Gli eccessi di Pollock, la misura di Rothko, in un nuovo libro di Gregorio Botta

Gli eccessi di Pollock, la misura di Rothko, in un nuovo libro di Gregorio Botta

Una prosa limpida e scorrevole, priva di inutili e fumosi tecnicismi, per raccontare le vite di due giganti dell’arte mondiale del Ventesimo secolo: Jackson Pollock (1912-1956) e Mark Rothko (1903-1970). Ma oltre ad un’indiscutibile chiarezza, il pregio maggiore del bel libro di Gregorio Botta Pollock e Rothko. Il gesto e il respiro è la capacità dell’autore di scavare nelle vite personali dei due maestri, per avvicinarli a noi in maniera davvero efficace, raccontandoli non solo come geni dell’arte, ma prima di tutto come persone, senza eliminare le debolezze, le ansie, i vizi, le ossessioni che appartengono a tutti noi.

Non solo tele e pennelli, mostre e musei, ma aneddoti e frammenti di vita reale che punteggiano le due biografie parallele – dove le figure femminili sono ritratte come provvidenziali e metodiche salvatrici –  ricostruite dall’autore grazie ad un profondo lavoro di ricerca, del quale dà conto nell’ultima pagina del volume.

Le tre donne della vita di Jackson Pollock

Partiamo da Pollock: uomo insicuro, irascibile e collerico, che riesce a dipingere quasi soltanto in presenza della forte e volitiva madre Stella, la quale accudisce i suoi cinque figli maschi insegnando loro l’amore per la creatività, a differenza del marito Roy, agrimensore eternamente insoddisfatto e squattrinato, che li voleva «farmer cow-boys capaci di svolgere tutti i mestieri richiesti in una fattoria dell’ovest», racconta Botta.

Così Jackson cresce quasi come un disadattato, pronto a rifugiarsi nell’alcol: lo aiuterà a diventare artista Thomas Hart Benton e l’amicizia con il muralista messicano David Siqueiros, che Pollock cercherà di strangolare in preda ad una sbronza colossale. Finito sotto lo sguardo distaccato e scettico di Peggy Guggenheim, che non ama la pittura di Jackson, viene salvato dai favori di Piet Mondrian e Marcel Duchamp, che la convincono a fargli un contratto per esporre nella sua mitica galleria newyorchese, Art of this Century.

Ma chi salva davvero Pollock dalla sua autodistruzione è sua moglie, la pittrice Lee Krasner: «la vera opera d’arte di Lee fu Jack», disse un amico. Con lei trascorrerà i due anni migliori della sua vita ad East Hampton, nel piccolo villaggio di Springs, dove tra il 1945 e il 47 Pollock smette di bere e sperimenta la tecnica del dripping per dipingere alcuni dei suoi massimi capolavori, come The Water Bull, The Tea Cup o Blue Unconscious.

Disperato solitario Rothko

E Rothko? Malinconico, saturnino, polemico e terribilmente solo: «era l’uomo più solitario che abbia mai incontrato, veramente disperatamente solo», ricorda la pittrice Regina Bogat, che lo ha frequentato a lungo. A differenza della pittura di Pollock, veloce e vulcanica, la sua è lenta e ossessiva: come scrive Botta, «avrà passato più tempo a guardare i suoi quadri che a dipingerli». Ma Rothko ama guardare anche i capolavori del passato, come gli affreschi del Beato Angelico nel convento di San Marco a Firenze, che l’artista visita la prima volta durante un viaggio in Italia nel 1950.

Uno degli episodi della sua lunga e farraginosa carriera, al quale il libro dedica molto spazio, è la storia della commissione dei Seagram Murals per il ristorante del Four Seasons nel grattacielo della Seagram corporation a New York. Per Mark, di fede comunista, questo lavoro diventa un’ossessione: dipinge decine di tele, fa un secondo viaggio in Italia nel 1959 alla scoperta di grandi cicli di affreschi e a Paestum pronuncia la famosa frase «Ho dipinto templi greci tutta la vita senza saperlo». Torna a New York e decide di risolvere la situazione con una cena al ristorante, dove spende una cifra enorme. Il giorno dopo decide di recidere il contratto.

Ma la fatica non è stata inutile, anzi: alla critica d’arte Dore Ashton dichiara che i Seagram Murals non sono solo quadri, ma con quelle tele ha creato un luogo. E quel luogo diventerà il suo capolavoro assoluto: è la Rothko Chapel nella collezione De Menil a Houston,  inaugurata  nel 1971 (e recentemente riaperta dopo i lavori di restauro), un anno dopo quel fatidico 25 febbraio 1970, quando Rothko si toglie la vita. «Voglio dipingere sia l’infinito che il finito», aveva scritto l’artista a Dominique De Menil. Dipinge la morte prima di mettere fine alla sua vita.

L’eccesso è la cifra di Jackson, la misura quella di Mark. Raccontati da Botta, sembra di averli conosciuti da sempre.

Gregorio Botta, Pollock e Rothko. Il gesto e il respiro, Einaudi Stile Libero, 194 pg, 15 €

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