Per Ester Pantano il pianto non è qualcosa di cui vergognarsi, ma uno sfogo necessario, un modo per scaricare l’emozione trattenuta dalle fibre del corpo e liberata tutta d’un colpo, in maniera prorompente. «Quando ero piccola, mia madre mi ha iscritta a un festival di canto ma, visto che ero super timida, tra una canzone e l’altra l’emozione era talmente forte che scoppiavo a piangere, un fiume in piena. L’idea di fare un corso di teatro è nata da questo: dal cercare un modo per gestire l’emotività senza bloccarla, ma neanche lasciarla libera» spiega Ester al telefono dalla sua casa di Roma, città nella quale si è trasferita 8 anni fa dalla Sicilia.

Sicilia che ritrova, anche se il suo versante è quello catanese e non quello trapanese, in Màkari, la nuova serie diretta da Michele Soavi prodotta da Palomar insieme a Rai Fiction che debutterà su Raiuno lunedì 15 marzo in prima serata. Pantano interpreta il ruolo di  Suleima, una giovane donna che, per pagarsi gli studi di Architettura, approfitta dell’estate per dare una mano al ristorante di Marilù, una cosa che la stessa Ester, che abbiamo apprezzato al cinema in film come Notti Magiche di Paolo Virzì e in televisione in fiction come Imma Tataranni e in pellicole come La mossa del cavallo, ha fatto quando frequentava il Centro Sperimentale.

Insomma, anche lei si è dedicata ai lavoretti.
«Ho fatto la cameriera per molto tempo fino a quando non ho avuto la grande fortuna di riuscire a vivere del mio mestiere. Se c’è una cosa che mi accomuna a Suleima è la grandissima voglia di indipendenza: i miei genitori avrebbero potuto darmi una mano, ma io volevo fare da sola, come se continuassi a ripetermi “ce la faccio e, se posso, ti do pure una mano”».

Una volta in cui si è detta di essere diventata indipendente?
«Quando sono andata a vivere da sola nel 2016, a 27 anni».

Prima, però, ha viaggiato molto all’estero per motivi di studio: non era un’indipendenza anche quella?
«Assolutamente sì. Penso, per esempio, a New York, una città in cui mi piacerebbe tanto vivere in futuro e che mi ha insegnato che il tempo è prezioso e che fugge un po’ per tutti. Ho sempre avuto una grande fame di cose nuove, di scoperte, e ho sempre cercato il bello in ogni cosa: i viaggi, in questo, sono stati fondamentali perché mi hanno permesso di conoscere decine di ragazzi stranieri che avevano il mio stesso sogno. Mi sentivo uguale a qualcuno che era molto diverso da me».

Poi torna in Italia: con quale spirito?
«Cercando di prendere il meglio, con la consapevolezza di aver abbattuto tanti luoghi comuni. In America, un’attrice con una carnagione scura come la mia, per esempio, l’avrebbero sicuro scritturata per il ruolo della latina: tutto il mondo è un po’ paese. Il problema è lo spirito, che deve essere battagliero e deve sempre riservarti la possibilità di scegliere».

Lo spirito che la porta a recitare quando nasce?
«Quando da piccola facevo ginnastica artistica e il corpo libero era uno spettacolo: è stato il mio primo impatto con il mostrarsi. Poi è arrivato il canto, l’emozione che dovevo imparare a gestire e, da lì, il teatro. Sopratutto per cercare un equilibrio».

Lo ha trovato?
«Dipende. L’emotività, dopotutto, fa parte di noi: c’è chi ha premura a nasconderla, ma io mi libero quando piango. Me lo dicevano come critica: “tu piangi sempre”. Ma che brutto, però, negarci di poterlo fare: mi piace l’idea di conservare un po’ della bambina che ero, di rimanere estasiata dalle piccole cose, anche dalla luce che entra in salotto».

Canta ancora?
«Canto sempre. Sto studiando per il doppiaggio cantato per la Disney. Tutti i miei riferimenti sono in quel mondo».

Tipo?
«La canzone della Sirenetta, quando Ariel comincia a raccontare i souvenir di un mondo che viene da fuori e che lei sente il bisogno di vedere. Non vuol dire che quello che ha non è abbastanza, ma sa che c’è dell’altro: ogni volta che ricanto quella canzone è un pianto, la conosco a memoria, è sempre un’emozione che va dritta nello stomaco».

Màkari
Màkari
Màkari
Màkari
Màkari
Màkari
Màkari
Màkari

Da bambini spesso non abbiamo la consapevolezza di cosa voler diventare da grande: lei, a un certo punto, si iscrive a Lingue, poi lascia. Cosa accade?
«È stata una scelta legata a dei piccoli traumi con la docenza universitaria: avevo idealizzato troppo quel mondo, mi ero convinta che i docenti dovessero trasmettere l’amore e il sentimento in quello che spiegavano ma, molto spesso, avevano un atteggiamento sprezzante nei confronti dello studente. So che purtroppo non possiamo scegliere i professori, ma sono convinta che molte delle rinunce di chi cambia percorso dipendano da questo. Le fortune non sono tante, ed è per questo che dobbiamo soffermarci sulle piccole lucciole che si stagliano in questi bui immensi».

Cos’è la luce?
«Qualcosa che dà calore e nitidezza, qualcosa di bello che ti dà forza nel presente e ti fa ben sperare per il futuro. È come un cappotto rosso in mezzo a tanto nero, a tanta tristezza e depressione che in questo momento sono tantissime. Certe volte cercare di rimanere su è anche cercare di non andare giù».

Il suo futuro lo vede pieno di luce?
«Vorrei un futuro che mi permettesse di rimanere fedele a me stessa. Anche se sembra banale, il mio sogno più grande è essere felice e non essere bulimica quando la felicità arriva. È un sentimento che bisogna coltivare nel quotidiano: ripenso a quel meraviglioso film che è The Hours, a Meryl Streep che spiega a sua figlia che non vedeva l’ora che la felicità arrivasse salvo poi rendersi conto che la felicità era già lì. Magari siamo lì che ci diciamo “voglio fare il provino” e ci dimentichiamo quanta energia c’è nel volerlo fare: un’energia che è completamente diversa quando il provino lo hai ottenuto. L’importante è continuare a desiderare, sempre».

(Foto in apertura di Lucia Iuorio, Hair & Makup: Cinzia Carletti @makingbeauty; Stylist: Valeria Amery Palombo; Tuta e stivali: Twin Set; Cintura: Gucci; Orecchini: Iosselliani)

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