C’è una drammaturgia potente che scuote la visione. Perché ci sono parole e suoni e immagini e canti e posizionamenti e ambientazioni che toccano i sensi. Che abbracciano lo sguardo, lo contengono, lo amplificano e lo aprono ad altri orizzonti. C’è, in scena, un mondo complesso e squilibrato – come lo è il nostro – che cerca un ordine, e reclama un’armonia perduta. C’è lo stordimento perturbante del sonno e della veglia, uno stato allucinatorio della realtà senza filtri. C’è una discesa, e risalita, verso la sacralità della condizione umana, che apre spazi a domande sulla vita, la morte, la malattia, la disperazione, la forza, la debolezza, il sogno. Tutto questo sorge plasticamente e sonoramente nel perimetro monumentale esterno dell’Abbazia di Valserena alle porte di Parma dove, in tre tappe itineranti, si viene condotti e attratti dai corpi recitativi e sonanti dei performer – l’ensemble di “attori sensibili”, attori storici, ragazzi e cantanti – coinvolti da Maria Federica Maestri Francesco Pititto di Lenz Fondazione per la creazione site-specific La vita è sogno.

Lenz Fondazione, La vita è sogno, ph Elisa Morabito

È questo, dopo Il grande teatro del mondo e La vida es sueño, il terzo capitolo di un affondo sempre più lucido dentro il capolavoro del teatro barocco di Calderon de la Barca, che arriva dentro il nostro tempo grazie allo sguardo di Maestri e Pititto, rivelatore di nuovi scandagli epifanici. Lo sono anche gli oggetti scenici, emanazioni di iconografie concettuali e concrete del dramma: una carcassa d’auto incidentata, una palla dorata come corona e visione autoritaria del mondo, una bianca culla, il calice eucaristico elevato e donato, e soprattutto quella fila di metallici letti a castello con materassi bianchi, addosso alle mura del monumento, rappresentativi della condizione trasognante, ma anche rifugio e difesa.

Lenz Fondazione, La vita è sogno, ph Elisa Morabito

Dall’unico giaciglio della prima sosta, dopo il riconoscimento di Rosaura e Clarino con caschi da pugili e ginocchiere, si risveglia il principe incatenato Sigismondo tormentato e poi urlante al grido di “libertà, libertà” battendo pugni fragorosi sul grande portone. Lo ritroveremo liberato e poi eletto re, assunto da tre diversi interpreti, uomo e bambino. Avremo prima ascoltato la madre (morta) Clorilene ancora gravida in cerca del figlio, al cui lamento fanno da contrappunto le voci di un soprano, un contralto e un tenore, impegnati nei corali e nelle arie della Passione secondo Matteo di Bach. In dialogo con il paesaggio sonoro creato dal compositore elettronico Claudio Rocchetti, il canto accompagnerà l’intero “auto sacramental”, dove scorre un’identificazione della storia del protagonista con la Passione di Cristo. E l’allegorica natura religioso-liturgica, filosofica-metafisica del dramma di Calderon, la ritroviamo qui efficacemente espressa nel linguaggio installativo di Lenz che ben esprime i concetti chiave del madrileno: la vita come recita e pellegrinaggio, la tensione tra materia e spiritualità, la fragile precarietà umana; e ancora, il tema del tempo mortale “dalla culla alla tomba” e del “libero arbitrio”.

La vita come mera illusione è la conclusione cui perviene il protagonista Sigismondo, straziato tra terra e cielo, carne e spirito, natura ferina e umana. La singolare avventura del principe polacco si apre con l’iperbolica descrizione dell’“ippogrifo violento”, un destriero recalcitrante e selvaggio che rappresenta il cosmo primigenio, l’amalgama caotico dei quattro elementi acqua, terra, aria e fuoco, per chiudersi, però, sul riassetto di tutti gli equilibri.

Lenz Fondazione, La vita è sogno, ph Elisa Morabito

Rieducato alla regalità e alla temperanza, Sigismondo smentirà il pronostico infausto delle stelle, mezzo fallace di conoscenza del vero, cui il padre, re Basilio, aveva incautamente creduto dando così inizio alla parabola del figlio recluso e poi messo alla prova nella capacità di perseguire il bene. Sperimenterà la violenza sanguinosa del reale e la pericolosità del caos, per, infine, assolvere le colpe del padre, e, dissolto il conflitto umano e politico, restaurare le antiche gerarchie mettendo fine al sogno della rivoluzione.

Lenz Fondazione, La vita è sogno, ph Elisa Morabito

Tra colpe, agnizioni, vendette, lotte, tradimenti, indulgenze, dentro una struttura scenica che è, insieme, castello e foresta, torre e stanza da letto, campo di battaglia e luogo sacro, il lavoro drammaturgico-registico di Lenz di scarnificazione del testo, apre, nella sua sintesi, a un immaginario connesso, stratificato e contaminato. I personaggi sono presenze fragili e tumultuose, urlanti o sussurranti, sempre piccolissime in accostamento all’architettura, sulla cui parete, infine, invece giganteggeranno nella videoproiezione evanescente di una sequenza con i due Sigismondo lottatori boxer.

Nello stesso tempo un uomo avvolto da bianche lenzuola, si allontanerà al calar della sera sul vasto prato adiacente. È la “figura Christi” – l’”attore sensibile” Paolo Maccini ferito nella mente – che aveva lamentato l’abbandono del Padre, e ora pronuncia le ultime parole: “Vado a morire in croce, ma domani ritornerò”.

Lenz Fondazione, La vita è sogno, ph Elisa Morabito

Spettacolo di grande impatto immaginativo, La vita è sogno di Lenzo Fondazione rappresenta la conclusione del progetto quadriennale “Il Passato imminente” realizzato per Parma Capitale Italiana della Cultura 2021.

L’articolo “La vita è sogno” di Lenz, tra libertà e costrizione, autodeterminazione e destino proviene da exibart.com.