Leonardo Bellodi è Senior Advisor presso la Libyan Investment Authority e segretario generale del Marco Polo Council. Ha lavorato per le Nazione Unite e ha curato rapporti internazionali a 360° per poi ricoprire numerosi incarichi come manager in Eni. Ha svolto anche il ruolo di docente di Diritto Internazionale e dell’Unione Europea presso l’Università Cattolica di Milano, l’Università Europea di Roma e l’Università di Padova. Inoltre è orgogliosamente autore di diversi manuali universitari e saggi ed editorialista per alcuni quotidiani. Da grande esperto e studioso dei territori del Medio Oriente, tra il 2016 e il 2019 Leonardo Bellodi si è occupato della realizzazione e della curatela di un progetto fotografico in Afghanistan di forte suggestione e impatto visivo, rivelandoci un racconto intimo e allo stesso tempo dettagliato di luoghi e popolazioni eterogenee.

Afghanistan, operazione di sicurezza; © Leonardo Bellodi

Abbiamo avuto il piacere di poter dialogare con l’autore e rivolgergli qualche domanda sulla natura e le peculiarità del suo progetto fotografico, grazie a cui scopriamo, oltre la capacità esplicativa dei suoi scatti, curiosità e retroscena di questo territorio. L’Afghanistan è un paese complesso, dilaniato da oltre quarant’anni di guerre e costituito da tante etnie segnate dall’orgoglio e dalla povertà, dai diritti negati e dai conflitti rimasti aperti, di cui ci viene raccontata la quotidianità attraverso una sequenza di immagini che catturano l’anima, sia per le contraddizioni quanto per la bellezza. Si tratta da sempre di un crocevia e di uno dei posti più importanti al mondo, non solo per lo sviluppo dei traffici nonché per il terrorismo internazionale ma anche come simbolo di storie, culture e religiosità profondamente diverse.

Afghanistan, operazione di sicurezza; © Leonardo Bellodi

Geografia, antropologia, leggenda: Leonardo Bellodi sul suo progetto fotografico in Afghanistan

Da grande esperto e studioso dell’Afghanistan che ha svolto numerosi viaggi in quel territorio, da cosa nasce l’idea del progetto e in quanto tempo si è sviluppata la ricerca?

«Il progetto fotografico nasce da una serie di viaggi in Afghanistan tra il 2016 e il 2019. A quell’epoca il Paese era in una fase critica, tra spinte politiche interne e ruolo degli attori internazionali nel Paese. Nei miei viaggi, mi sono spesso trovato nella base di Herat – quella appena chiusa dal governo italiano dopo 20 anni di missione – specie in occasione di un’operazione di sicurezza che ha visto la collaborazione di forze afgane e italiane. Il progetto non nasce quindi studiato a tavolino, ma dalla volontà di documentare e raccontare un Paese in un momento di grande e profonda trasformazione».

Kabul, Afghanistan, Zablov Simntov in the Synagogue; © Leonardo Bellodi

Ha rivolto la sua ricerca fotografica in Afghanistan a diversi aspetti sia a livello geografico che a livello antropologico e leggendario, in che modo ha affrontato da professionista occidentale l’approccio in prima persona ad un paese così eterogeneo, sia nell’etnia che nella professione del credo religioso, dilaniato da conflitti politici e religiosi che hanno perdurato così a lungo nel tempo?

«Mi sono approcciato al Paese provando a immergermi nelle sue varie dimensioni: quella sociale e quotidiana delle persone, quella religiosa con il racconto dell’ultimo rabbino dell’Afghanistan ma anche quella “fantastica”, come nel caso della leggenda che circonda “il muro di Kabul”. L’Afghanistan è un paese estremante complesso, e spesso l’occhio “occidentale” non coglie appieno le sfumature e le peculiarità. Da fotografo – anche se non professionista – passare da ritrarre le forze di sicurezza in azione alle persone che affollano con le loro storie le vie di Kabul ha richiesto uno sforzo notevole, in termini mentali ma anche, vorrei dire, artistici».

Le immagini che ci ha regalato mostrano una prospettiva del tutto privilegiata si è sentito altrettanto privilegiato nel poter osservare determinate dinamiche cosi da vicino?

«Non capita spesso di poter conoscere un Paese “da dentro” e ancora meno di poterlo ritrarre, raccontare, fotografare provando a sintetizzare in poche immagini elementi iconici o capaci di trasmettere la complessità. Mi sento profondamente privilegiato di aver potuto, grazie al mio lavoro ma anche alla passione per la conoscenza e la scoperta che mi ha sempre animato, esplorare questo e altri Paesi e raccogliere scatti e fotografie».

Come mai ha voluto rivolgere la sua attitudine da fotografo, non di professione, a tematiche cosi potenti e complesse?

«Tengo separato il mio lavoro, prima nell’ambito delle Relazioni Internazionali, dalla mia passione per la fotografia. Ma alcuni elementi sono trasversali tra le due cose: il desiderio di comprendere un fenomeno, di approfondirne cause e ragioni, di osservare la realtà sempre con una doppia lente, che guardi al contesto generale senza perdere il dettaglio».

Si è sentito coinvolto più politicamente o moralmente dal risultato del suo fotoreportage? In che rapporti si sente e quanto è rimasto coinvolto con il frutto del suo lavoro?

«Non saprei dire se mi sono sentito coinvolto “emotivamente” o “politicamente”. Il mio “lavoro” da fotografo, ovviamente non professionista, è per me un tassello importante che mi permette di comprendere meglio – prima che di raccontare – il contesto geopolitico e internazionale, che è al cuore del mio impegno professionale, e le peculiarità di singoli Paesi».

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