Diritti umani: nel 2020 qualcosa di buono c’è stato

Le libertà negate nel mondo
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Le libertà negate nel mondo

Sembra difficile immaginarlo ma il 2020 è stato anche un anno in cui qualcosa di positivo è accaduto. Parola di Amnesty International. «Non mancano le buone notizie» ha spiegato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia presentando il rapporto annuale dell’organizzazione internazionale che lotta contro le ingiustizie e in difesa dei diritti umani nel mondo.

«Penso a un tema, quello della pena di morte, con il Colorado che è diventato (il 27 febbraio 2020, ndr) il ventiduesimo Stato degli Stati Uniti ad averla abolita. Sono stati fatti passi avanti anche nella tutela dei diritti delle donne, c’è stato un profondo cambiamento, ad esempio in Sudan». Ma anche in Danimarca, dove lo scorso dicembre, accogliendo le richieste di Amnesty e dei movimenti per i diritti delle donne, il parlamento ha approvato la legge che stabilisce che il sesso senza consenso è stupro.

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In Sierra Leone, il 30 marzo il governo ha abolito il decreto che impediva alle ragazze incinte di prendere parte alle lezioni e agli esami, «per non influenzare negativamente le altre alunne». In un paese dove l’educazione sessuale non era considerata una priorità e con elevatissimi tassi di maternità infantile, quel provvedimento era una punizione che dava ancora più forza allo stigma e al giudizio morale.

A spingere il governo della Sierra Leone a cambiare rotta, spiega Amesty International, «ha contributo la sentenza emessa il 12 dicembre 2019 dalla Corte di Giustizia della Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale, che aveva dato ragione a un ricorso presentato dall’Ong sierraleonense Wawes, da Equality Now e dall’Istituto per i diritti umani e lo sviluppo in Africa, appoggiato da Amnesty International».

Anche in Italia si sono registrate sentenze importanti: il 27 maggio il tribunale di Messina ha condannato a 20 anni di carcere un guineano e due egiziani per aver torturato, picchiato e lasciato morire migranti trattenuti in un centro di detenzione di Zawiya, in Libia. Mentre il 30 agosto, a seguito di una sentenza del Tribunale civile di Roma, «sono arrivati via aereo, per presentare domanda di protezione internazionale, cinque richiedenti asilo eritrei che l’Italia aveva illegalmente respinto in Libia nel 2009, dopo averli soccorsi in mare con una nave militare».

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