Il mondo che ci manca: Stefano Ghisolfi, «in Norvegia per la via più difficile»

Il mondo che ci manca: Stefano Ghisolfi
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In un momento in cui la mancanza del viaggio inizia a pesare sulla nostra capacità di sognare e guardare verso grandi orizzonti, in cui la curiosità verso il mondo non sa come sfamarsi, il desiderio di avventura e diversità è tenuto a bada da troppo tempo, siamo andati alla ricerca di storie di viaggio che aprano il cuore e lo spirito. Avventure di persone diverse, su diversi itinerari, racconti che ci permettano di vivere un pezzo di mondo in più. Per ognuno dei nostri ospiti la domanda è «Qual è il mondo che ti manca?» chiedendogli di portarci fino a là con i loro racconti. Per Stefano Ghisolfi, campione italiano di arrampicata e membro del gruppo sportivo delle Fiamme Oro, quel luogo si trova in Norvegia, in una grotta a Flatanger. Proprio qui, infatti, ha affrontato con successo Change, uno dei percorsi di arrampicata (tecnicamente via) più difficili al mondo. Ci siamo fatti raccontare da Ghisolfi com’è stata quest’avventura e perché questa sfida è stata diversa dalle altre.

«L’idea di questo viaggio è nata in qualche modo a causa del Covid. Durante il primo lockdown ci sarebbe dovuta essere l’ultima gara che mi avrebbe permesso di qualificarmi per le Olimpiadi di Tokyo; a causa della crisi sanitaria purtroppo è stata annullata ed era la mia ultima possibilità. Quando mi hanno chiamato per comunicarmelo, mi è un po’ crollato il mondo addosso: era l’obbiettivo che in quel periodo difficile mi teneva vivo. Avevo quindi bisogno di trovarne un altro, qualcosa che mi permettesse di migliorarmi. Così ho deciso di intraprendere un viaggio che non avevo mai fatto: in Norvegia, dove c’è Change, una delle vie più difficili al mondo».

Già, perché questo percorso è classificato con il grado 9b+ e il massimo è 9c. «Per anni è stata la sfida più impegnativa al mondo per chi arrampica. Io e la mia ragazza Sara siamo partiti ad agosto e abbiamo deciso di fare il viaggio a bordo del nostro furgone camperizzato. Ci abbiamo messo in tutto quattro giorni, anche se il piano era di mettercene tre. Ma viaggiando su quattro ruote potevamo fermarci dove volevamo e così abbiamo deciso di visitare anche Copenhagen; da lì con il traghetto abbiamo attraversato il Mare del Nord e dopo essere sbarcati, ci sono volute ancora dieci ore di macchina prima di arrivare alla nostra meta, Flatanger».

Ghisolfi e la compagna hanno così attraversato verso nord mezza Norvegia. «Il percorso era fatto di stradine con il limite degli 80 chilometri orari e costellate di cartelli che mettono in guardia dalla possibilità di attraversamento da parte degli alci; ne abbiamo incontrati parecchi lungo la strada. Ma una volta arrivati il panorama era mozzafiato: enormi insenature che sembrano cingere laghi (ma in realtà si tratta di mare), una serie di sentieri fra immense distese di alberi, e l’occhio che corre lontanissimo verso l’orizzonte che si staglia sull’oceano».

Si sistemano in un campeggio frequentato quasi esclusivamente da scalatori, poiché situato nei pressi di una caverna culto per chi ama questo sport. «Non c’era molto altro da fare, ma noi eravamo lì per arrampicare. Il 99% di chi ci va, è lì per scalare nella grotta. Il campeggio si trova di fatto in mezzo ai fiordi, a pochi metri dal mare. Abbiamo alternato giorni di scalata a giorni di riposo. Ci svegliavamo presto alla mattina, facevamo colazione e poi avevamo mezz’ora di cammino. Anche per gli scalatori, che sono abituati a pareti molto alte, questa caverna sembra subito immensa: è la più grande che io abbia mai visto. Quando sei al suo interno vedi ciò che sta fuori incorniciato dalle sue pareti rocciose. Scalavamo per diverse ore al giorno perché per fortuna a quella latitudine c’è luce fino a molto tardi».

Nel corso di queste settimane Ghisolfi e la compagna hanno avuto modo anche di visitare alcune città norvegesi e di vedere una delle «attrazioni» più stupefacenti della Norvegia. «Durante il nostro soggiorno abbiamo scoperto due città norvegesi, Bergen e Trondheim. E sia qui sia nel campeggio ci siamo ricreduti sui norvegesi; molti sono convinti che i popoli scandinavi siano un po’ introversi, ma per quello che abbiamo sperimentato noi, li abbiamo trovati molto socievoli. Alcuni ragazzi norvegesi conosciuti all’interno della grotta si sono anche resi disponibili per aiutarci a produrre alcuni video della mia scalata. Una sera insieme a loro siamo riusciti a vedere l’aurora boreale dal campeggio; ci hanno spiegato che Flatanger è uno dei posti più a sud in cui è possibile vederla. Per loro, che sono originari delle zone più settentrionali della Norvegia, in estate è normale assistere quasi quotidianamente a quello spettacolo, ma per noi era la prima volta ed è stato davvero sorprendente».

«Generalmente gli scalatori, qualsiasi sia il loro livello, sono molto appassionati del loro sport. Quindi facciamo solo viaggi in luoghi dove si può scalare e quando abbiamo un periodo di vacanza decidiamo prima di tutto dove andare a scalare. E anche quando andiamo in vacanza per altri motivi poi buttiamo un occhio per capire se nei dintorni c’è qualche parete interessante». Così, Google Maps alla mano, si cercano le vie più belle. «I fattori che rendono bella una via sono molti. Nel caso di Flatanger era principalmente la sua difficoltà: ce ne sono quattro in tutto il mondo a questo livello. Di solito è la sfida che ti spinge a scegliere un posto per scalare: non deve essere impossibile per le tue capacità ma neanche troppo facile. Per altri è più importante il contesto in cui si trova una via; ma anche da questo punto di vista Flatanger è fantastico».

«Siamo partiti a inizio agosto poi a metà settembre siamo tornati in Italia perché c’era il campionato italiano di arrampicata, che ho vinto; ma il giorno successivo siamo ripartiti perché non ero ancora riuscito a concludere Change. Una cosa un po’ da pazzi: in una settimana abbiamo fatto 6mila chilometri di strada, ma ne è valsa la pena perché nel secondo soggiorno sono riuscito a concludere la via arrivando alla catena che ne indica la fine. Non è stato per nulla semplice perché a parte essere molto dura da un punto di vista fisico, è molto lunga rispetto alla media».

E Ghisolfi quando deve spiegare cosa si prova a stare a quelle altezze, a cui ormai è un po’ abituato, conclude spiegandoci che «quando sei in cima provi la sensazione del vuoto e il tuo sguardo arriva molto lontano, oltre agli alberi. Hai una visione più ampia del mondo che ti circonda».

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