Bontà e bellezza: la nostra rivoluzione

Questo articolo è pubblicato sul numero 18-19 di Vanity Fair in edicola fino all’11 maggio 2021

I bambini imparano a colorare i disegni restando negli spazi delle righe nere. Alber Elbaz, lo stilista che è scomparso lo scorso weekend all’età di 59 anni, amava fare il contrario. Debordava, letteralmente e in tutti i modi possibili. Fiocchi, ruches, nastri, drappi e sfilacciature, strappi e lembi di tessuto sfuggivano da ogni confine della silhouette femminile invadendo lo spazio, tutto lo spazio possibile, come a reclamare un nuovo posto per le donne. «Perché io voglio creare abiti che si prendano cura delle donne», ripeteva sempre. La sua grande carriera, dai successi di Lanvin al debutto della nuova linea AZ Factory, è solo uno dei tanti (in questo caso miracolosi) capitoli nella rivoluzione dell’idea che abbiamo non solo di bellezza femminile, ma di bellezza in generale.

A riguardo, stiamo vivendo anni di Bontà e bellezzaprofondi e radicali cambiamenti. Da una parte c’è chi è figlio o figlia di un’eredità storica consolidata, con canoni estetici definiti, precisi, ferrei, diciamo esclusivi, cioè che escludono chi non vi aderisce. Dall’altra, invece, c’è chi sta provando a riscrivere tutto da capo, con posizioni radicali e diametralmente opposte: il bello è diversità, è inclusione, è la capacità di prendere per pregi quelli che fino a ieri venivano considerati difetti. Questa, in sintesi, è la grande trasformazione in atto: da una parte chi esclude, dall’altra chi include. La crepa, forse il baratro, che separa i due punti di vista è profonda e a volte persino drammatica. Infatti genera discussioni accese, commenti d’odio, emarginazioni, persino violenze fisiche.

Mi hanno fatto molto pensare le frasi con cui Chloé Zhao, vincitrice del premio Oscar come miglior regista, ha accolto la statuetta. «Questa è per tutti coloro che hanno il coraggio di tener fede alla bontà che c’è in sé stessi e negli altri, non importa quanto sia difficile farlo». Zhao, 39 anni, è la prima donna di colore a ricevere tale riconoscimento e la seconda donna nella storia degli Academy. Di più: si è presentata alla premiazione senza trucco, con le sneakers e con due trecce nere, un look lontano anni luce dal glamour e dai canoni classici a cui ci hanno abituato gli Oscar. Non è, però, la sua estetica a sorprendermi (estetica, sia chiaro, valida quanto quella di chi ha scelto il glamour e i canoni classici). Mi impressionano, invece, le sue parole, parole che vanno oltre l’inclusione, parole che incitano alla bontà, ovvero alla fiducia in sé stessi e alla fiducia negli altri. Trovo siano davvero importanti in un momento in cui dividersi in pro o contro è più facile ma meno importante di quanto lo sia capire la portata e il significato della rivoluzione in atto.

Vanity Fair riflette su questa rivoluzione, sulla sua portata. In copertina abbiamo scelto di celebrare tre donne che, con la loro ironia, ci hanno aiutato a capire ancora di più che cosa sta succedendo. Sono Caterina Guzzanti, Michela Giraud e Katia Follesa, protagoniste dell’ultimo fenomeno televisivo, il divertentissimo programma LOL – Chi ride è fuori. Le abbiamo ritratte come tre Veneri ispirandoci alla mitica dea nascente dipinta da Sandro Botticelli. La loro comicità, che è tutto fuorché banalità, racconta di percorsi, idee, miserie e grandezze, sofferenze e gioie di intere generazioni di donne in bilico tra quello che sappiamo della bellezza e quello che dobbiamo ancora imparare. Per una volta, vi chiediamo di fare come loro: non focalizzatevi sui pro e sui contro, su quello che pensate di sapere o su quello che ritenete di aver già imparato. Siate leggere, ironiche come loro. E tenete fede anche alla bontà che c’è in voi e negli altri, come ricorda Zhao. Forse così si chiarirà ancora di più la profonda rivoluzione della bellezza inclusiva verso cui tutte e tutti stiamo andando.

Buona lettura

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