Il tempo della gentilezza (foto Gabriele Micalizzi)
Il tempo della gentilezza (foto Gabriele Micalizzi)
Il tempo della gentilezza (foto Gabriele Micalizzi)
Il tempo della gentilezza (foto Gabriele Micalizzi)
Il tempo della gentilezza (foto Gabriele Micalizzi)

Questo articolo è pubblicato sul numero 48 di Vanity Fair in edicola fino al 2 dicembre 2020

«Aspettate!». Ahmed attraversa la strada di corsa, minuto come la maggior parte dei somali, scalzo e con la testa coperta da una sciarpa intrecciata a maglia. «Grazie per cibo, amici», comincia con il suo italiano stentato ma coraggioso. «Se avete anche lavoro, io faccio tutto. No mi interessa fatica, no mi interessa orari, no mi interessa puzza. Se avete lavoro, io qui».

Qui è un tetto spiovente appena fuori dal memoriale della Shoah, nei pressi della Stazione Centrale a Milano, sotto cui si riparano una decina di ragazzi senza fissa dimora. Sono tutti sotto i trent’anni, per la maggior parte stranieri, sbarcati in Italia con una speranza prima incrinata dalla crisi economica e poi definitivamente spazzata via dalla pandemia. Nel minuscolo spazio che li separa dal baratro, si inseriscono Emilio, Giulia, Manuela e Valentina, quattro operatori della Croce Rossa che, dalle otto di sera, pattugliano la zona – divisa incandescente indosso, sacchettini nelle mani. Dentro, un pacchetto di cracker, una scatoletta di tonno, marmellata e un succo di frutta, che Kaled, compagno di sacco a pelo di Ahmed, succhia da sdraiato, come fosse un biberon.

Quasi tutti hanno la mascherina, Ahmed no: «Io no paura del virus. Quando io morire, già scritto nelle stelle». Nel tentativo, però, di allontanare quel giorno, la Croce Rossa fa il possibile: oltre a fornire il servizio di primo soccorso con le ambulanze, ha stretto alleanza con le istituzioni comunali e la protezione civile, con Ats e Caritas, con Federfarma, Progetto Arca, Opera di San Francesco per i Poveri, Mia, Ronda Carità e tanti altri. Ha creato così una rete di solidarietà per attutire l’atterraggio di tutti quelli che la pandemia fa precipitare vorticosamente. Più vorticosamente del solito. Clochard, quindi, che durante il lockdown non beneficiano neanche di quei piccoli gesti di umanità da parte dei passanti. Che vedono chiusi bar e ristoranti, soliti a lasciar loro qualche avanzo a fine giornata. Che ignorano le norme di sicurezza, sono sprovvisti di medico di base e dispositivi di protezione, materialmente impossibilitati a lavarsi spesso le mani e che, per quanto siano da sempre tenuti a distanza dalle persone “normali”, difficilmente riescono a interporre un metro tra un giaciglio e l’altro. Ma soprattutto che, quando muoiono, non fanno rumore. E nessuno sa se la colpa sia stata del coronavirus, del freddo o del destino. Insieme a loro, da sempre ultimi tra gli ultimi, il 2020 ha visto ingrossarsi le fila delle persone fragili: ci sono gli anziani, i malati, i poveri da sempre, i nuovi cassaintegrati. E i cittadini senza famiglia, magari in quarantena, che non possono uscire neanche per la spesa.

Come la signora Antonietta, sola al mondo e costretta a casa dal Covid. Casa è in un falansterio in via Nunzio Cervi a Bresso, comune industriale e nebbioso a nord di Milano, particolarmente colpito durante la prima ondata della pandemia e servito da un comitato particolarmente solerte della Croce Rossa. Il comandante in capo, Stefano Magnoni, 53 anni di cui gli ultimi 37 passati su un’ambulanza, ha destinato metà dei suoi volontari, 200 in tutto, ad attività di supporto ai più vulnerabili dei 26 mila abitanti. Abbiamo trascorso una giornata con loro, su e giù dalle vetture di ordinanza, dentro e fuori i magazzini di stoccaggio, in giro per le stradine deserte e negli androni di palazzi dove vivono confinati i cittadini impauriti. Per loro è stato creato un centralino in cui confluiscono le varie domande di aiuto: dal cambio di abiti per i malati ricoverati in ospedale con famiglie in quarantena alla distribuzione di mascherine, alla consegna di spesa e farmaci a domicilio. Smistate le richieste, partono le missioni.

A rispondere ad Antonietta sono le volontarie Donatella ed Enrica, casalinga la prima, ex educatrice in pensione la seconda: insieme guidano verso la farmacia comunale dove il medico di base ha già inviato la ricetta per email. Giusto il tempo di aspettare la preparazione dei medicinali, poi si precipitano da lei. Più o meno cinquant’anni, più o meno bionda di capelli, da due settimane Antonietta apre la porta solo per recuperare quanto le viene lasciato sullo zerbino dagli operatori. Con un cenno di capo ringrazia, con un bacio lanciato al di là della mascherina saluta. Prima di richiudere la porta sussurra: «Senza di voi, non saprei come fare».

«Il messaggio che vogliamo lanciare è proprio questo», spiega Stefano, il presidente del Comitato Croce Rossa di Bresso, «vogliamo dire alla gente che non sono soli. Noi portiamo sì cibo, farmaci e mascherine ma, soprattutto, cerchiamo di infondere coraggio: la medicina più efficace contro questo male». «Tante volte, le persone ci chiamano per avanzare una richiesta pratica», prosegue Enrica, volontaria veterana, «ma poi rimangono al telefono, per chiacchierare e condividere con qualcuno il momento, oscuro, che stanno vivendo».

Oscuro perché spesso le conseguenze sono nefaste. Oscuro perché il tempo, duro ma glorioso, dell’unità nazionale di marzo sembra aver lasciato il posto ai piccoli egoismi e alla guerriglia urbana contro le chiusure. Oscuro perché, soprattutto in questa seconda ondata, i messaggi che arrivano da media e istituzioni sono confusi, contrastanti, a volte contraddittori. «La gente non sa cosa pensare», conferma Stefano Magnoni. «Persino nei nostri confronti l’atteggiamento è diventato più ambiguo. Mentre in primavera, insieme a medici e infermieri, eravamo elevati al rango di eroi – che poi eroi non siamo –, ora, accanto alla gratitudine, spesso serpeggia il sospetto. Più di una volta ho beccato i passanti curiosare dentro le ambulanze per sincerarsi che fossero piene. Peccato che, quando si parte per andare a prelevare un paziente, piene naturalmente non sono». La causa di questo mutato sentire è da rintracciarsi in una manipolazione politica dall’alto o in una rabbia che nasce dal basso? «Credo più nella seconda. Gli italiani sono provati, fisicamente ed economicamente. E disorientati. Per cui, come spesso accade, cercano un possibile capro espiatorio. Noi, a Bresso, proviamo a contrastare tutto questo a botte di solidarietà».

Non solo lì: le «botte di solidarietà» arrivano anche a livello nazionale. Croce Rossa ha istituito un numero verde attivo su tutto il territorio da chiamare per qualsiasi esigenza di prima necessità. Un servizio, provvidenzialmente chiamato «Il tempo della gentilezza», che, da marzo a oggi, ha totalizzato quasi 110 mila consegne di medicinali e oltre 80 mila di spesa, a cui aggiungere le circa 85 mila forniture di pacchi alimentari ai senza dimora.

E, in qualche caso, la gentilezza si è dimostrata più contagiosa del virus, visto che non sono rare le manifestazioni di solidarietà spontanea tra cittadini. Ivan Lorusso, per esempio, ex senzatetto di Milano, da pochissimo un tetto l’ha trovato. Provvisorio, per carità: un camper in prestito. Ma che lo sta salvando dai primi freddi umidi di un novembre inoltrato. 29 anni, italiano, fino a una settimana fa non possedeva nulla, nemmeno la carta di identità. Abitava in una tenda accampata su una collinetta del parco Nord quando ha incontrato Frida. Impossibile non notarla, accompagnata com’era dai suoi quattro bassotti. Una parola sui cagnolini tira l’altra e Ivan le racconta la sua storia. Abbandonato dalla mamma quando aveva due anni, cresciuto con una famiglia affidataria, al compimento della maggiore età fa la scelta sbagliata: torna a vivere con la madre biologica. Le cose non funzionano e lui parte: prima verso la Puglia dove impara l’arte della panificazione, poi a mano a mano risale verso nord. Trova impiego presso un supermercato milanese, si paga un affitto. Due anni fa il supermercato chiude e lui finisce a terra. Letteralmente. Dopo mesi di insolvenza viene sfrattato. La madre non gli restituisce i documenti e si ritrova così senza lavoro né casa, né identità.

«La prima notte in strada non la dimenticherò mai. Impossibile scordare la vergogna», racconta anche a noi, con gli occhi nocciola sfumati dalla commozione, di fronte alla sua nuova abitazione, per ora parcheggiata nella periferia nord di Milano. «È merito di Frida se stanotte dormirò al calduccio. Dopo avermi ascoltato, ha scritto un post su Facebook sul gruppo “Noi di Niguarda!” e ha creato una raccolta fondi online. È stata come una magia: fino a un secondo prima non esistevo e in un battibaleno la gente ha cominciato a prodigarsi per me. Un’impiegata comunale ha velocizzato le pratiche per farmi avere i documenti, un parrucchiere mi ha offerto lavaggio e taglio, oggi una ragazza è passata di qua e mi ha lasciato un sacchetto del McDonald’s. E poi una famiglia meravigliosa mi ha prestato questo camper: loro lo usano solo d’estate, per viaggiare con i figli. Vedi? All’interno ci sono ancora i sandaletti rosa della loro bambina». Una curiosità, Ivan: ma perché, in tutti questi anni, non ti sei rivolto ai genitori affidatari? «Perché loro mica sanno che vivo così. Però ora pare ci sia un ragazzo disposto a prestarmi il motorino. Con quello faccio subito domanda per diventare un rider di Glovo. E, se mi prendono, se avrò di nuovo un lavoro e una dignità, allora sì… Allora li chiamerò».