Questo articolo è pubblicato sul numero 6 di Vanity Fair in edicola fino al 9 febbraio 2021

La mattina salgo sul tetto dell’ostello in cui pernottiamo alla Isla del Sol, ho in mano una copia di Tutti i fuochi il fuoco, una raccolta di racconti dello scrittore argentino Julio Cortázar. Sul tetto ci sono due sedie di paglia: una per sedersi, l’altra per appoggiarci le gambe; davanti si distende il panorama mozzafiato del lago Titicaca. Apro il libro, e fin dalle prime pagine capisco due cose:
1. Non ho mai letto niente di simile.
2. Questo è un libro da leggere lentamente.

Resto sul tetto finché non tramonta il sole. M’immergo nel libro, fra un racconto e l’altro alzo gli occhi e guardo il lago.
Di tanto in tanto sale sul tetto Yariv, l’amico con cui sto viaggiando, e chiede come va. Gli rispondo che sto leggendo un libro. Lui annuisce scoraggiato e torna giù nell’ostello.

A questo punto del viaggio, dopo quattro mesi insieme, ci diamo ai nervi a vicenda. Lui smatta per il fatto che non sono disposto a fare alcun piano per il nostro viaggio, nemmeno da un giorno all’altro. Io smatto perché lui la mattina è antipatico, finché non beve il suo caffè non gli si può rivolgere la parola. Lui smatta perché incasino qualunque stanza in cui ci troviamo, spargo i miei oggetti dappertutto. Io smatto perché contratta per due soldi con la gente del posto e ci prova con qualunque ragazza capiti a tiro. Incluse quelle che piacciono a me.

Fra me e me sono un po’ pentito di essere partito proprio con lui, fra tutti gli amici. Anche nella sua testa con tutta probabilità passa lo stesso pensiero.
A ogni modo, il rituale si ripete l’indomani: io leggo sul tetto. Yariv di tanto in tanto si presenta e chiede come va. Gli rispondo che sto leggendo un libro. Lui annui­sce scoraggiato e torna giù nell’ostello.

Il terzo giorno sale sul tetto con un libro (Il tao di Winnie Puh se ben ricordo) e due seggiole. Si siede di fianco a me. Allunga le gambe. E comincia a leggere.
Quando finisco l’ultimo racconto del libro di Cortázar alzo gli occhi, osservo per qualche minuto un motoscafo che disegna una freccia nell’acqua del lago e poi chiedo a Yariv come va, quando si parte per la prossima meta. Lui risponde che sta leggendo un libro. Con un sorrisetto malizioso.

Ah davvero? Dico io. Scendo qualche centinaio di scalini fino al porto dell’isola. Mi apposto in attesa di viaggiatori israeliani, scambio con uno di loro Tutti i fuochi il fuoco con Delitto e castigo di Dostoevskij. Me lo porto sul tetto. E comincio a leggere. Con la coda dell’occhio noto che Yariv sbircia il tomo spesso che tengo in mano, preoccupato.

*

Se fosse una storia di Cortázar saremmo rimasti imprigionati in questa spirale di ripicche per mesi, anni. Ci sarebbe cresciuta la barba a forza di leggere, e poi sarebbe incanutita, finché non avremmo esalato l’anima in nome del principio, sul tetto dell’ostello della Isla del Sol.
Nella realtà, scendendo al porto per scambiare il libro Yariv incontra Clara, una svedese, e mi lascia un biglietto al desk dell’ostello: continua il viaggio con lei, gli sembra l’unico modo per salvare la nostra amicizia.
Io finisco Delitto e castigo, mi rado, e proseguo per la meta successiva.

(Traduzione di Raffaella Scardi)

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