Demetrio Stratos, lo strumento-corpo oltre la poesia sonora

Se qualcuno, mettiamo da qui a cinquant’anni, si mettesse a frugare nella discografia italiana della seconda metà degli anni ’70 scoprirebbe che, in un Occidente devastato da una lunga crisi economica e politica, tra fabbriche e avanguardie di massa che si esauriscono, livelli di disoccupazione che crescono, l’unica alternativa culturale sembrava quella della musica di Metrodora e della voce di Demetrio Stratos. La sua voce, incisa su vecchie tracce del Centro Studi di Fonetica (CNR dell’Università di Padova), gli fa rifiutare sdegnosamente la qualifica di cantante per i suoi prodotti sonori, rivendicando il titolo di strumentista vocale. Stratos si propone come unico strumento vocalizzatore umano e fusionale, spingendosi più in là dei poeti sonori, cercando con il suono della voce il superamento del cantautorato, ma di restare popolare.
Demetrio Stratos, la più grande figura della sperimentazione musicale mondiale, morì il 13 giugno 1979, al Memorial Hospital di New York, dove andò a curarsi da una gravissima forma di anemia aplastica. Per raccogliere i fondi, per la costosa degenza in attesa di un trapianto di midollo osseo, fu organizzato a Milano “Concerto per Demetrio” ma il cantante, un giorno prima, spirò per collasso cardiocircolatorio. La ripresa, forse un po’ modaiola della poesia sonora e dei linguaggi di recitazione intermediale, potrebbe essere l’occasione per una rivalutazione del complesso performatico della sua produzione artistica, della quale negli ultimi decenni, salvo pochi appassionati, si è quasi dissolta la memoria. Eppure Stratos è stato un pezzo imponente della denuncia e della narrazione della generazione degli anni Settanta, portando a popolarità il suono stesso della parola, considerandola un “secondo segnale” di qualsiasi realtà musicale. È da ricordare che durante il festival mondiale della gioventù a Cuba (1978), gli organizzatori cubani entusiasti delle sue ricerche gli offrirono ulteriori spazi per esibirsi anche da solista.

Lo chiamavano l’aedo errante! Di se stesso Demetrio diceva: «Sono un Metrodora, che si espande!». Aveva una consapevolezza assoluta del suo lavoro sul linguaggio, fino al punto da dialogare direttamente con scienziati ed esperti di foniatria, psicanalisti, antropologi ed etnomusicologi, per unificare le acrobazie della lingua con il concetto e la tradizione popolare. La musica e la poesia sono state sconvolte profondamente, nella loro natura e nei mezzi di applicazione e di comunicazione, dalla comparsa del lavoro sulla voce di Demetrio e del suo confronto con le tecnologie di registrazione, di ritrasmissione e di sintesi. La maggior parte delle musiche ha sempre avuto origine nell’espressione vocale e polistrumentale, ma Demetrio ha posto un nuovo orizzonte di apertura totale, dove il corpo non segue la traccia strumentale, ma la “voce arriva direttamente”. Se attualmente si parla di suono digitale, si continua pur sempre a pensarlo in termini strumentali, nonostante il fatto che la registrazione dei suoni permetta di concepire la musica senza collegare automaticamente il suono a una causa.
Nella sua esperienza con gli Area contiamo: Arbeit macht frei (1973); Caution Radiation Area (1974); Crac! (1975); Are(A)zione (Live:1975). Mentre alcune delle mirabili tracce da solo, sono: Metrodora (1976), La cantata rossa per Tall el Zaatar (con Gaetano Liguori e Giulio Stocchi 1976/1977); O’Tzitziras O’Mitziras (1978); Cantare la voce (1978). Le voci di quella vita sono davvero particolari, per chi è vissuto appena pochi anni dopo: più forti di un’orchestra dalle tinte forti, più disgraziati e incredibili di ogni sorte avversa. Con gli Area e senza gli Area, Stratos aveva stupito il mondo. La musica sperimentale, della voce e della poesia estrema; quelle canzoni, che facevano superare il dolore dei secondi anni Settanta e l’orchestrazione performatica della vita di tutti i giorni, rimanevano le voci disperate di un movimento con la testa alta e dal cuore orgoglioso di “volere tutto” (Nanni Balestrini). Quando Demetrio cantava la voce, ogni cosa si fermava, ognuno restava ad ascoltare, come a seguire un richiamo primordiale. Il suo canto è un sussurro e un grido, «una diplofonia» e una «flautofonia», che ha incontrato le sue radici, ma anche poeti come Nanni Balestrini e musicisti come John Cage. C’era in Demetrio, in quel raro gioco di voce tra le voci e nella sua ugola tonante, tutto l’amore che, interpretando le sue «strumentività», lui viveva fino allo sfinimento: si può scorgere nei documenti filmati la versatilità coinvolgente, che sprizza dalle sue estensioni austere. Demetrio riviveva le storie della sua terra d’origine, la metamorfosi nel campo della ricerca multi-tonale e multimediale, suscitando un groppo in gola a migliaia di giovani di quello scorcio di fine ‘70. Un momento davvero di cultura alta, popolare, spontanea e al contempo di profonda ricerca. Una cultura della voce che era figlia della memoria vissuta e dell’espansione dell’antico-naturale che si fa, immediatamente, estremo moderno.

Demetrio Stratos

Per i greci la musica era un’arte che comprendeva anche la poesia, la danza, la medicina e le pratiche magiche, oltre che testimonianza di numerosi miti. Uno è quello di Orfeo, l’inventore della musica, che riuscì a convincere gli dei dell’Ade a restituire la scomparsa sposa Euridice. Pitagora sosteneva che la musica, prodotta dalla rotazione dei corpi celesti, rappresentasse l’armonia e l’ordine del cosmo. Aristotele credeva nella capacità della musica di produrre una purificazione nell’ascoltatore, proprio perché in grado di imitare tutte le emozioni che ci tormentano. La voce, il corpo e le sue sinestesie sono il fulcro di un’esperienza insieme pratica e teorica, che nello sforzo di tradursi in un sistema duttile e flessibile, pronto a rinnovarsi nel confronto/incontro di ogni caso specifico, acquista una indubbia valenza catartica. Demetrio tutto questo era in grado di farcelo percepire suonando quell’unico strumento che era la sua voce.

La vocalità di Demetrio Stratos è quanto di più personale e più vivo la performance sonora abbia posseduto. Demetrio era la sua stessa voce, era la grana della voce, per usare un’espressione di Roland Barthes; essa era come la pelle della sua psichicità a cui dava forma, veicolandola all’esterno. Demetrio ci ha confermato, infatti, che esiste una fisiognomica della voce, così come esiste una fisiognomica dei volti. Anzi, come Stratos sapeva molto bene (e in questo il suo approfondimento diventa un po’ inquietante, quasi un heimlich, al pari di tutto ciò che riconduce alla magia di una sapienza filogenetica), non solo è possibile riconoscere dalla voce le caratteristiche espressive del cantore greco, ma indovinare molto del suo mondo interno e dei suoi segreti espressivi. E così, la partita si gioca per intero nell’ambito del corpo, che non è solo corpo: in esso trova infatti dimora una qualche intelligenza originaria del suono, la necessità di governare la visceralità dell’esistere, come frutto abissale del caos primigenio, che emerge al di sopra dell’immagine del corpo.
È così che la voce di Stratos ci ha segnati, mettendosi al centro dei nostri anni ’70, trasformandosi, ben presto in veicolo privilegiato, non solo per aprirsi ai suoni della comunità, ma anche per scoprire e conoscere il sé di noi stessi. Un’esperienza di vita e d’arte come quella di Demetrio è destinata a restare per sempre: memoria della memoria e consapevolezza del suono e della voce. Ribellione ed estensione di chi, con le sue cordofonie (cordofoniatrie) senza confini, ci ha regalato nuova vita.

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