Oggi sembra impossibile immaginare un mondo senza i media. Da quando ci svegliamo a quando andiamo a dormire, tutto quello che facciamo è entrare in contatto con numerosi strumenti di comunicazione che ci sommergono con una miriade di informazioni. L’avvento del web ha intensificato e ampliato il loro aspetto pervasivo rendendoci potenzialmente sempre connessi e reperibili. È stato stimato che, nel Medioevo, una persona nel corso di tutta la sua vita entrava in contatto con pochissime rappresentazioni, all’incirca 40 (solitamente immagini sacre ospitate nei luoghi di culto: dipinti, vetrate e affreschi) e aveva quindi tutto il tempo per assimilarle. Oggi, invece, vediamo all’incirca 400mila immagini al giorno, e diventano ancora di più se si passa molto tempo connessi. Ogni giorno trascorriamo in media 6 ore e 42 minuti online. Che nell’arco di un anno fanno quasi tre mesi attaccati a uno schermo e in totale il 27% della nostra vita – e com’era prevedibile in seguito alla pandemia questi numeri non hanno fatto altro che salire. 

Ciò che facciamo principalmente in tutto questo tempo è fruire di immagini. Siamo costantemente sottoposti a un flusso ininterrotto di stimoli visivi che però, a differenza del passato, nella maggior parte dei casi non possiamo far altro che subire, dal momento che non abbiamo né il tempo né gli strumenti cognitivi per poterle decodificare in modo appropriato. Questo fenomeno ha progressivamente portato alla crisi di un modello culturale basato sulla centralità della parola e del discorso in favore di un paradigma iconocentrico e ha trasformato la dimensione visiva – un tempo riservata a pochissimi – nel tratto distintivo dell’era che stiamo vivendo, la cosiddetta “civiltà delle immagini”. 

Le immagini appartengono all’attività umana da sempre; costituiscono infatti le prime manifestazioni della capacità di comunicare attraverso i segni. Sono visioni che circolano, in un contesto le cui coordinate però sono definite da una serie di fattori: sociali, politici, culturali, tecnologici. Sono dunque entità storicamente condizionate; pensate e costruite con degli scopi – più o meno espliciti. Le immagini, infatti, non sono mai neutre (niente lo è), ma sono pensate e costruite con degli scopi. A questo proposito il sociologo Henri Lefebvre, in un saggio del 1977, ha indagato le immagini per la loro effettualità, definendole per questo come atti sociali.

Secondo Lefebvre, ogni immagine è un atto, e in quanto tale implica un’intenzione. L’essere umano che ne viene toccato ne subisce quindi l’efficacia e risponde a tale sollecitazione instaurando una relazione di azione reciproca. Pertanto, se non lette e filtrate adeguatamente, le immagini possono avere il potere di normalizzare stereotipi dannosi e violenti, di spettacolarizzare il dolore, di diffondere informazioni sbagliate e false credenze. Nelle immagini si possono nascondere manipolazioni, messaggi subliminali, talvolta pubblicità occulte e violenza, che anche se non ce ne rendiamo conto nell’immediato, hanno un effetto su di noi perché si sedimentano fino a creare archetipi e a influenzare il nostro immaginario collettivo. Il fatto che anche i minori siano sempre più precocemente esposti a questa miriade di input attraverso l’utilizzo – a volte smodato – di smartphone e tablet, in questo senso, dovrebbe preoccuparci. Il 96% dei bambini ha infatti già interagito con almeno un dispositivo elettronico prima dei quattro anni di età. Sebbene l’utilizzo di queste tecnologie possa apparirci innocuo – dato che noi stessi ne facciamo un uso quotidiano – può trasformarsi in fretta in un problema non indifferente se bambini e adolescenti si rapportano con ciò che viene loro proposto sugli schermi senza “filtri” e senza essere in grado di mediarlo.

Tra le figure che si sono occupate della natura delle immagini e della loro valenza sociale, il linguista e semiologo Roland Barthes, nel suo famoso saggio del 1980 intitolato La camera chiara, contrappone lo studium e il punctum di un’immagine fotografica per spiegare quanto pervasivamente e profondamente ciò che vediamo agisca su di noi a prescindere dalla nostra volontà o consapevolezza. Lo studium è una dimensione razionale, pubblica, oggettiva e “controllabile” dell’immagine, e il punctum è invece la capacità che ha di “pungerci” con elementi peculiari che provocano in noi emozioni e sensazioni. Si parla di punctum quando lo spettatore viene irrazionalmente colpito da un dettaglio, un colore, una sfumatura che è in grado di turbare la sua quiete e che gli fa instaurare una connessione intima e “privata” con l’immagine. Anche il filosofo David Freedbergche si è occupato molto dello studio degli effetti che le immagini suscitano in chi le osserva, così come di tematiche legate all’emozione e alla pulsione in relazione alla percezione delle opere d’arte – ha proposto una teoria secondo cui molti degli episodi che coinvolgono la fruizione di immagini – dalla venerazione alla pornografia, dall’iconoclastia all’iconografia sacra, fino alla cancellazione e al vandalismo – non sono altro che un’ulteriore conferma del potere delle immagini e della loro importanza a livello emotivo per gli esseri umani.

Proprio a causa dell’impatto immediato e prevalentemente emozionale tipico del mezzo visivo, la forza delle immagini rischia di prendere il sopravvento sul contenuto del messaggio e di conseguenza sulla riflessione critica del destinatario. Ciò che infatti spesso rimane nella memoria delle persone sono le immagini, non le frasi o i concetti, perché a differenza di queste colpiscono di più l’attenzione e sono quindi molto più facili da ricordare. Se quindi, da un lato i linguaggi visivi in generale stanno diventando strumenti indispensabili per sollecitare l’attenzione e la comprensione delle cose, dall’altro, nell’estetica della comunicazione rischiano di perdere senso i contenuti.

“Think different”, Apple, 1998

I social da questo punto di vista sono un serbatoio di spezzoni di immagini dove si mischiano e si confondono le informazioni in varie esperienze, tutte accomunate dallo stesso destino effimero che le porta a essere usate senza averne colto un senso o averne individuato un messaggio. Le generazioni più giovani sono un destinatario privilegiato per questo tipo di comunicazione e al tempo stesso anche il target che ne viene più influenzato, di solito in maniera psicologicamente negativa. Secondo i dati Censis del 2019 solo il 33% delle persone tra i 18 e i 25 anni si piace così com’è, mentre il 56% esprime l’aspirazione a migliorare il proprio aspetto. Da qui si arriva in alcuni casi a sviluppare disturbi alimentari come anoressia o bulimia, indotti dal martellamento di immagini di corpi “perfetti” se non proprio irraggiungibili e irrealistici (perché frutto di importanti percorsi di chirurgia o semplice postproduzione delle immagini), è infatti in forte aumento anche la percentuale di ragazze e ragazzi afflitti da disturbi come la cosiddetta “dismorfia da selfie”, un disturbo ossessivo-compulsivo che si manifesta attraverso l’eccessiva preoccupazione per quelli che sono ritenuti essere i propri difetti fisici.

Se le generazioni precedenti avevano ricevuto un’educazione commisurata al mondo e alla società dell’epoca, in cui le tecnologie digitali non erano ancora entrate nella vita quotidiana delle persone, oggi da un punto di vista istituzionale, legale e di formazione risultiamo in ritardo rispetto ai progressi dello sviluppo tecnologico. Ormai passiamo la maggior parte del tempo a guardare immagini più che a scrivere o a leggere e quindi educare a una visione consapevole e attiva è fondamentale. È quanto sostenuto dall’attivista Lorella Zanardo in Schermi. Se li conosci non li eviti, un testo in cui vengono affrontati i problemi legati alla mancanza di una materia come l’educazione ai media e alle immagini, obbligatoria in altri Paesi e finalizzata proprio a sviluppare una comprensione critica delle categorie in cui si suddividono e delle tecniche da impiegate per costruire messaggi visivi. Questa viene tratta già in Paesi come il Regno Unito, l’Irlanda, la Svezia, la Germania, la Francia, Malta e l’Ungheria.

Alla luce di tutto ciò è importante trovare strumenti concettuali affinché si riesca a essere in grado di gestire questo flusso informativo e visuale senza che abbia ripercussioni sulla nostra personalità, utilizzandolo in modo responsabile, sicuro e critico, mediandone e analizzandone i contenuti a seconda degli scopi e delle esigenze, affinché non ci si ritrovi in balia dell’iconosfera, come avrebbe detto Gillo Dorfles. Nell’epoca della connessione illimitata, fornire strumenti d’interpretazione dei media è una necessità sempre più urgente, dal momento che saper guardare le immagini, riconoscerne le manipolazioni, essere consapevoli dei messaggi che vengono veicolati dietro a esse e del modo in cui vengono rappresentati i corpi stanno diventando facoltà fondamentali per la nostra salute psicologica, alla costruzione di una società più equa. L’esigenza primaria dovrebbe essere quella di tutelare in particolar modo i diritti dei minori, di fornire contenuti in grado di favorire lo sviluppo di un pensiero critico per far loro acquisire un punto di vista autonomo. Più persone saranno consapevoli delle caratteristiche della comunicazione più sarà auspicabile pretendere una qualità più alta dell’informazione, apportando un miglioramento sociale e privato.

L’articolo In un mondo iperconnesso, un’educazione alle immagini è indispensabile per essere più consapevoli proviene da The Vision.