KOBE BRYANT
PAOLO ROSSI
Maradona
STIRLING MOSS
PIERINO PRATI
MARIO CORSO
SANDRO MAZZINGHI
PIETRO ANASTASI

Quando se ne va un campione dello sport resta nella memoria di chi lo ha amato la traccia profonda delle emozioni che ha regalato, dei sogni che ha generato, dell’orizzonte che ha indicato. Il 2020 si è aperto e chiuso con tre – trai tanti – dolorosissimi addii. A gennaio – il 26 – è morto Kobe Bryant, a novembre – sempre il 26 – se n’è andato Diego Armando Maradona, il 9 dicembre Paolo Rossi. Pensare ai miti eterni dello sport significa pensare a loro. Kobe aveva 41 anni, si era ritirato da poco, aveva scritto il suo nome nella storia della NBA vincendo 5 «anelli» e 2 ori olimpici.

La sua tragica morte ha colpito il mondo intero come un pugno sullo stomaco. Bryant stava viaggiando in elicottero, era diretto dalla sua casa nella Contea di Orange al torneo di sua figlia Gianna Maria alla Mamba Sports Academy a Thousand Oaks. Nell’impatto – con l’elicottero che è precipitato a oltre 300 km./h – oltre a Kobe e alla piccola Gianna – sono morte altre sette persone. Ha detto sua moglie Vanessa durante l’orazione funebre: «Era così facili amarli. Erano felici, divertenti, sciocchi, adoravano la vita. Erano così pieni di gioia e di avventura. Dio sapeva che non potevano essere su questa terra l’uno senza l’altro. Ha dovuto riportarli a casa insieme. Io ero il fuoco, lui il ghiaccio».

Maradona – prima di morire per l’ultima volta il 26 novembre – era già morto almeno un paio di volte. Aveva 60 anni, è morto solo, in una casa che non era la sua, un alloggio di emergenza, alla periferia di Buenos Aires. E’ morto dimenticato da tutti, lui che per tutti era stato speciale. El Pibe de Oro è stato il simbolo dell’Argentina – con cui ha vinto un Mondiale nel 1986 – e l’unica vera divinità pagana di Napoli, che ha portato a vincere due scudetti (1987 e 1990). Maradona è stato – banalmente – il Calcio.

Non ha lasciato eredi, al massimo emuli. C’è una profonda nota di malinconia nel suo lungo addio, malinconia che diventa nostalgia per quello che ci ha regalato. Questo fanno i miti dello sport: seminano bellezza a futura memoria. Proprio come Paolo Rossi, Pablito, amato dagli italiani per quello che ha rappresentato: un’Italia unita, capace di risollevarsi dalle difficoltà e di fare squadra. Il campione del mondo del 1982 lascia il ricordo di una persona gentile, un campione che era gente tra la gente.

Ma il 2020 è stato anche l’anno in cui se ne sono andati tanti campioni che hanno brillato nella stagione più felice della loro vita. Sono morti giovani, come il 57enne Donato Sabia, mezzofondista azzurro negli anni ’80; o se ne sono andati da vecchi, superata la soglia dei 90 anni, come Stirling Moss, ex nome celebre della Formula 1 negli anni ’50.

Il calcio ha pianto molti protagonisti dell’epoca in bianco e nero, come Mario Corso, il «Piede sinistro di Dio«, l’uomo delegato alla fantasia nell’Inter del Mago Herrera che negli anni ’60 dettava legge in tutto il mondo; come Pierino Prati, «Pierino la Peste», superlativo attaccante del Milan che nel 1969 vinse la Coppa dei Campioni; come Pietro Anastasi, il bomber della «Juventus operaia» che scaldava il cuore delle migliaia di emigranti che dal Sud salivano a Torino per lavorare alla Fiat; o come Gigi Simoni, ex allenatore gentiluomo dalla carriera lunghissima che aveva guidato, la favolosa Inter di Ronaldo il Fenomeno.

Ci ha salutato a 81anni anche l’ex pugile Sandro Mazzinghi, campione del mondo dei pesi medi junior 1963-65 e 1968-69, campione europei pesi medi junior 1966-68, ma soprattutto la faccia di una certa Italia, quella che negli anni del Boom economico saliva sul ring e per guadagnarsi la vita la prendeva a pugni, con coraggio e lealtà, come solo ai grandi campioni è concesso.

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