La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea riporta il focus sull’arte delle donne con la nuova mostra “Io dico Io — I say I”, a cura di Cecilia Canziani, Lara Conte e Paola Ugolini, inaugurata il primo marzo e – ad oggi – in programma fino al 23 maggio. Una collettiva tutta al femminile che si inserisce nella programmazione culturale de La Galleria Nazionale, fortemente voluta dalla Direttrice Cristiana Collu, che dal 2015 si focalizza sulla valorizzazione delle artiste donne presenti nella propria collezione e sulle disuguaglianze a cui da sempre la loro arte è stata sottoposta. La mostra propone una rilettura contemporanea e corale del femminismo italiano, secondo una matrilinearità comune ma in grado di abbracciare molteplici sguardi e linguaggi: temi come l’amicizia e la sorellanza, il corpo e la sessualità, il femminile come genere nomade o domestico che diventa politico, la resistenza all’omologazione, vengono declinati in tele, sculture, video e installazioni. Le opere presentate appartengono a oltre 40 artiste di diverse generazioni – da Marisa Merz a Rä di Martino, da Carla Accardi a Silvia Giambrone – in un percorso che lambisce le sale principali del Museo e si pone in dialogo sia con l’allestimento di “Time is Out of Joint” che con i preziosi documenti dell’Archivio Carla Lonzi, recentemente acquisiti e qui presentati al pubblico per la prima volta. Del resto, il titolo suona familiare: omaggio all’incipit del saggio “La presenza dell’uomo nel femminismo” redatto dalla Lonzi nel 1978, ribadisce non solo il collegamento storico-artistico con il passato, ma anche la ricerca di autoaffermazione che sottende ai lavori delle protagoniste coinvolte. Un IO maiuscolo, che non ha paura di prendere la parola e di autorappresentarsi, riferendosi a se stesso con tratti sia politici che introspettivi, sempre alla ricerca della propria autenticità in un mondo che gli concede ancora troppo poco spazio.

Installation view, Io dico Io – I say I, Galleria Nazionale, Ph: Alessandro Garofalo

“Il titolo scelto è stato come una guida filosofica per la costruzione di questa collettiva” spiega Paola Ugolini. “La mostra presenta un affresco transgenerazionale e polifonico di artiste italiane, con una storia non egemone rispetto a quanto è stato raccontato fino adesso. È una parentesi aperta, un discorso che si deve allargare”. Uno spaccato di quello che c’è, un’occasione per fare il punto della situazione e creare visioni sul futuro. Ma abbiamo veramente ancora bisogno di dedicare una mostra alle donne? La risposta purtroppo è sì. Come scrive Cristiana Collu, infatti, “questa mostra è nata nel 2019, si sarebbe dovuta inaugurare il 21 marzo del 2020, ma l’8 marzo dello scorso anno è iniziato il lockdown nazionale a causa della situazione pandemica drammatica ed epocale in cui ancora ci troviamo. Un solo dato tra gli innumerevoli: in un anno il 70% delle persone che ha perso il lavoro è donna. La pandemia ha acuito la disparità di genere”. “La condizione storica in cui questa mostra ha preso corpo (…) ha introiettato il trauma e trasformato la visione presente in uno sguardo postumo” aggiunge Lara Conte. “Allo stesso modo ha rivendicato la necessità di reimmaginare un presente che potesse aprire lo sguardo verso nuove cartografie e verso l’emergenza di nuove soggettività femminili in uno scenario (post)globale”.

Installation view, Io dico Io – I say I, Galleria Nazionale, Ph: Alessandro Garofalo

E il presente, soprattutto in un momento di pausa e decompressione forzate, si esprime attraverso la rilettura del grande modello passato, con il contributo di un’altra donna, Maria Grazia Chiuri, nella cui figura si concretizza il sostegno di un’azienda come Dior, che quotidianamente si rivolge ad un pubblico rosa. “Intrepretando l’archivio come una categoria operativa, tre commissioni, affidate a Chiara Camoni, Alessandra Spranzi e Maria Morganti, attivano il lascito di Carla Lonzi a partire dall’analisi dai materiali che vi sono contenuti e dall’attualità del suo pensiero” racconta Cecilia Canziani. Perché le necessità di allora non sono superate, camminano semplicemente sotto pelle. Così, al termine della visita, si finisce per contestualizzare meglio quella strana sensazione che si prova all’ingresso, dove si viene accolti dalla grande luminaria di Marinella Senatore che recita: Remember the first time you saw your name. Un’invocazione che risuona nel cuore di tutte noi e che deve fare ancora molta strada.

Tutte le artiste in mostra: Carla Accardi, Pippa Bacca, Elisabetta Benassi, Rossella Biscotti, Irma Blank, Renata Boero, Monica Bonvicini, Benni Bosetto, Chiara Camoni, Ludovica Carbotta, Lisetta Carmi, Monica Carocci, Gea Casolaro, Adelaide Cioni, Daniela Comani, Daniela De Lorenzo, Maria Adele Del Vecchio, Federica Di Carlo, Rä di Martino, Bruna Esposito, Cleo Fariselli, Giosetta Fioroni, Jacky Fleming, Linda Fregni Nagler, Silvia Giambrone, Laura Grisi, Ketty La Rocca, Beatrice Meoni, Marisa Merz, Sabrina Mezzaqui, Camilla Micheli, Marzia Migliora, Elisa Montessori, Maria Morganti, Liliana Moro, Alek O., Marinella Pirelli, Paola Pivi, Antonietta Raphaël, Anna Raimondo, Carol Rama, Marta Roberti, Suzanne Santoro, Marinella Senatore, Ivana Spinelli, Alessandra Spranzi, Grazia Toderi, Tatiana Trouvé, Francesca Woodman.

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