno un duplice merito: attivano i processi di empowerment necessari per raggiungere l’obiettivo della parità di genere e di una società inclusiva; creano vere e proprie reti tramite le quali le donne possono ricevere informazioni, scambiare esperienze e acquisire maggiori competenze per realizzare le proprie aspirazioni lavorative.

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