Questo articolo è pubblicato sul numero 9 di Vanity Fair in edicola fino al 2 marzo 2021

A volte il dolore è così forte da bloccare le lacrime. Lo sa bene la colombiana Alexa Rochi, all’anagrafe Alexandra Marin: oggi, fotografa per l’ufficio stampa del Senato colombiano; ieri, guerrigliera delle Farc, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, una delle più vecchie organizzazioni sovversive dell’America Latina. Qui, nell’autoproclamato «esercito del popolo», ha trascorso 11 dei suoi 30 anni. Faceva parte del «blocco orientale», ovvero il «Quinto fronte», uno dei più attivi nel progettare tattiche e strategie di conquista del potere con ogni mezzo. Inclusi: sequestri, assalti alle città, posti di blocco illegali e, sì, persino omicidi. In mezzo a 13 mila uomini e donne armati fino ai denti, Alexa era conosciuta come Paula Saénz. E ha conosciuto da vicino il dolore: un giorno la sua mentore nonché migliore amica, Rocio, cade dilaniata da una bomba. Alexa/Paula a quel tempo svolgeva mansioni da infermiera: tocca a lei pulire e ricomporre la salma per il funerale. Quel giorno non riesce a piangere. Quello successivo nemmeno. Qualche tempo dopo, dopo la firma della pace tra il governo colombiano e i guerriglieri, decide di tenersi addosso quel dolore per sempre: cambia professione, diventa appunto fotografa, e nome. Da ora in poi sarà Alexa Rochi, in onore di Rocio.

Torniamo al momento in cui Alexandra è diventata Paula. Perché?
«Non certo per coscienza o spirito rivoluzionario. Stavo fuggendo dall’amore molesto di mio padre. A 15 anni mi perseguitava senza tregua. Mia madre mi dava della bugiarda, si rifiutava di credermi, i miei sei fratelli pure. Un Natale ho cercato un lavoretto per racimolare i soldi per il viaggio fino al Caguán, il territorio dove si insediava il Quinto fronte».

La guerriglia come via di salvezza. Suona piuttosto strano.
«Non dalle mie parti. Mio padre è un venditore ambulante di frutta, mia madre una casalinga quasi analfabeta. Ci collochiamo al di sotto della “classe operaia”. Abbiamo vissuto una vita di indigenza, economica ed emotiva. La precarietà ha alimentato la violenza. Mio padre maltrattava mia madre, i miei fratelli facevano uguale con le rispettive fidanzate. Tutti loro non aspettavano altro che imparassi a cucinare per poterli servire e riverire. Sarà per questo che io oggi non so nemmeno friggere un uovo».

Sì, ma perché scegliere la guerriglia armata anziché un’altra via per l’emancipazione?
«Non sapevo fare niente. Non avevo finito la scuola. Le mie coetanee, nella mia stessa condizione sociale, erano condannate a diventare domestiche, prostitute o corrieri della droga. Mi sono ribellata a un destino di servitù. Volevo spezzare quella catena e la guerriglia me ne ha dato la possibilità».

La sua vita nell’esercito com’era?
«Ho imparato di tutto: ho scavato trincee, allestito accampamenti, guidato canoe, pulito armi, frequentato i seminari di formazione politica, partecipato a operazioni di intelligence e sono diventata infermiera. Due cose ho sempre rifiutato: cucinare e frequentare il corso sugli esplosivi».

Ha preso parte ai combattimenti?
«Ho perso il conto delle volte in cui credevo di non uscirne viva. Ma ho anche imparato in fretta che, a volte, morire è più sicuro che sopravvivere».

Allude al fatto che, come si è spesso sussurrato, voi guerrigliere foste schiave del sesso dei vostri comandanti?
«Ma per favore! Crede che sarei scappata da un padre stupratore per unirmi a un esercito di violentatori? Si possono dire molte cose sulle Farc, ma non questo. È una questione di pura logica, anche noi donne eravamo armate: imbracciavamo un fucile da cecchino R-15, nella bandoliera avevamo 300 pallottole, nelle tasche, una pistola Beretta, due granate e un machete. Pensa che in quelle condizioni qualcuno avrebbe osato toccarci contro la nostra volontà? “Schiave del sesso armate fino ai denti” suona ridicolo anche solo a pronunciarlo! Anzi, le dirò di più: la corte marziale condannava alla pena capitale i colpevoli di stupro, e durante la mia permanenza, nessuno è stato processato per quel reato».

Tuttavia non si può dire che le donne godessero di pari diritti all’interno dell’organizzazione. O sbaglio?
«La cultura patriarcale esiste ovunque. Nell’esercito noi donne eravamo il 40 per cento. Siamo riuscite ad aprire degli spazi, c’erano molti comandanti donne e la carriera non si faceva imparando a sparare meglio degli altri. Noi competevamo usando l’arma dell’intelligenza: siamo più sofisticate, oserei dire dotate di una sorta di “malizia indigena”».

Questo non ha preservato le comandanti donne dal dover rinunciare alla maternità.
«Naturalmente. Era anche un problema logistico. Impossibile allattare un neonato nel bel mezzo dei combattimenti o allestire asili nido negli accampamenti. Nello statuto delle Farc c’è un articolo specifico. Mi è stato spiegato molto bene prima di venire arruolata. Se una restava incinta e in quel momento la guerra dava una tregua, andava a partorire fuori. L’aborto era consentito, ma non obbligatorio».

In seguito alla firma degli Accordi di pace del 2016 tra il governo colombiano e l’esercito del popolo sono nati oltre 500 bambini, figli degli ex combattenti: il cosiddetto «baby boom» delle Farc.
«Già, in quello stesso Accordo è stata inserita anche la parità di genere. Che poi sia stata realizzata è un’altra storia: secondo le Nazioni Unite siamo al 4 per cento dell’obiettivo. A dir la verità, il trattato è stato disatteso in più punti: gli appezzamenti di terra, promessi nel quadro di reintegrazione globale, non sono stati consegnati né a uomini né a donne. Non sono state costruite scuole né ospedali né tantomeno le strade che dovrebbero aiutare i contadini nella commercializzazione dei prodotti della campagna. E c’è dell’altro».

Che cosa?
«Alcuni firmatari dell’Accordo hanno ancora le mani macchiate di sangue: sono 64 i leader ambientalisti assassinati e 250 gli ex guerriglieri».

A lei, però, l’inizio della trattativa ha regalato l’inizio di una nuova vita.
«Già. Nel 2012, il governo colombiano e l’esercito del popolo hanno avviato i negoziati. Si intravedeva una luce dopo oltre 50 anni di guerra civile non dichiarata che, secondo il Centro Nazionale per la Memoria Storica, è costata 261 mila morti e più di cinque milioni di sfollati. Le Farc, davanti alla imminente fine della clandestinità, decisero di intensificare l’istruzione politica dei propri soldati. Io sono stata scelta per frequentare un corso di comunicazione. È lì che ho imparato i rudimenti della fotografia, iniziando a catturare le immagini della guerra dall’interno».

Oggi, dopo aver studiato Arti Visive, ha ottenuto un incarico presso l’ufficio stampa del Senato, una delle istituzioni che, da rivoluzionaria, avrebbe voluto bombardare. Le manca mai quell’adrenalina?
«In qualche modo io sparo ancora. Non più proiettili, ma raffiche di realtà: scatto ogni fotogramma con tutta l’intensità di cui sono capace. Come se fosse l’ultimo».

Nessuna nostalgia per la tuta mimetica, quindi.
«No, ho toccato con mano il fallimento della lotta armata come metodo per rendere il mondo un posto migliore. E ho scoperto che la fotografia può nobilitare la sofferenza».

Tornasse indietro si unirebbe ancora alla rivoluzione?
«Da bambina sognavo di diventare una poliziotta e, forse, se a quei tempi il movimento femminista avesse avuto la forza che ha oggi… Forse, dico, avrei fatto scelte diverse».

A proposito di femminismo: voi donne delle Farc non avete mai rinunciato alla vostra femminilità. Nei video che vi riguardano, comparite sempre truccate, ben pettinate, con orecchini, collane, a volte persino con un fiore tra i capelli. Che senso aveva curare il proprio aspetto per andare a combattere?
«Be’, non avevamo certezze. Se proprio dovevamo morire, speravamo almeno che la morte ci trovasse belle».

Per abbonarvi a Vanity Fair, cliccate qui.

LEGGI ANCHE

Noi, contadini della Colombia condannati alla coca

LEGGI ANCHE

Il cuore grande di Angelina Jolie