Questo articolo è pubblicato sul numero 7 di Vanity Fair in edicola fino al 16 febbraio 2021

Se sei la voce storica del carnevale, un po’ di malinconia è il minimo. Lisandro A. non nasconde di essere disorientato: per la prima volta in vent’anni non condurrà – «con il suo timbro inconfondibile» – l’evento più importante dell’estate a Concordia, nella provincia di Entre Ríos, Argentina. Dice che non ricorda più cosa significa vivere un’estate senza carnevale: forse, nella sua vita, non c’è mai stata. Tutte le sue energie le ha spese per questa grande festa. E ora non sa cosa farsene del tempo libero: «Come tutti i carnavaleros, gli uomini del carnevale, sento come un vuoto. Come se in ogni giornata disponessi di ore in più». Non ci saranno sfilate; e non vale nemmeno la pena immaginare piccoli eventi sostitutivi: «Qui il carnevale ha un livello di eccellenza, non sarebbe bello presentare qualcosa che non sia all’altezza». Le squadre prendono molto sul serio la scelta dei temi, la preparazione dei costumi e la competizione. Non è una semplice attività stagionale, è uno stile di vita.
Indifferente, il virus continua a strappare le feste dal calendario del mondo; e nelle pagine dei giornali sudamericani la parola ricorrente è tristezza. Una spaventosa tristezza: «Il carnevale è il momento culminante, il nostro rifugio, è ciò che aspettiamo tutto l’anno, il modo più salutare per liberare tutto ciò che abbiamo dentro». Il fatto è che da quasi un anno, su questo pianeta, il calendario dei sentimenti e quello appeso al muro non combaciano più. Sono come sfasati. Lisandro lo sa meglio di chiunque: eccolo lì, con le sue giacche sgargianti, le camicie zebrate aperte sul petto – l’aria tipica dell’artista di provincia, sopra le righe e insieme molto alla mano. Me lo immagino che guarda ancora una volta il calendario. C’è scritto febbraio, sì, lo vedo, ma è come un inganno.

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