Questo articolo è pubblicato sul numero 2 di Vanity Fair in edicola fino al 20 gennaio 2021

La felicità è noiosa, sosteneva la mia prima insegnante di scrittura. Nel cuore di ogni storia davvero buona, c’è del dolore. All’epoca mi sono trovato d’accordo con lei. E forse anche oggi. Alcuni anni fa però ho creato sul mio computer un file segreto intitolato «Fotografie dall’album della felicità». Di tanto in tanto lo apro. E scrivo


A Julio

Il graffito con le spighe catturò i suoi occhi già la prima volta che lo vide, sul muro vicino al cimitero. Ma ci volle tempo per fare il collegamento. All’inizio lo trovò semplicemente bello. Cinque spighe, quattro delle quali inclinate verso destra, la quinta verso sinistra. Spiccavano nella loro delicatezza rispetto alle altre scritte, quasi tutte scarse imitazioni di graffiti americani, lettere grassottelle e presuntuose.

La seconda volta che notò le cinque spighe fu alla stazione del treno. Sul muro vicino all’entrata. Si soffermò nei pressi per qualche istante, in cerca di una firma o di un riferimento all’identità del pittore. Poi le fotografò. Intendeva spedire la foto alla figlia, che un tempo amava disegnare. Avrebbe apprezzato la composizione. Ma temeva che lei considerasse anche quella semplice condivisione come una invasione della sua privacy. O come un rimprovero perché non disegnava più. Negli ultimi anni era così sensibile. Così spinosa. E nelle ultime settimane aveva del tutto smesso di parlare con loro. Tornava da scuola, si rinchiudeva nella sua camera fino a sera e poi usciva a camminare con la sua amica malinconica. Sempre la stessa.

Le sta succedendo qualcosa, gli aveva detto sua moglie una sera, mentre aspettavano che rientrasse fingendo di non essere in attesa che rientrasse.
È l’adolescenza, quello che le sta succedendo, aveva risposto lui.
Ma sua moglie aveva insistito, c’è qualcosa che non ci racconta.

Quando vide le cinque spighe sul muretto dello spiazzo davanti al grande magazzino in centro, per la prima volta s’insinuò il sospetto. Sotto le spighe c’era un segno in giallo, che le volte precedenti era sottile. Invece questa volta era in un colore fosforescente, vistoso, che gli rammentò qualcosa. Non mise a parte la moglie perché non ne era certo, ma l’indomani aspettò che la figlia uscisse per andare a scuola, poi entrò nella sua camera e prese dallo scaffale più alto il suo blocco da disegno. Ed eccoli lì, pagina dopo pagina, soli gialli posizionati in fondo al foglio – invece che in cima, come li avrebbe disegnati la maggioranza dei bambini.

Le bombole di spray le trovò facilmente. Nascoste nell’armadio di servizio. Rimase indeciso su cosa fare per un secondo, poi non più.

Invece nel corso di tutta la preparazione, in effetti fin quasi all’ultimo istante, si domandò: cosa intenderà dire chi disegna spighe in tutta la città? E come le avrebbe chiarito, con quello che avrebbe disegnato di fianco alle sue spighe, che lui voleva recuperare la comunicazione?

Alla fine disegnò una pagnotta. Dapprima sul muro vicino al cimitero. Poi sul muro vicino all’entrata della stazione del treno. E alla fine, alle quattro del mattino, sul muretto dello spiazzo davanti al grande magazzino.
Tornato a casa, ripose gli spray al loro posto, s’infilò silenziosamente nel letto, sollevò la coperta con delicatezza e abbracciò sua moglie da dietro.

Adesso, pensò, non mi resta che aspettare con pazienza.
E se fosse quella, la richiesta di chi crea le spighe? Pazienza?
Il primo panino apparve sul muro vicino allo spiazzo del grande magazzino. Vicino alla pagnotta che stava vicino alle spighe.

Ma non era un panino qualunque. Era il panino che le preparava per la ricreazione a scuola quando era piccola. Con il formaggio che spuntava fuori dal pane e la foglia di lattuga che spuntava fuori dal formaggio.

Possibile che lei sapesse?
Dopodiché i panini apparvero ovunque ci fossero le forme di pane. Sempre con il formaggio e la lattuga.
Ogni volta che le passava vicino, per tutta la settimana, fu lì lì per dire qualcosa. Lì lì per chiederle: tu come risponderesti al panino?
Ma si trattenne.
Tutto, lo sapeva bene, era ancora fragilissimo.

(Traduzione di Raffaella Scardi)

Per abbonarvi a Vanity Fair, cliccate qui.