Altro che New York, il Tesoro di Morgantina devono rimanere in Italia. A sostenerlo a gran voce, è l’Assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà, area Lega (già, succede anche questo). A richiedere il prestito è il Metropolitan Museum che, facendo valere un accordo già preso, li vorrebbe esporre per un periodo di quattro anni. Ma Samonà si è opposto fermamente: «Il luogo naturale per la conservazione e la valorizzazione degli Argenti di Morgantina non può che essere il Museo archeologico di Aidone, struttura che ne consente la necessaria contestualizzazione e interpretazione culturale».

Le correnti oscure del Tesoro di Morgantina

Risalenti al III secolo a.C., considerati come il più importante insieme unitario di oreficeria della Sicilia ellenistica, i 15 magnifici pezzi di argento furono scoperti all’inizio degli anni ’80, a seguito di uno scavo clandestino, presso un edificio dell’antica città di Morgantina, in provincia di Enna. Viaggiando sulle correnti tutt’altro che limpide del mercato archeologico, ricomparvero negli Stati Uniti, acquistati dal Metropolitan Museum di New York in due gruppi, nel 1981 e nel 1982, in Svizzera.

Nel 2006, un accordo stipulato tra il Ministero italiano dei beni culturali, la Regione Siciliana e il Metropolitan, stabilì che il tesoro venisse restituito all’Italia. Nei termini dell’accordo, che ha una durata di quarant’anni, anche una clausola: il Tesoro di Morgantina avrebbe dovuto essere esposto alternativamente al Museo di Aidone e al Museo di New York, ogni quattro anni. Solo che Samonà non è d’accordo.

Bisogna dire che il Metropolitan non è affatto nuovo a vicende del genere, come nel caso dell’Attore di Pablo Picasso, entrato in possesso del Museo negli anni ’50 ma di provenienza tutt’altro che limpida (ne scrivevamo qui). Per non parlare dell’Atleta di Lisippo, ma in quel caso era il Getty Museum.

«Le preziose testimonianze archeologiche, già nel 2014, in vista del primo prestito quadriennale al MET, sono state sottoposte a indagini diagnostiche che ne hanno evidenziato una fragilità che mal si concilia con la loro movimentazione», ha dichiarato Samonà, che oltre alla politica, ha lavorato nel campo dell’editoria e del giornalismo, scrivendo tra l’altro, per Libero e per l’Ora. «Tuttavia, nonostante gli esiti di tali esami, evidentemente sottovalutati, gli argenti di Morgantina nel gennaio 2015 sono stati ancora una volta trasferiti negli Stati Uniti per il prestito quadriennale, ritornando in Sicilia solo nello scorso giugno 2020 per essere esposti al Museo archeologico di Aidone, loro naturale sede espositiva», ha continuato Samonà, che evidentemente, da buon scrittore, apprezza veramente il gusto del paradosso.

Cosa dice la Carta di Catania

Lo stesso Samonà, infatti, è il firmatario del Decreto Assessoriale n. 74/GAB del 30 novembre 2020, che con una certa magniloquenza è stato chiamato anche “Carta di Catania”. In effetti, il Decreto, redatto e sostenuto dalla Soprintendente Rosalba Panvini – che nel frattempo, a dicembre 2020, è andata in pensione – va a disciplinare un ambito di una certa rilevanza e non solo “territoriale” ma di carattere ampio. In sostanza, il Decreto, fortemente voluto da Samonà, permette a Soprintendenze, Parchi archeologici, Musei, Gallerie e Biblioteche siciliani, la concessione d’uso dei beni storici e artistici custoditi nei propri depositi ai privati, «affinché siano valorizzati attraverso l’esposizione in luoghi pubblici o privati aperti al pubblico che rispondano ai requisiti di legge, previa corresponsione di una somma da valutare caso per caso e, comunque, «non inferiore a un decimo del valore dei beni concessi, così come desunto dalle stime inventariali operate dal deposito regionale di origine». E chi dovrebbe occuparsi di questo inventario? Un po’ tutti, funzionari archeologi e storici dell’arte, restauratori o bibliotecari, ma anche studenti universitari, magari per acquisire qualche credito formativo, tanto per fare esperienza insomma.

Il pagamento, però, potrà avvenire anche attraverso la fornitura di servizi, relativi sia alle opere in questione, come per progetti di «Restauro, analisi archeometriche, catalogazione, pubblicazione e marketing», che ai depositi di appartenenza, in forma di «migliorie» da concordarsi con l’Istituto concedente. Insomma, se hai un autosalone, perché non metterci una bella anfora? E pazienza per «loro naturale sede espositiva», ipse dixit.

Le associazioni culturali e i sindacati si sono rivoltati e anche dagli scranni della politica si levano gli strali. In particolare dal Movimento 5 Stelle – nel cui alveo pure si è mosso Samonà, prima candidato al Senato, nel 2018, poi escluso dalla lista – per i cui rappresentanti la Carta di Catania, così com’è è inapplicabile. Chissà cosa ne pensano a New York.

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