Questo articolo è pubblicato sul numero 8 di Vanity Fair in edicola fino al 23 febbraio 2021

Le cose interessanti non sono quasi mai ferme e anche nel passo doloroso di una fuga, in cui le forze opposte del passato e del futuro si strattonano, c’è qualcosa da salvare, qualcosa da sognare, qualcosa che germoglierà.
Jonathan Bazzi ha passato molti anni a fuggire con la testa e, quando è stato pronto, anche con il corpo. Nel 2019 ha pubblicato un libro, Febbre – che poi l’anno dopo è stato candidato allo Strega –, in cui racconta da dove e perché è fuggito e che cosa, a un certo punto, lo ha obbligato a fermarsi almeno un attimo e gli ha ricordato che la vergogna e la marginalità non hanno indirizzo. Da dove fuggiva è Rozzano (famiglia, immaginario, sogni così diversi dai suoi, violenza), ciò che lo ha fermato è stata una diagnosi di sieropositività annunciata dalla febbre del titolo. Del suo libro si è parlato molto e se ne parlerà ancora perché i diritti sono stati acquistati dagli ideatori di Skam Italia e ne nascerà un film nel quale, dice, non sa se avrà un ruolo creativo: «Credo possa essere interessante vedere quello che ho raccontato attraverso occhi che non sono i miei», dice. Ma c’è una cosa che vorrebbe rimanesse fedele. «Vorrei che fosse girato a Rozzano».

Il posto da cui voleva andarsene?
«Sì, perché il libro è molto su quel luogo. Anche nel mio allontanarmene rimane una presenza fondamentale. Le periferie delle città del Nord, a differenza di quella romana, sono poco viste e raccontate. Rozzano, negli anni in cui ci ho vissuto, era un pezzo di Sud trapiantato a Milano. Ora, invece, è diventato un posto multietnico».
Con quale spirito ci torna?
«Ci ho fatto pace perché ora non è più una gabbia. Per i primi 20 anni della mia vita sentivo l’essere nato lì come un marchio e come una predestinazione: diceva non solo chi ero, ma anche chi sarei diventato. Ora ne posso vedere, oltre ai problemi, anche la ricchezza e l’originalità. Cose utili per il mio lavoro. Se non avessi avuto questa storia, il mio sguardo si poserebbe su cose diverse».
Il suo sguardo sulle cose è uno dei motivi del successo di Febbre. Dove le piace guardare?
«Nella galassia di valori – o disvalori – in cui sono cresciuto. Nel connubio tra le mie origini e le mie passioni, che possiamo semplificare definendoli l’alto e il basso. Ma più in generale direi che mi piace guardare di lato, mi piacciono gli accostamenti e le filiazioni imprevedibili. Ovviamente ci sono altri scrittori che vengono da contesti simili al mio, ma spesso conservano una riverenza nei confronti della tradizione. La tendenza passatista nella cultura europea è molto forte. Personalmente a me non interessa ridare voce a qualcosa che è già stato ascoltato».
Quindi le interessa il presente?
«Io credo di essere totalmente permeato e plasmato sulle cose che sono successe negli ultimi 20 anni. Per esempio sono diventato uno scrittore grazie ai social: pubblicavo ogni giorno piccole storie su Facebook che hanno cominciato a girare e si sono portate dietro tutto il resto».
Questa assenza di passato e tradizione la fa sentire una persona più libera?
«È, come tante altre cose che mi riguardano, una situazione ambivalente. Per cui da una parte è così, sono più leggero e posso muovermi, dall’altra sento la mancanza di una struttura. Il mio è un continuo accettare limiti emotivi, sapere che ci sono carenze».
Lei ha dedicato il suo libro ai bambini invisibili, categoria alla quale ha sempre sentito di appartenere. Adesso, invece, si sente visto?
«Le invisibilità come la mia, che derivano dal rapporto coi genitori, generano cortocircuiti difficili da aggiustare. Io, per esempio, faccio fatica ad accettare che le cose vadano bene. Ma a parte questo direi che invisibile non lo sono più. Forse un pezzettino, un piccolo danno rimane. Ma mi pare normale».
È stata la diagnosi di sieropositività a spingerla a scrivere la sua storia?
«Raccoglievo da anni materiale, volevo scrivere su Rozzano e la mia storia. Poi nel febbraio 2016 è arrivato quel referto e io mi sono accorto che l’Hiv e Rozzano si parlavano. Io allora ero già andato via, vivevo a Milano, in centro, mi ero allontanato dalla marginalità geografica, ma il mio corpo mi ha presentato una nuova marginalità, sociale e simbolica. Allora ho pensato che potevo raccontare queste due presenze ostili e vergognose della mia vita dall’interno. Cercando di aggiornare un immaginario che sia su un tema sia sull’altro era un po’ fermo al passato».
Dopo un primo libro così personale e forte, non ha la sensazione di aver detto tutto?
«Sono felice di potermi dedicare a qualcosa di meno ingombrante. Febbre mi ha costretto a parlare sempre delle stesse cose, mi ha reso testimone di temi che mi sono cari, ma si sono mangiati tutto il resto. Mi piace l’idea di poter trattare argomenti più universali, anche se la mia storia – mi dicono – ha generato rispecchiamenti in persone con vite completamente diverse dalla mia. Io penso che qualsiasi esperienza, se osservata con un certo sguardo, possa diventare di tutti».

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