Madalina Ghenea
Madalina Ghenea
Madalina Ghenea

Questo articolo è pubblicato sul numero 50 di Vanity Fair in edicola fino al 15 dicembre 2020.

Achille Lauro è una figura del transito, la sua essenza si manifesta nel passaggio, nell’alterazione fluorescente della scena prefissata. Da trapper nega e irride il machismo, poi cambia due, tre generi musicali, arriva a Sanremo e si reincarna a ogni uscita in un avatar diverso – San Francesco, la Marchesa Casati, Ziggy Stardust, Elisabetta I –, canta come Mia Martini l’amore turbolento per il padre, per tutti i padri, che stordisce e marchia a vita, e poi flirta con Boss Doms, senza parodia o goliardia esorcizzante, ma con la serietà che pertiene alla reale collisione erotica dei corpi. Baci e leccatine tra ragazzi senza troppe etichette, in prima serata: oggi, nel 2020, in questo Paese, ancora un’enormità. E ancora: nei suoi testi si autoappella al femminile – bambolina, ragazzina – dopo aver raccontato, a inizio carriera, l’estrema periferia romana dello spaccio e dei «ragazzi madre» che si crescono da soli. I detrattori, disorientati, farneticano, sminuiscono. Restano all’imbarco, mentre lui è già due continenti più in là. «Furbata», «già visto»: si difendono incapaci di metabolizzarlo, ma lui sfreccia oltre, accendendo nuove icone, infilandosi in altri ruoli, rimettendo tutto ogni volta in discussione. Perché Lauro non esiste se non nel transito, nel moto fluidificante che nega l’ossessione binaria, maschio/femmina, passato/futuro, possibile/sconveniente, ed è forse per questo che nessuno lo riesce ad afferrare. Sfrutta tutto lo spettro del genere, l’intero repertorio di modelli e stereotipi, e lo fa a prescindere dall’orientamento sessuale – è etero? Gay? Libera l’identità di genere portando in scena un ragazzo che piace alle donne pur vestendosi come loro, tutine, calze a rete, corona di piume. Cos’è, in definitiva, il desiderio?

Siamo pronti ad accoglierlo davvero, a seguirlo nelle terre inesplorate in cui tutto si mischia, si separa e di nuovo si fonde? Siamo pronti a fare a meno della balaustra del già visto, a non difenderci più a scapito della libertà degli altri Achille Lauro ci sfida, alza la posta, eppure è timidissimo, come si vede nelle interviste dai suoi occhi cascanti e bellissimi che vagano senza approdo stabile. È timido ma forse covava, da sempre, sin dall’adolescenza, questo segreto incandescente: il desiderio di essere quello che cambia le cose. I nostalgici del vecchio mondo diranno che è mero show, operazione di marketing, ma solo chi ha sperimentato il rischio della non conformità sa quanto le apparenze, gli abiti, il colpo d’occhio, siano faccende serissime, in grado di rovinare, costare la vita. E Achille Lauro genera reazioni alchemiche proprio con lo sguardo degli altri, per raccontare di volta in volta la sua nuova storia, ma anche le nostre, colonizzando il centro con le infrazioni dei margini, sbilanciando il punto di vista centrale, centrato, che ancora la fa da padrone in questo nostro Paese così bisognoso di nuove interpretazioni, generaliste, mainstream, su ciò che siamo e possiamo diventare, e su quanto possa essere entusiasmante, e politico, il laboratorio immaginifico della libertà.

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