Nel mese di dicembre scorso ha inaugurato ad Addis Abeba Anthropogenic Bridge, installazione site-specific permanente che Eugenio Tibaldi ha realizzato presso il Zoma Museum, inaugurando il Bridge Residency Program. Con la curatela di Meskerem Assegued (Zoma Museum) e Adriana Rispoli, il progetto Anthropogenic Connection si è articolato nelle due opere Anthropogenic Bridge e Anthropogenic Herbarium, il primo un ponte “non-ponte” che invita il fruitore a interagire con esso e il secondo un particolare diario di viaggio sotto forma di erbario. Il progetto costituisce l’ultimo capitolo di Under the Spell of Africa, progetto più ampio curato da Adriana Rispoli tra il 2019 e il 2020, nell’ambito del programma Italia Cultura Africa promosso dal Ministero degli Affari Esteri.

Anthropogenic Connection: le parole di Adriana Rispoli ed Eugenio Tibaldi

Dopo i lavori di Raffaela Mariniello ad Abidjan (Costa d’Avorio) e di Flavio Favelli a Città del Capo (Sud Africa), Anthropogenic Connection è l’ultimo capitolo di un progetto più ampio voluto dal Ministero degli Affari Esteri e curato da Adriana Rispoli. Under the Spell of Africa si è basato su un’idea di scambio culturale. Quali erano le aspettative su questo progetto e quali sono quei risultati ottenuti che potete riconoscere come davvero rilevanti?

Adriana Rispoli «Da anni i miei interessi curatoriali si basano soprattutto su idee progettuali site specific, ovvero nella ricerca di un confronto attraverso l’arte tra luoghi e comunità con tutti i diversi linguaggi che l’arte contemporanea utilizza. In Under the Spell of Africa fotografia, pittura e installazione sono stati alla stessa maniera medium di relazione con specifiche realtà naturalmente molto diverse, ma che ugualmente hanno portato alla generazione di dialoghi.

Al di là dei risultati, ovvero delle opere realizzate, l’aspetto davvero rilevante è stato il processo di realizzazione dei singoli interventi frutto di serrati confronti ed il bagaglio di relazioni generate, in particolare per il progetto di Eugenio Tibaldi ad Addis Abeba. Il sopraggiungere della pandemia, infatti, ci ha impedito di seguire la parte finale della produzione dell’opera mettendo ancora più in evidenza l’importanza della collaborazione con la dimensione locale già nel dna del ponte e ben espressa anche nel documentario Eugenio Tibaldi_Antrhopogenic Connection, a sua volta un lavoro sinergico tra realtà italiane ed etiopiche.

È proprio in questo confronto che risiede il valore di progetti come Under the Spell of Africa, il cui obiettivo in definitiva è quello di generare produttivi dialoghi tra realtà culturali lontane attraverso lo strumento dell’arte».

Eugenio Tibaldi, nella tua pratica artistica è frequente il confronto con il contesto urbano in cui vai ad operare, sei attratto dalle periferie e dal concetto di marginalità. Addis Abeba è una città complessa e in via di sviluppo, com’è stata la tua esperienza lì? In particolare, raccontaci della cooperazione tra te e le maestranze locali.

Eugenio Tibaldi «In generale lavoro grazie agli impulsi esterni, dimensiono la mia ricerca nel costante confronto con l’ambiente sociale e con le sue tracce. Nello specifico nelle tracce del margine (margine inteso come condizione sia fisica che mentale). La dimensione marginale negli anni si è delineata come una condizione germinale nella quale ritrovo possibili istanze estetiche alternative. Addis Abeba è stata un’esperienza molto importante da questo punto di vista in quanto è una città centrale per tutte le dinamiche che interessano il continente africano (sede dell’Unione Africana, della banca mondiale e di molti altri enti economico-politici, oltre ad essere  collegata con la Cina con svariati voli giornalieri) ed allo stesso tempo si possono trovare all’interno di essa moltissimi elementi tipici delle dinamiche informali che caratterizzano le zone del mondo marginali che più mi attraggono.

Comprendere tale complessità necessita di uno studio molto più approfondito rispetto a quello che io ho portato avanti in questo progetto nei mesi passati grazie al sostegno ed alla collaborazione dell’Istituto Italiano di Addis Abeba, per cui ho deciso di farmi guidare più da una sorta di istinto e di osservazione per ottenere un ragionamento che non mira a dare soluzioni né giudizi, una semplice osservazione da cui trarre gli elementi utili per poter costruire un punto di vista.

Questa ricerca mi ha portato ad immaginare un’installazione che si è delineata fin da subito e arricchita della collaborazione attiva di tutte le persone che mi hanno affiancato nella realizzazione, in un modus operandi che seguo ormai da tempo che comporta una sorta di parziale perdita di controllo sul risultato finale ed una riprogettazione continua degli elementi che compongono l’installazione. L’installazione stessa rappresenta l’applicazione di una dinamica tipica delle costruzioni marginali, o abusive, che non posso essere progettate ma bensì post-progettate in quanto rappresentano un bilanciamento fra la volontà del proprietario, il contesto geografico e sociale, le possibilità economiche a disposizione, le competenze tecniche e anche il gusto estetico di chi fisicamente la realizzerà.

Questa dimensione del mio lavoro nasce dalla volontà di non fermare il risultato alla mia singola percezione ma di lasciarlo aperto alle influenze esterne e mi permette di essere autore e fruitore dell’estetica che viene a definirsi. Il risultato finale è spesso in grado di incidere sulla costruzione del mio progetto futuro.

Anthropogenic Bridge si inserisce nel più ampio Bridge Residency Program del Zoma Museum: artisti da tutto il mondo saranno invitati a realizzare dei ponti “artistici” permanenti che andranno a sostituire quelli temporanei che oggi collegano i vari canali di irrigazione del giardino. Da dove la scelta di costruire un ponte ex novo?

ET «Antrophogenic Bridge è la messa in pratica dell’osservazione svolta sulla città trasportata ed applicata alla costruzione di un ponte. Dopo lunghi confronti con Meskerem Assegued, co-curatrice insieme ad Adriana Rispoli e direttrice dello Zoma Museum, siamo arrivati alla decisione di ubicare il ponte centralmente al parco del museo dove passa il canale più grande, ed esattamente nel punto in cui la zona espositiva confina con quella didattica dedicata. La connessione fra le due zone era per me fondamentale in quanto una delle percezioni più forti che ho avuto all’interno della capitale etiope e che il suo assetto demografico la renda una città del futuro più che una del presente.

Gli elementi semantici che ho utilizzato nel ponte sono moltissimi, la scala tipica dei ponti veneziani è stata scelta per creare un punto di vista rialzato su tutto il complesso del museo, la piattaforma centrale rotonda è un luogo in cui sostare ed osservar il labirinto di vialetti che ricorda il senso di disorientamento provato girando per la città.

Lo scivolo che permette di raggiungere la zona didattica, senza dover compiere un lungo giro, è un elemento metaforico che richiede agli adulti di compiere un’azione inusuale e forse anche scomoda (quindi di doversi in qualche misura mettere in gioco) e di attrarre i bambini con la promessa del gioco offrendogli la possibilità, anche solo a livello osmotico, di assorbire un’estetica che parla della loro stessa città. I materiali arrivano tutti dal corpo di Addis Abeba, recuperati, lavorati e dipinti girando per i vari quartieri.

L’aspetto giocoso e pop che il ponte presenta è il risultato dell’enorme varietà cromatica presente e dalle forme naturali che mi hanno guidato nella costruzione. In contemporanea, il ponte, porta con se un forte valore concettuale ed una riflessione sulle condizioni di vita, sulla gestione dei rifiuti e su molti altri aspetti in forte evoluzione all’interno della capitale etiope».

Secondo recenti studi, nel mondo in cui viviamo l’intero peso della biomassa – quindi il peso di tutti gli organismi viventi sulla Terra – è stato superato dal peso dei manufatti umani. Tibaldi, per Anthropogenic Bridge,ha riutilizzato plastica, copertoni esausti e lamiere di ferro, tutti materiali di scarto. In che misura pensi che oggi l’arte debba intervenire nel discorso e nell’azione globale sulla sostenibilità?

AR «Che l’arte svolga un ruolo cruciale nella società è un dato assodato e gli artisti che nel loro processo riflettono sull’ambiente compiono veri e propri atti di “attivismo poetico” facendosi carico della responsabilità del loro messaggio, sfruttando le potenzialità di un linguaggio ipertestuale per colpire le coscienze in una modalità diversa.

La sostenibilità ambientale è un elemento imprescindibile del presente ed essendo l’arte lo specchio del nostro tempo è inevitabile che si confronti con essa. Soprattutto in un momento storico come questo in cui la pandemia ha evidenziato le nostre fragilità e l’imprescindibile relazione tra tutti gli esseri viventi, gli artisti sono, o dovrebbero essere, sacerdoti di una moralità verso il nostro pianeta mirando alla diffusione della conoscenza e aspirando all’influenza sui nostri comportamenti quotidiani. Artista e attivista è infatti un binomio sempre più frequente.

Nel caso di Eugenio Tibaldi la speculazione sul rapporto tra natura e uomo è presente sin dai primordi e la dinamica del riciclo nonché la lettura dell’estetica del frammento e dello scarto diventano, oltre al fondamento del suo modus operandi, strumenti di riflessione per il pubblico. Un’altra dimostrazione di questo imprescindibile legame è lo stesso Museo Zoma di Addis Abeba, un laboratorio di discipline correlate che si basa proprio nella strettissima relazione tra natura e cultura, affidando proprio agli artisti un fondamentale ruolo didattico verso le nuove generazioni».

Anthropogenic Connection è un progetto che comprende Anthropogenic Bridge e Anthropogenic Herbarium. Il primo è un ponte, simbolo di una “relazione creativa” tra due culture differenti e Adriana Rispoli l’ha giustamente definito una macchina celibe: l’elemento ludico dello scivolo annulla la totalità del carattere funzionale di questa struttura inserendo il concetto del gioco. Com’è nata quest’idea? L’erbario mette insieme immagini della città e rappresentazioni di varie piante, quali sono stati i criteri alla base della realizzazione?

ET «Anthropogenic Connection è un solo ragionamento che si è plasmato nello spazio dello zoma attraverso Anthropogenic Bridge e nel tempo che stiamo vivendo (pandemia e relativo lock-down) nelle tavole di Anthropogenic Herbarium. Questi studi sono stati un esercizio di rispetto, un modo per poter approfondire, con il tempo tecnico della manualità, l’analisi dei quartieri che mi avevano colpito, abbinando ad ognuno di essi una forma vegetale che contenesse caratteristiche estetiche, evolutive e comportamentali comuni al quartiere.

Questa forma di analisi ipotizza una crescita naturale della città, priva di un vero e proprio piano urbanistico, che la avvicina più alla forma di una foresta e per questo soggetta e costretta a grandi rivoluzioni quotidiane ed a continui riadattamenti. Una condizione precaria che è tipica dello spazio marginale e che unisce da un lato un forte dinamismo e dall’altro una grande fragilità.

A guidarmi in questa sorta di parallelismo fra natura ed artificio è stato lo scenario della città stessa, ho sentito da subito la forza della natura sull’altopiano e la massiccia presenza dell’uomo danzare insieme in una tensione che non vede né vinti né vincitori e spesso si risolve in una convivenza unica nel suo genere. Se si pensa che i grandi boschi che circondano Addis Abeba sono a loro volta artificiali creati con la pianta di eucalipto importata da re Menelik alla fine dell’800 per generare legna rapidamente. Nonostante la sua origine estranea la pianta oggi è il simbolo di della città, questa storia aiuta a comprendere quanto le dinamiche sociali, naturali ed antropiche siano connesse.

Le tavole sono infine anche una sorta di resa, l’accettazione dell’impossibilità di comprendere tutte le forze in campo in questo momento sulla città che sembra quasi stordita, drogata dai grandi cantieri cinesi, dalle start up finanziate dall’occidente, dalla ricerca dei minerali rari, dai riassestamenti geopolitici ecc ecc. L’immedesimarsi nell’antropologo di fine ‘800 che dopo un lungo viaggio al tavolo nel suo studio traferisce appunti ed immagini del nuovo mondo, spesso miscelando percezione, realtà e fantasia, tentando, con strumenti insufficienti, di descrivere la meravigliosa diversità a cui si è trovato di fronte».

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