Dalla parte del drago #8 – L’arte del rifiuto

Garrick e la Moglie è un bellissimo dipinto di William Hogarth che ritrae l’attore allo scrittoio intento a scrivere il prologo per una commedia, mentre la moglie alle spalle sta per sottrargli di mano la penna. Garrick era molto amico di Hogarth ma all’ultima posa per il quadro litigarono e Hogarth stesso, a fine lavorazione, tirò un frego col pennello sugli occhi dell’attore. L’opera non fu consegnata e ovviamente nemmeno saldata, ma per fortuna gli occhi in seguito furono ridipinti e noi oggi possiamo ammirare il ritratto completo nelle collezioni reali Windsor. Dopo la morte del pittore la vedova Hogarth regalò il quadro a Garrick, che forse comunque non gradì. Di certo nel 1825 passò ancora di mano, venendo acquistato da E. H. Lockner, che dovette però subito rivenderlo a re Giorgio IV, perché gli effigiati erano così vivi da spaventargli i figli. Così almeno risulta dalle Confidences del 1896 di F. Lockner Lampson.

William Hogarth, David Garrick e la moglie, 1757-64, Olio su tela

Qualcosa di simile deve essere successo anche a Pieter Verdonck, che nel 1627 fu dipinto da Frans Hals, e il cui ritratto passò in asta a Londra da Christie’s nel 1895, realizzando 430 sterline. L’opera quell’anno era nota come “L’uomo con il bicchier di vino” per la presenza di un calice impugnato con la mano destra dal bevitore. In realtà, come si seppe dal restauro successivo, il calice e il berretto di velluto furono aggiunti da qualcuno dopo l’esecuzione: il primo per coprire l’osso che l’uomo regge, il secondo per nascondere i capelli in disordine. D’altronde Pieter era uno scapigliato intellettuale di Haarlem e l’osso di bovino doveva simboleggiare la mandibola dell’asino che fu usata da Sansone per uccidere i filistei. Il ritratto potrebbe dunque esser visto come un avvertimento moralistico per tutti quei poeti e attori amatoriali del tempo – i rederijkers – dai discorsi satirici molto pungenti. E il Verdonck non voleva troppi guai, probabilmente.

Frans Hals, Pieter Verdonck, 1627, Olio su tavola, 46.70 x 35.50 cm

Anche il divo Ingres ebbe il suo bel rifiuto, che avvenne con il quadro del bagno turco, commissionatogli dal principe Napoleone direttamente. Il Bonaparte lo tenne nelle sue stanze solo pochi giorni, per poi restituirlo all’autore. La moglie fu la causa del reso forzato, bollando il dipinto come “inadatto” per i troppi nudi effigiati e le pose sensuali. Successivamente il quadro fu modificato in qualche dettaglio e persino reso circolare, così da accentuare lo spirito voyeuristico della composizione. Oggi al Museo del Louvre è giustamente presente, ed è visto come il testamento delle tante donne dipinte, come le sue due mogli, la grande Odalisca e la famosa Bagnante. A dire il vero a Ingres fu contestato più di un quadro e persino il ritratto della Madame Riviere, che morì quindicenne, poco dopo l’esecuzione della sua immortale immagine, fu confinato per lungo tempo nei depositi della collezione. In effetti l’opera fu etichettata come “gotica” e “inesatta” al Salon del 1806, suscitando più di un risentimento nell’autore, che pur aveva ammesso qualche imperfezione. E non stupisce che oggi riappaia, con i suoi lunghi guanti, su tutti i manuali di storia delle… arti.
Le allegorie amorose di Louveciennes vennero commissionate dalla contessa du Barry a Fragonard, per la sala dei giochi del suo castello. I dipinti che eseguì furono però respinti, per motivi ancora incerti. Forse per richiesta di re Luigi XV stesso, ai cui tratti era ispirato il protagonista, o perché la contessa nel frattempo aveva cambiato gusto. O forse ancora per le dimensioni differenti dei vuoti lasciati nelle decorazioni lignee della stanza, di cui il pittore non tenne conto. Quel che è noto è che le tele furono restituite al mittente. Fragonard li vendette allora a un cugino non molto appassionato, che le mantenne per lungo tempo arrotolate. Le allegorie vennero anche proposte al museo del Louvre, che non le acquisì per mancanza di fondi e, quando nel 1915 finirono sul mercato, Joseph Duveen le comprò per la collezione di Henry Frick. E lì oggi sono esattamente esposte come Jean-Honoré voleva fossero messe.

Michelangelo Buonarroti, Tondo Doni, 1507, Olio e tempera su pannello, Diametro 120 cm

Il Tondo Doni di Michelangelo segnò forse l’inizio del manierismo ma fin da subito la sua storia presentò una strana disputa. Il committente del quadro -meglio, del tondo – era Doni Agnolo, che si era creato da solo la sua fortuna, grazie anche a una gestione del denaro parsimoniosa. Appena terminata, l’opera gli fu portata da un garzone di bottega del Buonarroti ma l’Agnolo, abituato a trattare, porse 40 ducati al giovane, invece dei 70 da dover dare. Il garzone, che non era autorizzato alla trattativa, fu colto alla sprovvista e riportò l’opera alla bottega. Qualche giorno dopo il Doni si presentò da Michelangelo chiedendo che fine avesse fatto il suo quadro ma il Buonarroti disse che il compenso pattuito era ben altro, e che a quel punto sarebbe stato il doppio. Il Doni pagò quindi i 140 ducati per riprendersi il lavoro, 70 in più di quelli inizialmente indicati, almeno secondo il Vasari.
La Morte della Vergine del Caravaggio fu rifiutata per mancanza di “decoro” e “convenienza”, principi a cui la pittura sacra non poteva prescindere nell’età della Controriforma, e i frati della chiesa trasteverina rimasero scandalizzati di fronte a quella scena. La Vergine in effetti appare come una Madonna priva di qualsiasi attributo divino, ad eccezione di un sottile cerchio dorato dietro il capo. E’ raffigurata con i capelli scompigliati, il ventre gonfio, i piedi divaricati, le caviglie scoperte, il braccio sinistro scostato dal corpo e la mano a penzoloni non congiunte sul petto. Caravaggio utilizzò come modella per la Vergine tale Maddalena Antognetti, cortigiana nota come sua amante, o forse come prostituta, affogata nel Tevere tempo prima. E le ragioni per non volere l’opera erano dunque più di una.

Hans Holbein il Giovane, Gli Ambasciatori, 1533, Olio su tavola, 206×209 cm

Per fortuna Hans Holbein dipinse gli ambasciatori Jean De Ditenville e Georges de Selve nel 1533, con quel teschio meraviglioso visibile solo di scorcio, che fu gradito fin dall’inizio. Il quadro fu poi portato a Parigi e un secolo dopo la sua creazione il cronista Camusat scrisse in una sua lettera dalla cattedrale: “si considera questo dipinto, secondo il giudizio dei più abili pittori, il più bello che la Francia possieda”. Evviva!

Nicola Mafessoni è gallerista (Loom Gallery, Milano) e amante di libri (ben scritti). Convinto che l’arte sia sempre concettuale, tira le fila del suo studiare. E scrive per ricordarle.
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