È una costante: ogni volta che un capolavoro compare all’asta e viene acquistato da un privato, c’è chi teme di non vederlo mai più. Il Salvator Mundi di Leonardo, aggiudicato nel 2017 per 450 milioni, vi dice forse qualcosa? Ma la storia, per fortuna, ha tantissime sfumature. Una di queste – color verde speranza – corrisponde ai musei e agli spazi espositivi privati: realtà finanziate da singoli individui che espongono la propria collezione al pubblico e che, secondo il report del 2016 di Larry’s List, sono cresciuti a vista d’occhio negli ultimi 20 anni (+70% dal 2000). E così l’attrice Cate Blanchett, poche settimane fa, ha annunciato l’apertura di una galleria nella sua residenza di Highwell House, nell’East Sussex (ve ne parlavamo qui); Sir James Dyson, il re dell’aspirapolvere senza sacchetto, sta progettando di esporre opere di Roy Lichtenstein, David Hockney e Yves Klein a Dodington Park, in una tenuta del Gloucestershire; e ancora, Karen e Christian Boros, dal 2003, rendono la propria collezione fruibile a un target vasto almeno quanto il rifugio antiaereo che la ospita, nel cuore di Berlino.

Non è una novità? Verissimo. Istituzioni come The Frick Collection, il Guggenheim e il Whitney Museum – per citarne solo alcune – sono sorte grazie all’altruismo di veri e propri collezionisti seriali, e ben prima dell’ultimo ventennio. Ma è la rapida proliferazione del fenomeno, ai giorni nostri, a far gridare alla svolta: già nel 2016 il report di Larry’s List [qui], rilevava 317 musei privati in tutto il mondo, con Sud Corea, Stati Uniti, Germania, Cina e Italia (Italia!) sul podio. Il motivo? «I fondatori di musei privati vogliono restituire qualcosa alla regione in cui vivono e il 59% di loro ha deciso di costruire la struttura nel rispettivo luogo di residenza», leggiamo. E ancora: «L’obiettivo, per la maggior parte, non è solo quello di esibire una collezione d’arte, ma anche di sostenere e migliorare il paesaggio culturale della città o della regione». Una missione filantropica, insomma, da sommare a una serie di vantaggi per i proprietari. Non solo «dare lustro a chi altrimenti sarebbe soltanto il “solito miliardario”», per dirla con le parole di Georgina Adam in Dark Side of the Boom, ma anche «scalare le liste di attesa e aggiudicarsi per primi le opere degli artisti di grido». Per non parlare poi delle agevolazioni fiscali e dei benefici per le stesse opere che, aggiungendo un’esposizione pubblica al proprio curriculum, acquisiscono non poco valore.

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La residenza che ospiterà la nuova galleria di Cate Blanchett
Un rendering dello spazio espositivo progettato per le opere di James Dyson e di sua moglie Deirdre

E allora guardiamoli da vicino alcuni di questi spazi e collezionisti “illuminati” più recenti. Christian Levett, magnate inglese appassionato di arte e sponsor di mostre di successo al British Museum e alla Royal Academy, nel 2011 ha creato un museo di arte classica a Mougins (MACM), nel cuore della Provenza, dove armature greco-romane e sarcofagi egizi dialogano con i capolavori di Picasso, Matisse e Damien Hirst. Impossibile poi non pensare agli italianissimi casi della Fondazione Sandretto Re Rebaudengodella Fondazione Prada e della Nomas Foundation; ma anche ai coniugi Corbett e Yueji Lyon che hanno aperto le porte della loro residenza di Melbourne (il Lyon Housemuseum, visitabile su appuntamento in determinati periodi dell’anno) e che, non contenti, hanno inaugurato una galleria attigua, attiva 6 giorni su 7. Un ultimo modello, quello del The Private Museum (TPM) di Singapore fondato nel 2010 da Daniel e Rachel Teo: una vera e propria piattaforma, un lavoro di squadra, per raccogliere i capolavori di più investitori e riunirli sotto lo stesso tetto, a disposizione di curiosi e di addetti ai lavori. Insomma, che si tratti di gallerie, musei indipendenti, fondazioni o residenze ibride, il denominatore comune sta nell’intuizione dei loro fondatori: collezionisti intesi non solo come proprietari, ma più come custodi, come responsabili della fruizione dell’arte, della cultura. Un bel segnale per un settore così bistrattato? Certamente. E chissà che anche il Botticelli da 92 milioni aggiudicato la scorsa settimana da Sotheby’s non diventi il cuore di un invidiato museo pubblico-privato.

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Una sala del MACM di Mougins, il museo d’arte classica fondato da Christian Levett. MACM
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BROOK ANDREW’s installation YOU’VEALWAYSWANTEDTOBEBLACK (white friend) (2006). Photo by Dianna Snape. Courtesy Lyon Housemuseum, Melbourne

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