Questo articolo è pubblicato sul numero 9 di Vanity Fair in edicola fino al 2 marzo 2021

«Le argentine hanno ribaltato il finale di questo terribile 2020», dice Karina Nohales sorridendo. Fa parte del Coordinamento femminista 8M, ed è candidata per la Convenzione che quest’anno riscriverà la Costituzione cilena. Insieme alla sua, diverse organizzazioni femministe dell’America Latina hanno festeggiato la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza approvata dal parlamento argentino lo scorso 30 dicembre. La «marea verde» della Campagna per l’Aborto Libero, Sicuro e Gratuito ha ottenuto un risultato storico in una regione dove il diritto di abortire è quasi ovunque ancora da conquistare. Nel continente «sta facendo irruzione un femminismo di massa», spiega Karina Nohales, «le argentine ci hanno mostrato che si può avanzare anche in mezzo alle avversità».

E in Cile, che viene da oltre un anno di intense proteste contro il modello neoliberista e il presidente Piñera, hanno colto l’esempio: il 13 gennaio si è aperta la discussione parlamentare di un progetto di legge per depenalizzare l’aborto. Nel 1931 era stato consentito in tre circostanze: il rischio per la vita della donna, difetti congeniti del feto e in caso di stupro, poi revocate durante la dittatura di Pinochet. Solo nel 2017 sono state riammesse e in pochi anni il movimento cileno ha compiuto senza eccezioni, insieme a El Salvador, Nicaragua, Repubblica Dominicana e Haiti.

In Honduras esistono organizzazioni sociali come COPINH, conosciuta per l’attivista ambientalista Berta Cáceres, assassinata nel 2016, che portano avanti la battaglia contro il patriarcato, ma la società è ancora profondamente maschilista. «Qui l’aborto è sempre stato punito, e non si può nemmeno nominarlo pubblicamente», spiega Karla Lara, cantante e attivista per i diritti umani in un Paese che è il secondo più povero dell’America Latina, dove mancano strutture ospedaliere di base, il 60% della popolazione è analfabeta e il 95% è cattolica o evangelica. «Puoi andare nel paesino più nascosto, dove si arriva solo a piedi su uno sterrato e ci troverai la Coca-Cola e una chiesa», dice con un sorriso amaro. Ma non solo in Honduras il risultato del voto argentino è stato condannato.

Nel vicino Paraguay, la Camera dei Deputati ha invitato a un minuto di silenzio per le migliaia di vite dei fratelli argentini che si perderanno prima di nascere. Non si è fatto attendere nemmeno il presidente brasiliano Bolsonaro, che ha affermato su Twitter: «Finché sarò al governo, l’aborto non sarà mai approvato. Lotteremo sempre per proteggere le vite degli innocenti». Una delle maggiori espressioni del femminismo contemporaneo in Brasile è nata proprio in opposizione alla candidatura di Bolsonaro. Ludimilla Teixeira, fondatrice del movimento #EleNao, racconta che «la sua elezione ha rappresentato una battuta d’arresto per i diritti civili e riproduttivi delle donne, ha fomentato il razzismo e la discriminazione contro le persone LGBT». Un caso emblematico del clima che si respira in Brasile è quello di una bambina di 10 anni che ha abortito lo scorso agosto a Recife. Nonostante l’interruzione di gravidanza fosse consentita, perché frutto delle ripetute violenze da parte di uno zio, la bambina ha dovuto viaggiare 1.500 chilometri per trovare un ospedale disponibile a eseguirla, ed è stata bersagliata da gruppi di fanatici religiosi che hanno minacciato la sua famiglia e cercato di entrare nell’ospedale, incitati dalla ministra delle Donne, la Famiglia e i Diritti Umani, la evangelica Damares Alves. Uno scenario interessante è quello ecuadoregno, dove il 7 febbraio si sono svolte le elezioni politiche. Mentre Andrés Arauz, il candidato erede di Rafael Correa, si è assicurato di passare al ballottaggio del prossimo aprile, si contendono il secondo posto il conservatore Guillermo Lasso, dichiaratamente anti-abortista, e il candidato indigeno Yaku Pérez, che si è detto favorevole a includere la causa dello stupro come lecita per abortire. La giornalista femminista Ana Maria Acosta segnala che «molti legislatori e legislatrici si sono pronunciati a favore dell’aborto: sembra che ci sia margine per ampliare la discussione sul tema».

In Ecuador l’interruzione di gravidanza è consentita solo in caso di rischio di vita o salute della donna, e in caso di violenza su una donna con
disabilità mentale. Nel 2013, con la riforma del codice penale, un gruppo di parlamentari cercò di allargare la motivazione dello stupro a tutte le
donne. «Il presidente Correa minacciò di dimettersi, non fu possibile nemmeno iniziare il dibattito», spiega Ana, che segnala: «Nel 2019 le organizzazioni femministe hanno chiesto l’integrazione di altri quattro casi in cui depenalizzare l’aborto».

Nemmeno questa volta la mozione è passata, ma il dibattito è avviato. «Vige una doppia morale», spiega Sandra Cardona Alanís, della rete Necesito Abortar, che assiste chi vuole abortire nello Stato messicano di Nuevo León. «Le donne che possono permetterselo interrompono la gravidanza negli Stati Uniti, oppure viaggiano nella capitale (dove è legale) ma poi tornano e si dichiarano contro l’aborto».

In tutta l’America Latina le attiviste segnalano lo stigma sociale come uno dei principali ostacoli per la realizzazione di un aborto sicuro. Yanina Waldhorn, della Campagna che ha lavorato 15 anni per l’aborto legale, da Buenos Aires manda un messaggio a tutte le altre: «Lottare
serve, non siamo ingenue, sappiamo che i movimenti pro-vita non mollano, ma anche quelli femministi stanno avanzando, le nostre rivendicazioni sono entrate nelle agende politiche internazionali e sono condivise: non abbiamo più frontiere».

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