Mana. Sacro e profano nel carnevale barbaricino è un progetto fotografico di Dario Coletti confluito in un’esperienza di ricerca collettiva e interdisciplinare, attivando un processo dialogico che ha coinvolto ricercatori, curatori, artisti, filosofi e antropologi e che si vedrà concretizzato in un progetto espositivo ed editoriale. Il nucleo di immagini, scattate dal 1995 al 2016 e riemerse durante il lockdown da una ricerca d’archivio del fotografo, racconta il tradizionale carnevale della Barbagia, in Sardegna, attraverso uno sguardo che indaga la sacralità del rituale collettivo e l’identità del Mediterraneo nella relazione con l’altro e l’invisibile.

Ho sempre apprezzato come, nel tuo lavoro, il rigore della ricerca antropologico-visuale coincida con un’acutezza di sintesi in cui l’immagine si fa assoluto, affermando la propria autonomia estetica. Si potrebbero guardare queste immagini, lasciandosi travolgere da esse, senza necessariamente conoscere i processi che vi sottendono. Eppure, la dimensione del racconto rimane una costante imprescindibile del tuo lavoro, che pur se in costante trasformazione non ha mai rinnegato la sua radice documentaria. Questa costante narrativa, che nel tuo corpus di produzione si ramifica sia in esiti visuali che verbali, è da tempo al centro delle nostre conversazioni, e forse proprio questa relazione tra testo letterario e “testo visivo” potrebbe essere un buon punto di partenza per questa breve discussione.

Nel dibattito culturale trova tuttora posto una polemica circa il primato, nella narrazione dei fatti, tra il testo scritto e il testo visivo. È una contesa che non riesce ad appassionarmi: mi sembra più corretto parlare di collaborazione tra i due testi, tra le due diverse discipline del narrare. Varrebbe la pena di interrogarsi sulla loro funzione e sulla loro capacità di diffondere correttamente notizie e modi di pensare, sull’importanza della conoscenza, dell’onestà intellettuale e del senso di responsabilità necessario per diffondere informazioni e raccontare storie. Storicamente, nelle società che si sono succedute dagli albori dell’umanità ad oggi, l’azione del comunicare è stata una necessità, un segno di progresso e di democrazia. Quando mi interrogo sul lavoro che svolgo mi rendo conto di quanto la motivazione del mio agire sia legata alla mia condizione di appartenente all’Umanità, alla mia curiosità, all’adesione a un processo progressivo e democratico. Il tema del rapporto tra testo e immagine presenta due aspetti fondamentali: il primo è di natura significante, di servizio, di pubblica utilità, la trasmissione corretta delle informazioni e del pensiero. Il secondo è di natura estetica, dove la disposizione gerarchica di parole all’interno del testo dialoga con l’insieme di simboli che popolano un’immagine. Alcune volte mi piace mettere la parola al servizio dell’immagine, altre volte gioco a fare il contrario.

Dario Coletti, Lula, 2011

Non è un caso che questa molteplicità, elemento sostanziale del tuo lavoro, abbia trovato un suo naturale sviluppo nel dibattito teorico in corso, anche grazie all’impegno del collettivo di ricerca Filosofia in Movimento. Un altro aspetto che vorrei approfondire è la vicenda biografica di Mana, un nucleo di immagini riemerse dal tuo archivio dopo essere state “scartate” e lasciate sedimentare per anni. Quello dell’archivio è un tema fondamentale, sia in fotografia che nelle arti visive in generale: talvolta, questo corrisponde a un vero e proprio mondo sommerso, in cui ogni immagine scelta porta il peso di centinaia di rinunce.

L’idea del mondo sommerso o sotterraneo mi piace, potremmo declinare il titolo del romanzo Memorie del sottosuolo di Dostoevskij proprio nell’ottica della memoria del fotografo, che in parte è insediata all’interno del suo corpo, là dove si registrano le emozioni e i sentimenti, e in parte resta incastonata negli scarti dei suoi lavori. L’archivio, in questo caso, corrisponde al sottosuolo, un territorio buio attraversato da un brulichio vitale che, una volta svuotato dalle immagini centrali, viene riposto e dimenticato. In un certo momento, il brulichio diventa assordante e perseguitante, sino a quando non inforchi il lentino, metti i provini sotto una lampada e cominci a scorrere fotogramma per fotogramma, accorgendoti che la tua memoria ha oscurato immagini e visioni superiori, per forma e contenuto, alla tua capacità di intenderli. Così è successo per Mana: durante il lockdown ho avuto più tempo per riordinare i faldoni dei miei lavori pregressi e mi sono imbattuto in una busta di negativi sviluppati sei o sette anni prima, che appartenevano a un lavoro realizzato durante il Carnevale barbaricino. Mi sono ricordato che li avevo scartati perché, osservando direttamente i negativi, li avevo trovati imperfetti, con ombre troppo marcate e toni troppo bassi; è possibile che mi sia arreso di fronte alla difficoltà di realizzare delle stampe tecnicamente perfette. È bastato scansionare il primo fotogramma per essere catapultato in un mondo rovesciato, dove l’oscurità non mi comunicava un senso di malessere, ma di eccitazione.

Dario Coletti, Gavoi, 2011

Questa vitalità sommersa, in effetti, apre un varco sul tema dell’autorappresentazione, intesa come capacità delle immagini e dei testi che produciamo, così come dell’attività critica che esercitiamo su di essi, di riflettere processi o moti interiori in momenti diversi. Cosa è successo in questo caso?

Mi sentivo come se da uomo razionale mi fossi trasformato in un attimo in un adoratore di quelle forze intestine, oscure che la vittoria di un pensiero manicheo aveva relegato nell’ambito del maligno oltre i confini dell’umanità. In quella immagine trovavo quell’energia che durante la mia vita ha ispirato i momenti d’istinto, quelli legati all’amore carnale, alla ribellione furiosa per una catena imposta, per un torto subito. Un’immagine mi stava educando ad amare una parte dell’uomo che viene, nei racconti virtuosi, trattata alla stregua di un’entità maligna, distruttrice, negativa. Nella mia mente ho letto: io sono l’oscuro, io sono il luminoso, io sono la contraddizione, io sono l’uomo.

L’articolo Dario Coletti, vent’anni di fotografia tra l’altro e l’invisibile proviene da exibart.com.