Da giorni la Francia è pervasa da diverse mobilitazioni e proteste contro la brutalità della polizia nei confronti dei civili e del razzismo sistemico. Il culmine lo si è raggiunto tra il 27 e il 28 novembre con la proposta di legge “sécurité globale” presentata dalla maggioranza sostenitrice del presidente Emmanuel Macron e che deve essere discussa in Senato. Questa proposta di legge rappresenta un consolidamento della sicurezza interna, la quale prevede di conseguenza un rafforzamento dei poteri delle forze dell’ordine attraverso gli Articoli 21 e 22 – che riguardano rispettivamente l’uso di telecamere portatili per filmare i loro interventi, avere accesso alle riprese e trasmetterle in tempo reale al posto di comando e l’utilizzo di droni – e l’Articolo 24, che prevede il pagamento di una multa fino a 45mila euro e un anno di reclusione se ci si rende artefici della divulgazione di immagini in cui le forze dell’ordine sono identificabili, con il tentativo di danneggiare la loro integrità fisica e morale.

Quello che viene contestato – non solo da chi in questi giorni ha riempito le strade e le piazze francesi, ma anche da importanti Ong per la protezione dei diritti umani come Amnesty International – è che una legge simile possa mettere in pericolo le libertà fondamentali degli individui, nella misura in cui l’Articolo 24, ad esempio, potrebbe implicare non pochi ostacoli nella divulgazione di video o fotografie in cui la polizia commette reati nei confronti dei cittadini, senza contare il fatto che filmare gli agenti rimane l’unico mezzo per un cittadino o una cittadina inerme per poter denunciare maltrattamenti, come sta accadendo con il video di Michel Zecler. Come spiega Amnesty, l’Articolo 24 lascia ampio margine di interpretazione sul significato di “integrità fisica”, che potrebbe impedire anche ai giornalisti di documentare eventuali abusi. Inoltre aumenterebbe la disparità tra cittadini e forze dell’ordine: mentre ai primi verrebbe imposto di essere sorvegliati con un massiccio uso di telecamere e droni, i secondi sarebbero ulteriormente protetti da questa legge, dato che, come spiega Cécile Coudriou, presidente di Amnesty International France, le forze dell’ordine non vogliono essere filmate, a maggior ragione se e quando commettono reati.

La brutalità della polizia francese non è un problema nuovo, ma sistemico e strutturale di cui sono vittime in primis, proprio come negli Stati Uniti, le comunità che vivono ai margini della società – benché abbia avuto grande copertura mediatica anche durante le proteste dei Gilets Jaunes (gilet gialli), in cui sono stati diffusi video e fotografie di una violenta repressione nei confronti dei e delle manifestanti. I gruppi sociali più colpiti da questo genere di violenze sono gli afrodiscendenti e le persone di origine araba, progressivamente ghettizzati nelle banlieues – anche a causa dei processi di gentrificazione che hanno interessato i quartieri centrali – e colpiti anche da alti tassi di disoccupazione ed emarginazione sociale. Le minoranze etniche, soprattutto se si tratta di persone molto giovani, oltre a soffrire di più il peso delle disuguaglianze, sono anche le vittime principali delle forze dell’ordine.

Nel 2015, la Corte di Appello di Parigi ha sanzionato lo Stato francese per aver legittimato le forze dell’ordine a controllare arbitrariamente l’identità dei cittadini, basandosi unicamente sull’etnia. Lo Stato francese ha successivamente fatto ricorso alla Corte di Cassazione, dichiarando come giustificazione che il motivo per cui queste indagini si concentravano prevalentemente su persone afrodiscendenti e arabe era che le probabilità che non fossero in possesso di documenti in regola erano più alte. Anche la Corte di Cassazione, però, ha confermato la condanna, sottolineando come questi identity checks basati solo sull’etnia, senza una motivazione fondata, fossero illegali, seppur all’ordine del giorno e puntualmente condannati dalle istituzioni per i diritti umani europee.

Nonostante questo, la violenza della polizia continua a scagliarsi come sempre contro le frange sociali più marginalizzate e razzializzate. Nel rapportoThey Talk to Us Like We’re Dogs. Abusive Police Stops in France”, di Human Rights Watch, viene evidenziato come le persone appartenenti alle minoranze etniche vengano fermate più volte e senza alcuna ragione tramite il racial profiling – la profilazione razziale, cioè la criminalizzazione sistematica sulla base di luogo di nascita, origini etniche, lingua e religione – che avviene puntualmente anche negli Stati Uniti. Nel rapporto vengono riportati diversi abusi e umiliazioni causati dalle forze dell’ordine, tra cui l’esperienza di giovani come Boubacar Dramé che, lo scorso anno, dopo aver aiutato una donna a ritrovare la propria figlia smarrita, è stato arrestato a seguito di un identity check immotivato. La situazione è degenerata quando la polizia lo ha violentemente spinto a terra durante l’arresto per poi portarlo in caserma, dove Dramé ha subito ulteriori abusi; successivamente, dopo aver trascorso una notte in cella senza alcuna accusa motivata, è stato rilasciato.

Nel rapporto di Human Rights Watch, inoltre, viene evidenziato come la polizia non faccia differenze tra adulti e minori e non manchino le testimonianze di preadolescenti e adolescenti dai 12 ai 16 anni di origine africana o araba che sono stati violentemente sbattuti al muro per perquisizioni immotivate. Se poi venivano trovati in possesso di banconote o cellulari, come testimonia il quattordicenne Oumar, la polizia sfruttava il fatto come giustificazione del trattamento, dando per scontato che fossero rubati. E poi ci sono le testimonianze di Abdoul, di Issa, di Yacine e di molti altri giovani che affermano che la polizia, oltre a innervosirsi nel momento in cui le vittime chiedono spiegazioni e il rispetto dei loro diritti, non si comporta allo stesso modo con i francesi bianchi. Si pensi al caso di Adama Traoré, un ragazzo nero di 24 anni morto il 19 luglio del 2016 per asfissia (secondo una nuova perizia richiesta dalla sua famiglia) nella caserma di Persan, in Val d’Oise, a causa del placcaggio ventrale dei poliziotti durante la sua immobilizzazione. Assa Traoré, sorella di Adama Traoré, da quando suo fratello è stato ucciso è diventata una degli attivisti principali della lotta contro il razzismo sistemico e la violenza della polizia, organizzando mobilitazioni molto partecipate e il movimento Justice pour Adama.

Assa Traoré

La violenza della polizia in Francia è stata più volte denunciata dalle associazioni per i diritti umani, soprattutto per quanto concerne il trattamento dei rifugiati: si pensi alle violazioni commesse dalla polizia di frontiera a Ventimiglia nei confronti di migliaia di persone a cui vengono negate le procedure basilari per la richiesta di asilo; o al caso più recente di uso massiccio della violenza da parte della polizia ai danni dei rifugiati in Place de la République, nel centro di Parigi, tra cui diverse famiglie che dormivano nelle tende allestite da alcune ong, tra cui Utopia 56, un’organizzazione per la protezione dei rifugiati. Le associazioni e i migranti volevano dare visibilità al problema attraverso una protesta pacifica, per denunciare la mancanza di una soluzione efficace dopo i continui sgomberi ai danni dei richiedenti asilo. La cosa, però, è stata immediatamente repressa dalla polizia che, la notte del 23 novembre, ha sgomberato la piazza cogliendo i rifugiati di sorpresa mentre dormivano, scaraventandoli fuori dalle tende e utilizzando lacrimogeni.

Infine, ricordiamo un altro caso recente di repressione violenta: quello ai danni di Michel Zecler, un produttore musicale nero che è stato brutalmente picchiato e insultato con offese razziste dalle forze dell’ordine perché, si sono giustificati gli stessi poliziotti, non indossava la mascherina. Quantomeno in questo caso i poliziotti coinvolti nel pestaggio sono ora sospesi e indagati per violenza commessa da pubblico ufficiale e falso in atto pubblico, in quanto il recente video pubblicato sul pestaggio dimostra che Zecler è stato picchiato senza alcun motivo e con estrema violenza per ben tredici minuti. Il Presidente Emmanuel Macron ha commentato così questa aggressione: “Le immagini che abbiamo visto dell’aggressione di Michel Zecler sono inaccettabili. Ci fanno vergogna. La Francia non deve cedere alla violenza o alla brutalità, non importa da dove provengano. La Francia non deve lasciare che l’odio o il razzismo prosperino”. Tuttavia, quanto dichiarato da Macron appare come la massima rappresentazione di un antirazzismo performativo, inconcludente e ipocrita, date le condizioni di disuguaglianze sociali e di discriminazione razziale sistemica che come s’è visto affliggono i cittadini francesi.

Emmanuel Macron

A seguito delle mobilitazioni per la proposta di legge “sécurité globale” l’Articolo 24 è stato sospeso e il primo ministro Jean Castex ha affermato di voler creare una commissione, proposta dal ministro dell’Interno Gérald Darmanin, per rivederne il testo. Tuttavia anche questa proposta non convince completamente in quanto il problema di fondo è insito nell’intera proposta di legge, che, come sottolinea anche Jean-Luc Mélenchon del partito di sinistra La France Insoumise, dovrebbe essere ritirata in toto. La Francia, grazie alla sua storia, è diventata simbolo di democrazia e libertà, due aspetti che oggi però sono ormai in netto contrasto con la realtà di un Paese dove fratture sociali mai sanate emergono sotto gli occhi di tutti, così come l’evidente razzismo sistemico. Bisognerebbe partire urgentemente da qui e fare in modo che il motto di questa nazione, e un po’ di tutto l’occidente – liberté, égalité, fraternité – torni a significare qualcosa e rappresenti una realtà valida per ciascun individuo, senza distinzioni, indipendentemente dal suo status sociale o dalla sua provenienza. E invece si propongono leggi a tutela della polizia.

L’articolo In Francia “liberté, égalité, fraternité” vale solo se sei bianco. La polizia lo sa bene. proviene da The Vision.