Cosa significa essere una ragazza musulmana in Italia? Intervista ad Aya, alias Milan Pyramid

«Chiedimi pure tutto quello che ti viene in mente senza timore di dire una cosa sbagliata: per me ogni domanda è giusta, nel senso che permette di capire meglio e quindi di abbattere le barriere del pregiudizio. Voglio che i miei canali social siano uno spazio “safe” dove creare una discussione, un posto dove le persone non musulmane possano rompere gli stereotipi e quelle musulmane possano sentirsi rappresentati». È così che inizia la telefonata con Aya alias @milanpyramid, creator e attivista, che abbiamo contattato dopo le ultime notizie che cercano di limitare l’uso del hijab (il velo con cui le donne si coprono il capo) in Francia e pochi giorni dell’inizio del Ramadan per parlare di islamofobia e della condizione femminile della donna nell’Islam. Lei ci ha raccontato la sua esperienza e di cosa significa essere una ragazza musulmana in Italia.

Presentati per chi non ti conosce
Mi chiamo Aya Mohamed e ho 24 anni, studio scienze politiche e sul mio canale Instagram Milan Pyramid condivido le mie passioni per la moda e il beauty e faccio attivismo per sensibilizzare le persone.

Mi racconti il tuo background culturale?
Sono nata in Egitto ma cresciuta in Italia – sono arrivata qui a 3 mesi – perché i miei genitori vivono Italia dagli anni Ottanta. La mia famiglia mi ha cresciuta con le varie tradizioni sia del mio paese d’origine sia con quelle dell’Islam: è bene precisare infatti che non sono la stessa cosa! Quando si parla di Medio Oriente infatti si parla di tanti paesi e di tante regioni con culture e tradizioni anche molto diverse tra di loro, accomunate da una sola lingua, l’arabo, e dalla religione islamica. Islam e cultura araba dunque hanno sempre fatto parte della mia vita ma non li ho mai considerati importanti, nel senso che seguivo le varie regole, pregando e digiunando, ma era più una consuetudine che un qualcosa che mi veniva da dentro. Finché non è cambiato qualcosa.

Ovvero?
A 16 anni circa ho affrontato un periodo di crisi d’identità. Tutti i ragazzi di seconda generazione crescono sentendosi un po’ fuori luogo, di non appartenere né al paese di origine né a quello dove stanno crescendo. Non capivo cosa fossi: cercavo un’identità legata a un luogo fisico. E invece l’ho trovata nella mia fede. È stato un processo lungo, durato qualche anno, durante il quale mi sono fatta tantissime domande anche sugli usi tradizionali – perché preghiamo 5 volte al giorno? perché le donne musulmane indossano il velo? perché digiuniamo? -, cose che magari mi avevano insegnato da bambina ma avevo ignorato o dimenticato. Ho fatto tante ricerche per cercare risposta alle mie domande e finalmente, intorno ai 18 anni, dopo un’estate trascorsa in Egitto, mi sono finalmente sentita soddisfatta e molto felice di essere musulmana. E ho deciso di cominciare a indossare il velo.

Perché questa decisione?
Per me è questione di identità. Avevo tutte le mie risposte e mi sentivo pienamente me stessa: il velo era il modo di condividere questa mia felicità e questa mia nuova condizione di musulmana consapevole con gli altri, esprimendola in modo visivo. Quando a settembre però sono tornata a scuola mi sono scontrata con la realtà: tutti i miei compagni credevano che fossi stata obbligata dalla mia famiglia e non potevano credere che la mia fosse una scelta libera e consapevole.

Per le persone non musulmane è una scelta davvero difficile da comprendere, soprattutto perché in molti stati del Medio Oriente le donne hanno anche poche libertà in generale e si tende ad associare il velo a una privazione della libertà femminile.
Indossare il velo fa parte del codice di abbigliamento, un codice che prevede abiti e accessori “modesti” per l’uomo e per la donna. Nasce per una questione di identità religiosa e per mostrare il proprio legame con Dio e con la fede. Indossare il velo per una donna è una forma di devozione, un atto che però è totalmente volontario: nel Corano è scritto che nessuno può obbligare un’altra persona a seguire una religione. Purtroppo però ci sono molti paesi che strumentalizzano le scritture per giustificare la propria politica dittatoriale. E dall’esterno si confondono quelle che sono le regole dell’Islam e quelle che sono le regole del paese.

Se il velo rappresenta la propria fede, perché ci sono tante ragazze che non lo portano pur essendo religiose?
Perché è qualcosa che ti viene da dentro, che devi “sentirti”. È una scelta personale, un modo di esprimere se stessi. Le mie sorelle per esempio non lo portano, eppure sono fiere del fatto che io lo indossi. Nei paesi a maggioranza non musulmana, poi, è una scelta ancora più personale perché è un elemento che ti fa sentire diversa. Da quando ho iniziato a indossarlo infatti mi sono resa conto della discriminazione che le donne velate subiscono quotidianamente: fino ad allora non avendo tratti che mi distinguessero nell’abbigliamento non avevo mai subito atti di discriminazione particolare, ma con il velo non ero più “invisibile”. Ricevo tanti messaggi da ragazze che vorrebbero indossarlo ma hanno paura di essere discriminate, e io stessa mi sono resa conto di come la discriminazione sia reale: per esempio ho avuto tanti problemi a trovare lavoro perché il fatto di portare il velo è giudicato prima della mia competenza.

Pensi che in Italia ci sia islamofobia?
Nel 2015, l’anno in cui ci son stati più attentati in Europa, anche in Italia si è sviluppato un clima islamofobico. Camminavo per strada e venivo vista come una bomba vivente. Le persone hanno paura e questa paura si trasforma in odio. Ed è un trauma per chi lo vive. Immagina una ragazzina di 15 anni che ogni volta che prende il bus viene guardata male, che a scuola viene discriminata o bullizzata. Magari in Italia la situazione non è critica a livello fisico ma esiste e si esprime tramite atteggiamenti e azioni dirette, per esempio non assumere qualcuno o non affittargli una casa. A scuola gli atti di bullismo e discriminazione sfortunatamente sono nella norma: almeno una volta alla settimana le ragazze mi scrivono che ne subiscono da parte di studenti ma anche di professori.

Che cosa le persone non musulmane non capiscono delle donne che portano l’hijab?
Che è una forma di esercizio spirituale, come la preghiera. Che è legato a una questione di identità, di espressione di se stessi attraverso l’abbigliamento. Che è il simbolo del mio legame con Dio, una specie di bandiera. Che la maggioranza delle ragazze lo adotta come scelta. E che le famiglie che spingono perché le figlie lo indossino non lo fanno perché le vogliono nascondere ma perché rappresenta l’espressione fisica del loro legame con la cultura della famiglia di origine.

Che cosa in generale non si capisce delle persone di religione musulmana, quali sono i luoghi comuni non veri?
Che siamo tutti terroristi, ahahaha. Si pensa che l’Islam sia una religione violenta e aggressiva che odia tutti coloro che non sono musulmani e profondamente maschilista. Ma se le persone facessero il minimo sforzo per approfondire l’Islam molti di questi stereotipi si romperebbero. Perché velo di suora devozione e velo musulmano invece costrizione? Le persone partono dal presupposto che la loro versione di cosa è giusto e cosa è sbagliato dovrebbe essere valida per tutto il mondo, ma non è così: ci sono migliaia di culture, come possiamo pretendere di applicare i nostri principi all’intero pianeta?