«L’ha scritto una femmina», quel diverso punto di vista di Carolina Capria

«Durante il mio percorso di studi, dalle elementari al liceo, non ho mai studiato l’opera letteraria di una donna. Sulle pagine di manuali e antologie c’era spazio solo per firme di genere maschile», Carolina Capria, classe 1980, da diversi anni pubblica romanzi e saggi per ragazzi. Di origini calabresi, vive a Milano e, con il progetto social L’ha scritto una femmina, si impegna a valorizzare le donne nella letteratura.

Da Cosenza a Milano, quali sono stati i momenti più importanti del suo percorso?
«Quelli in cui ho dovuto prendere delle decisioni anche se non sapevo dove mi avrebbero portata. Non sono mai stata una persona avventata, anzi, ho sempre
riflettuto a lungo sulle mie scelte, ma alcune volte non era possibile prevederne le conseguenze. Così, in quei casi, mi sono fidata del mio istinto e, anche quando non mi ha condotto dove avrei voluto, non ci sono stati pentimenti. Tra me e me dicevo di continuo: “Sì, dai, prova!”».

Quando è nata la sua passione per la lettura?
«A casa dei miei nonni, dove c’era una grande libreria. Era possente, di legno lucido e decorato, e, secondo l’idea che mi ero fatta, un mobile del genere doveva contenere il tesoro più prezioso che esistesse. Iniziai a ritenere fortunato chi possedeva tanti libri e poteva sfogliarli. La certezza di avere tra le mani qualcosa di importante ha fatto sì che capissi, sin da bambina, il grande privilegio che ne derivava».

Cosa ti ha fatto prestare particolare attenzione alle scrittrici?
«La volontà di andare oltre l’idea, percepita a scuola, che non potessero esistere donne dotate di talento e ingegno. Un approfondimento che mi ha portato a scoprire, ad esempio, le opere di Grazia Deledda, vincitrice del Nobel per la letteratura nel 1926. Da lì ho deciso di creare un posto nel quale potessero avere più spazio le voci al femminile. Purtroppo in questo momento le scrittrici non godono ancora della stessa considerazione dei loro colleghi di sesso maschile».

Qual è il valore aggiunto di una letteratura al femminile?
«Quello di un punto di vista, né migliore né peggiore di altri. Per molto tempo gli uomini, spesso bianchi e privilegiati, hanno avuto l’esclusiva su come raccontare il mondo, e tutti abbiamo fatto nostra quella visione. Eppure i punti di vista sono milioni. Pensiamo a quando Sibilla Aleramo, attraverso Una donna, ha raccontato la sua esperienza di maternità come sfaccettata e complessa, e non fatta solo di sacrificio. Così ha superato la narrazione collettiva per cui le donne nascevano soltanto per fare le madri, realizzandosi in quell’esperienza. Sibilla Aleramo ha avuto il coraggio di offrire una nuova prospettiva che probabilmente ha permesso a molte donne di non sentirsi sbagliate».

Qual è la cosa più bella che le è successa con il suo progetto L’ha scritto una femmina?
«Mi sono resa conto di quanta curiosità ci sia di scoprire, o ri-scoprire, firme più o meno note. Non avrei mai immaginato che tante persone avrebbero partecipato attivamente alle discussioni facendo proposte e che avremmo scelto insieme tanti titoli interessanti. In Italia i lettori sono pochi, lo sappiamo, ma posseggono dedizione e spirito critico».

Cosa c’è di lei in questa esperienza?
«Ho sempre pensato che i libri dovessero servire per creare un dialogo, non per chiudersi in se stessi. In parte sicuramente si tratta di un’esperienza riservata e solitaria, ma ci migliora davvero la vita nel momento in cui ci fa entrare in comunicazione con gli altri. Il mio approccio è quello di far nascere argomenti di
confronto, creando un terreno comune».

Quali sono i posti che lei preferisce per leggere?
«Innanzitutto il treno, motivo per cui lo scelgo sempre come mezzo per spostarmi. Il tempo che si trascorre viaggiando è sia attivo, perché ci si sta spostando, che passivo, poiché non lo si può riempire di mille impegni. A mio parere si crea una bolla quasi magica di concentrazione e calma. Ultimamente mi faccio andare bene il divano del mio soggiorno e, se c’è il sole, la sediolina sul balcone».

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