Buon compleanno Venezia! 1600 anni di immaginabile bellezza

Venezia compie 1600 anni
Venezia compie 1600 anni
Venezia compie 1600 anni
Venezia compie 1600 anni
Venezia compie 1600 anni
Venezia compie 1600 anni

Più che una città Venezia è una creatura che appartiene al mito, un miracolo che si rinnova ad ogni aurora, da oltre 1600 anni. Tante sono le primavere che oggi 25 marzo 2021 festeggia, malgrado la pandemia imponga regole refrattarie alle feste. Per ricordare la fondazione della «più antica città del futuro», questo lo slogan scelto dal Comune per l’occasione, alle 16:00 il Patriarcato di Venezia ha invitato tutti i parroci a suonare a distesa le campane, celebrando in modo doppiamente simbolico i suoi 1600 anni. Uno spettacolo sonoro al quale pochi eletti avranno il privilegio di essistere.

Nella surreale quiete e silenzio che da oltre un anno l’avvolge la sua bellezza trionfa, ancora più struggente, sospesa fra Oriente e Occidente, fra un mondo e l’altro.
 Perché qui l’Oriente lo annusi e lo accarezzi, ad ogni angolo; lo sguardo indugia su ogni mattone, pietra, ghirigoro, arco moresco, merletto di marmo che paiono scolpiti dalla luce, più che da uno scalpello. Ovunque lo spettacolo è continuo e garantito. Non c’è angolo di fronte al quale non si resti incantati. In attesa che i musei e le fondazioni riaprano le porte, è sufficiente perdersi fra calli, campielli, campi, rami, magari vagando senza meta e senza gps, il modo migliore per scoprirla. Le chiese, rimaste aperte, non ti deludono mai perché ognuna custodisce tesori ed è un capolavoro a sua volta. Fra Bellini, Tiziano, Tintoretto, Cima da Conegliano, Palma, Veronese, Tiepolo – solo per citare quelli più noti – è una festa continua per gli occhi e per l’anima. Come ti perdi, ti perdi bene: la bellezza è di casa e nulla è poco meno che pittoresco.

Scivolando sul Canal Grande, la “strada” d’acqua più bella che uomo abbia potuto concepire, è facile sentirsi un piccolo frammento di universo entrato nell’orbita della potente città fluttuante, dove nulla è immobile, nemmeno le facciate delle case che spesso, sghimbesce, sfidano la gravità facendosi beffa di lei.

Certo, il commercio, sul quale nei secoli ha costruito la sua potenza guadagnandosi l’appellativo di regina del Mediterraneo, è in ginocchio, come in ginocchio è tutto il comparto del turismo; tuttavia la città ha ripreso a respirare e gli irriducibili abitanti, sparsi nelle oltre cento isole che la compongono, si sono lentamente riappropriati della loro città. Complice la quiete, persino i delfini hanno fatto capolino nel bacino di San Marco, guizzando felici a punta della Dogana.

Venezia, patria di personaggi mitici come Marco Polo; Elena Lucrezia Cornaro, la prima donna laureata della storia; navigatori e scopritori di mondi come i Caboto; libertini irresistibili come Giacomo Casanova; una lista interminabile di pittori, scrittori, musicisti con Vivaldi in testa; condottieri, eroi, visionari imprenditori, intraprendenti commercianti. L’arte del vetro, del merletto, dei tessuti, che ancora vengono fabbricati con telai manuali sul Canal Grande, dai Bevilacqua, eredi di una tradizione millenaria. E poi lo stile, l’eleganza, la moda, con l’invenzione di scarpe dalle zeppe vertiginose, pericolose al punto di essere vietate dal Doge e riportate a più sicure proporzioni; la joie de vivre della sua popolazione, senza distinzione di censo; il suo leggendario carnevale. Un caleidoscopio di bellezza, armonia, emozioni, storie e fragili equilibri concentrato in un piccolo lembo di terra galleggiante la cui forma, curiosamente, è quella di un pesce.

La leggenda, perché ogni città ne ha una, fa risalire la sua fondazione al 25 marzo del 421 in virtù di un documento dell’XI secolo, il Chronicon Altinate, nel quale è riportata la notizia della consacrazione di San Giacometo a Rivus Altus – da cui deriva il nome Rialto -, considerata da molti la prima chiesa di Venezia, e nel quale si legge che «Alberto Faletro e Tomaso Candiano, o Zeno Daulo, furono quelli sopredetta opera eletti, i quali insieme con tre principali gentiluomeni, andati a Riva Alta, l’anno sopradetto 421 il giorno 25 del mese di Marzo nel mezzo giorno del Lunedì Santo, a questa Illustrissima et Eccelsa Città Christiana, e maravigliosa fù dato principio ritrovandosi all’hora il Cielo in singolare disposizione».

Leggenda a parte, secondo il Lorenzetti, autore di una delle migliori pubblicazioni dedicate alla storia della Serenissima, “Venezia e il suo estuario”, edita nel 1926, fra le paludi comprese fra Grado e Cavarzere, in mezzo alle quali è incastonata Venezia, «vivevano, fin dai tempi dei romani, povere e umili popolazioni, per lo più salinai, pescatori, orticoltori, conduttori di barche e traghettatori, cacciatori di palude, che vi conducevano la loro vita di stenti e di fatiche».

Il salto di qualità che trasformerà questa congerie di piccoli isolotti lagunari in comunità abitate più stabilmente, avviene fra il VI e VII secolo quando, per proteggersi dai Longobardi, le popolazioni dell’entroterra «costituiscono una provincia dell’Italia bizantina governata da magistrati dipendenti dall’esarca di Ravenna, formando un’associazione insulare che sarà la base del futuro Ducato Veneziano».

Stando dunque alle fonti, all’alba dei tempi i centri della vita lagunare furono: Grado, dove era concentrato il potere religioso trasmigrato da Aquileia; Eraclea, oggi inabissata, sede del potere governativo; e Torcello, la più splendida di tutte, vivace emporio commerciale, della quale restano la splendida cattedrale dedicata a santa Maria Asssunta, fondata nel 639 d.C., nella quale si conservano mirabili cicli di mosaici, compreso un gigantesco e spettacolare Giudizio universale, databile intorno al XII-XIII secolo; la chiesa di Santa Fosca, costruita a partire dal XII secolo; e il piccolo palazzetto del Podestà che ospita il grazioso piccolo Museo di Torcello nel quale è conservato il celebre Trono di Attila.

Il primo «duca», da cui ben presto deriverà la parola «Doge», viene nominato nel 697, quando l’aumento della popolazione da una parte, e la crescente pressione longobarda dall’altra, spingono l’imperatore di Bisanzio a elevare di grado l’area veneziana.

Sopravvissuta alle mire espansionistiche di Carlo Magno, alla bellicosa incursione di suo figlio Pipino; passata nel volgere di pochi secoli, grazie alla sua potenza commerciale e marinara, dalla condizione di suddita a quella di preziosa collaboratrice dell’impero d’Oriente, all’alba del XIII secolo «tramuta definitivamente il suo nome – Civitas Rivoalti – in quello ben più famoso di Venezia, toccando il suo apogeo.

Tutto il resto è storia, entrata ormai nella leggenda e nell’immaginario collettivo di mezzo mondo.

In piazza San Marco Ostro e Libeccio a turno fan vibrare le cime dei pennoni. Come un metronomo, scandiscono questo tempo rallentato. Dalla Torre dell’Orologio gli fan eco le bronzee verghe dei Mori. Li hanno chiamati così perché fusi nel metallo che imbrunisce e sono lì dal 1499, da quando Venezia s’apprestava a vivere l’alba dei libri, che qui videro la luce rivoluzionando il mondo.
 Dietro la loro apparente semplicità si nasconde un arguto gioco di ruoli. Entrambi i Mori segnano le ore battendo la campana coi loro martelli (tante ore, tanti rintocchi), ma con una differenza: Il Moro Vecchio batte le ore due minuti prima dell’ora esatta, a rappresentare il tempo che è passato; il Moro Giovane suona l’ora due minuti dopo per rappresentare il tempo che verrà.

Potremmo andare avanti all’infinito, non cantando solo le gesta di quando la Serenissima dominava il Mediterraneo, ma piuttosto indugiando sulle tante parole che tutto il mondo usa e che a Venezia hanno visto la luce. Il termine Lazzaretto, per esempio, è stato coniato all’inizio del XV secolo, quando con compiti di prevenzione dei contagi – intuizione poi esportata in tutto il mondo – due isole della laguna vennero adibite a ospedali per gli appestati, rimanendo in funzione fino al XVIII secolo.

E cosa dire della parola Ghetto? Era il 1516 quando un decreto stabilì che tutti gli ebrei della Serenissima dovessero essere confinati su un’isola chiamata “geto” (che vuol dire “fondere, gettare”), un tempo sede di fonderie. Gli ebrei askenaziti che per primi andarono ad abitarla non riuscendo a pronunciarla, la storpiarono in “gheto”. Nasce così il termine che da quel momento in poi avrebbe contraddistinto tutti gli angoli di città nei quali vennero “ghettizzati”.

Le città invisibili, cantate da Calvino, sono tutte qui, racchiuse in questo grappolo di isole aperto al mondo, sulle quali è stata costruita l’unica che sembrava follia anche solo immaginarla.

Una città dove le pietre si fanno acqua, il legno si trasforma in pietra e i lampioni hanno il colore del tramonto.