Questo articolo è pubblicato sul numero 8 di Vanity Fair in edicola fino al 23 febbraio 2021

Ginevra Lubrano
(musicalmente solo Ginevra) è un esemplare raro per la musica italiana. Immagine delicata, testi articolati, formula innovativa. È una cantautrice col gusto per l’elettronica, a 28 anni riesce a suonare allo stesso tempo contemporanea e rétro, e non è cosa da tutti. Ha iniziato a cantare in inglese, poi ha scoperto il piacere della lingua italiana, il suo Ep Metropoli è stato pubblicato a maggio da quella nursery di talenti che è l’etichetta Asian Fake. Ha partecipato ad AmaSanremo (le semifinali di Sanremo Giovani), non ha vinto però si è fatta notare. Le due ultime collaborazioni sono con Mec- na (Soli, insieme a Ghemon) e ha scritto quel gioiello che è Ispirazione di Inoki (con Noemi). Adesso è ancora «un uccellino», come si definisce, ma le ali sembrano forti e pronte.

La musica come arriva nella sua vita?
«Con mio padre che suona Battisti e Fossati alla chitarra in casa e con la danza, classica da quando avevo quattro anni, poi hip hop. Il senso del ritmo viene da lì. Ci ho messo le mie amate cantautrici: la scintilla fu Adele, quando uscì 19, acustico, crudo, intimo, diretto, personale. Da lì ho tirato il filo e sono arrivata fino a Joni Mitchell. Poi un giorno ho ascoltato i The xx per caso in Piazza San Carlo a Torino, con i loro riverberi, le batterie trip hop. Il mio ibrido nasce lì».

La danza dà disciplina.
«C’è in tutto quello che ho fatto, anche il liceo classico, l’università, credo venga da mio padre. Sono ferrea per indole, come lui».

È una che si dà tante regole?
«Tendo a essere fin troppo precisa, è un’arma a doppio taglio quando fai un lavoro artistico, che ti spinge a esplorare l’assenza di limiti. La musica è stata la mia fuga dai preconcetti, dall’indole rigida, da Torino».

Com’è stato essere un’artista emergente nell’anno del Covid?
«A modo suo proficuo. Io ho ambizioni giganti, ma prendo quello che viene sulla mia strada. È stato meno traumatico che per artisti grossi, che hanno annullato tour nei palazzetti e fermato intere troupe. E ho fatto uscire singoli che sembravano perfetti per il periodo che stavamo vivendo. Ho bisogno di suonare, perché sono nella fase della gavetta vera. Sono un uccellino appena arrivato, anche se ho già scritto tantissimo e ho iniziato a scrivere anche per altri».

Il suo immaginario è molto legato alla città, com’è stato vederla spegnersi?
«Mi ha fatto riflettere sulla cura di cui ha bisogno il nostro tempo, mi ha fatto visualizzare un mondo di possibilità. Ho dipinto, cose a caso, non mostrabili al mondo. Io, gli acrilici e la musica che suona. E ho letto, senza sosta».

Qual è stato il suo libro durante la pandemia?
«Siddhartha di Hermann Hesse. L’avevo letto da ragazzina, senza capirlo, con scetticismo. Ci ho ritrovato la Ginevra di oggi. Sono legata alle filosofie orientali, sono in una bolla di yoga e meditazione, è stata una buona lettura da catastrofe. Mi ha ricordato che l’equilibrio è un esercizio metodico. Meditare tutti i giorni non ti fa diventare una piccola Buddha, ma aiuta molto».

È difficile essere in equilibrio in un mondo come il suo?
«Patisco le dinamiche della discografia, il marketing non mi fa stare bene, con il suo continuo tentativo di trasfor- mare tutti in icone. Sono articolata dentro, ma esteticamente semplice. Non reggo un’immagine irriverente, non mi piace il concetto di filtro, su Instagram metto i miei pensierini in forma di haiku. A volte mi dicono: sei troppo basic, ma a me va bene così».

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Classe 1993, torinese, a settembre 2020 Ginevra Lubrano debutta sul palco dell’Arena di Verona con l’amico Ghemon.

Foto TOMMASO OTTOMANO

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