Questo articolo è pubblicato sul numero 23 di Vanity Fair in edicola fino all’8 giugno 2021

Nell’autunno del 2016 ricevo una telefonata dai contradaioli – così si chiamano i componenti della contrada – di Valdimontone a Siena, che mi chiedono di realizzare un libro sulla loro sede. Sono proiettato in un altro mondo, che non conoscevo: quello di Siena e del suo palio. Diciassette contrade che per due volte l’anno, per diritto o per sorteggio, secondo un sistema complesso di alleanze e rivalità, si sfidano in una gara tra cavalli, pure assegnati dalla sorte, mentre i fantini sono scelti dalle contrade.
Ognuna di essa ha quindi una sede, un luogo nel quale la democrazia diretta – con un seggio al pari di un governo – presiede alle decisioni strategiche del palio. La contrada di Valdimontone – e questo lo sapevo, era l’unica cosa che sapevo! – aveva avuto la fortunata e illuminata ventura di commissionare la sua sede a uno dei più importanti architetti italiani del Novecento: Giovanni Michelucci, la cui lunga vita – 1881-1990 – quasi coincide con lo stesso secolo. Insieme a Claudia Conforti e Marzia Marandola, avevo scritto un libro su di lui: per questo i contradaioli mi avevano chiamato.
Arrivo a Siena, dove a stento riesco a trovare e riconoscere l’edificio che cercavo. Mi si rivela lentamente un’opera enigmatica, invisibile, senza facciate, progettata da Michelucci, realizzata in un tempo lunghissimo, dal 1974 al 1997, e conclusa dopo la sua morte. Eppure si tratta di un’architettura che racchiude il complesso itinerario dell’architetto. Uno spazio dove si affiancano e sovrappongono, su differenti livelli, i percorsi che proiettano l’organismo architettonico nella città o nell’ambiente circostante. Un luogo a vocazione sociale, laica o religiosa, ma sempre comunitaria: questa è l’idea ossessiva che pervade l’immaginario di Michelucci fin dall’inizio della sua attività di architetto. Forse non tutti conoscono i capolavori di Michelucci, ma probabilmente, anche senza saperlo, in tanti ci sono passati: hanno camminato nella galleria e lungo i binari della stazione di Santa Maria Novella a Firenze (1932-35) o sono sfrecciati al fianco della chiesa di San Giovanni Battista a Campi Bisenzio (1960-64), la celeberrima chiesa dell’Autostrada. In entrambi i casi, come a Siena, l’idea di un organismo architettonico calibrato sulla dinamica dei percorsi e sulla loro combinazione diventa palese. Il primo – e unico – schizzo progettuale di Michelucci per la nuova sede della contrada, datato 3 ottobre 1974, ribadisce la volontà di definire un luogo nel quale si sovrappongano funzioni e percorsi. E lo schizzo dell’architetto pistoiese è così preciso che basterà a fissarne in maniera inequivocabile e profetica la definizione. La nuova architettura non si vede. È nascosta nel terrapieno al fianco di un antico oratorio. Esiste solo il suo spazio interno, fatto di percorsi e funzioni che si intrecciano: l’essenza dell’architettura di Michelucci. I miei passi risuonano sulla passerella aerea che attraversa la sala. Il groviglio dei percorsi (e dei pensieri) si dipana sospinto dal talento della ripetizione differente di Michelucci. Come una fuga di Bach.

Di Roberto Dulio.

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