Laura Chiatti, sulla copertina di Vanity Fair (n. 5, febbraio 2021)

Questo articolo è pubblicato sul numero 5 di Vanity Fair in edicola fino al 2 febbraio 2021

La genetica non è un’opinione: «Mio figlio già recita. L’altro giorno, preoccupata, mi telefona la maestra: “Il bambino è un po’ emaciato, forse ha mal di pancia, sicuramente non sta bene, può venire a prenderlo?”. Corro a scuola, lo vedo e capisco immediatamente: “Oggi ti porto a casa”, gli sussurro, “ma mi devi dire la verità”. Si è costituito subito, esattamente come facevo io alla sua età. “Mamma, ho preso un po’ di sabbia bianca bagnata dal cortile e me la sono spalmata in faccia per rendermi credibile”». Laura Chiatti sostiene che i bambini siano «dei manipolatori straordinari» e che lei, da madre a tempo pieno di Enea e Pablo – «I nomi li ha scelti mio marito, ed è un bene: fosse stato per me forse si sarebbero chiamati Liam e Christopher», due maschi arrivati nel breve volgere di un anno e mezzo: «Non mi piace delegare la loro crescita a qualcun altro» –, si sia convinta al compromesso. «Mi faccio soggiogare spesso e volentieri dai loro desideri perché con lui e con suo fratello passo tutto il giorno. Il no delle sei di pomeriggio alle sette diventa nì e con ogni probabilità, alle otto, un sì».

È istinto di sopravvivenza?
«Forse soltanto istinto. In amicizia e in amore sono molto istintiva e poco razionale. Assecondo le mie emozioni anche quando sono negative. Sul lavoro invece è un’altra storia».

Che tipo di storia?
«Una storia diversa. Se so che sotto non esiste una rete di protezione non mi butto mai».

E le dispiace?
«Molto. Un attore dovrebbe fare il contrario. Sono anni che desidero fare teatro, me l’hanno offerto spesso, ma non ho mai avuto il coraggio di dire di sì».

Come mai?
«Ho sempre l’ansia di non essere all’altezza. Alla curiosità e al piacere di intraprendere un’avventura ammettendo anche l’ipotesi che possa andar male preferisco la sicurezza. Temo di essere inadeguata, ho paura di sbagliare, vorrei sempre che qualcuno scegliesse al posto mio».

Le capita su tutto?
«Solo davanti all’ignoto. Non mi capita se devo recitare per un film né tantomeno se devo cantare. Se domani devo andare a Sanremo per esibirmi all’Ariston dormo benissimo. So cosa fare, non temo blocchi di sorta».

Era così anche ieri?
«Ieri era più facile. Da ragazzina ero una ribelle. Scavalcavo la finestra durante la ricreazione per raggiungere il mio fidanzato, ma poi mi guardavo bene dal rientrare in classe. Non è che fossi scarsa e per avere il sei non dovevo spaccarmi la schiena sui libri, ma ero svogliata e avevo un serio problema di buona condotta. All’istituto tecnico il
professore di italiano spesso convocava mia madre: “Guardi, è un peccato, sua figlia è un cavallo imbizzarrito però è anche l’unica alunna capace di farmi piangere con un suo tema”».

E sua madre?
«Piangeva anche lei, ma per altre ragioni. Si domandava cosa avrei combinato da grande e forse non è un caso che quando vinsi i primi concorsi, e il destino artistico a cui in famiglia nessuno aveva pensato si materializzò concretamente, io più che per me ero felice per lei. Mi pareva di aver dato senso al suo sacrificio, al suo investimento, al suo sforzo».

A che destino era indirizzata?
«Sul mio futuro all’epoca non avevo le idee chiarissime. Volevo fare la parrucchiera, anche perché cantanti, attori e registi tra i miei parenti non ce n’erano. Non avevo ambizioni artistiche benché a loro modo, nel loro campo, un po’ artisti fossero anche i miei. Mia madre era impiegata nel negozio di maglieria di mio zio, mio padre lavorava in fabbrica. Metalmeccanico. Tra i due luoghi di lavoro poche centinaia di metri. Vengo da una famiglia dignitosa e modesta, forse per questa ragione ho sempre avuto ben chiaro il valore del denaro e sono rimasta una persona con i piedi per terra. Papà rientrava con le mani sporche. E l’odore della sua tuta piena di grasso, un profumo che adoravo, si confondeva con i dolci che aveva in tasca. Aveva una sorta di secondo lavoro alla Perugina. Portava i “Baci”, i prodotti sperimentali, i pasticcini. A casa nostra il cioccolato non è mai mancato».

Era dolce anche il clima?
«Allegro. Dialettico. I miei sono molto affiatati, ma si sono anche sempre detti le cose in faccia. Ero circondata da famiglie che in privato si scannavano, ma tenevano in piedi la finzione sociale della perfezione perché in provincia l’idea che l’apparenza sia più importante della sostanza è ancora radicatissima. Ecco, i miei da questa regola sono
sempre evasi. Se si dovevano mandare a fare in culo, lo facevano tranquillamente. Ma non ho mai vissuto il dramma del litigio furibondo: nel rapporto di coppia i miei sono stati teatrali e altalenanti, ma al tempo stesso complici e uniti. Alla fine dominava l’elemento comico, folkloristico e grottesco. Ci è sempre piaciuto ridere in famiglia. Ci è sempre scappato da ridere. Forse anche per questa ragione, quando a incazzarmi sono io, non riesco mai a farmi prendere sul serio».

Prime tracce di divismo: in piazza, a Marsciano. Lei ha 12 anni, frequenta la seconda media, indossa un cappello rosso su una testa di capelli ricci e un gilet scozzese. Canta su un palco mentre le telecamere della tv la riprendono.
«Volevo partecipare a ogni costo al Karaoke televisivo per incontrare Fiorello. Da ragazzina lo amavo perdutamente, mi portavo in gita scolastica i suoi poster nello zaino, sognavo di sposarlo. Andai in tv sperando di conoscerlo e invece proprio da pochissimi giorni la trasmissione era passata nelle mani di suo fratello Beppe. Mi dovetti accontentare».

Quattro anni dopo vince Miss Teenager. Prima di lei, in ordine sparso, Mita Medici, Gloria Guida, Isabella Ferrari e Claudia Gerini.
«Non avevo la vocazione e il mestiere che faccio oggi non mi venne di certo a bussare alla porta. Cantavo per diletto mentre sulla tv di casa scorreva Sanremo, facevo concertini in ambito familiare e di rado partecipavo a qualche concorso canoro. In una di queste occasioni mi notò un agente. Mi propose di partecipare a Miss Teenager, dissi di sì e mi ritrovai su un palco con Sebastiano Somma e Marta Flavi. Alla proclamazione della vittoria scoppiai in lacrime, ma in realtà già il giorno dopo ero molto serena. Anche se da allora iniziai a fare provini, per molto tempo ho considerato il mio lavoro alla stregua di un gioco».

Che impressione le fa rivedere quelle immagini?
«Se non do retta all’illusione ottica che mi porta a vedere in quelle immagini mio figlio con i capelli lunghi, l’impressione dominante è la tenerezza. Ripenso a quegli anni, a come li vivevo, all’ingenuità che avevo».

Era ingenua e manipolabile?
«Ingenua sicuramente, manipolabile per niente. Sono sempre stata lucida e molto poco influenzabile. Sapevo ciò che era giusto fare e ciò che sicuramente era sbagliato. Avevo una mia integrità interiore e la fortuna di poter contare su due genitori che mi hanno sempre seguito e fatto capire qual è la realtà delle cose: quello che di brutto può accadere e quello che puoi fare per non farlo accadere. Quando mi capita di sentire discorsi sulle ragazze che si trovano ad affrontare situazioni imbarazzanti all’interno del mondo dello spettacolo e non sanno come reagire, o addirittura “giustificazioni” di stampo geografico: “Eh ma sai, chi è nato in provincia e non ha mai vissuto in quell’ambiente può cadere più facilmente in una trappola”, penso sempre che le parole sono importanti».

In che senso?
«Siamo immersi in un dibattito in cui sembra non ci sia più differenza tra avance, molestia e violenza sessuale e invece io credo che siano tre cose completamente diverse e che per non dare spazio al luogo comune ogni termine vada associato a un preciso significato. Al corteggiamento che ti costringe a cedere le tue virtù non credo e non ho
mai creduto. E non solo perché non ci sono mai cascata».

Non è una visione ortodossa.
«Il conformismo mi annoia e non cerco di essere diversa da come sono per far sì che le persone mi apprezzino. Posso non piacerti, ma sono così come mi vedi. Non mi riconosco molti lati positivi, ma uno ce l’ho».

Quale?
«Non seguo gli stereotipi e non mi piego alle opinioni che non mi appartengono per quieto vivere. Preferisco essere schietta e sincera piuttosto che andare dietro al gregge».

È vero che pur essendo nata in una regione in cui la sinistra ha governato per decenni non si sente troppo di sinistra?
«Non mi spingo a parlare di politica perché faccio sempre un sacco di danni e vengo regolarmente attaccata, ma è assolutamente così. E comunque è un discorso superato dai tempi: le marcate diversità tra destra e sinistra ormai sono un ricordo».

Dire una cosa simile negli anni Settanta sarebbe stata impensabile.
«Ma infatti negli anni ’70 non avrei fatto un solo film». (sorride)

Perché sorride?
«L’argomento mi fa sorridere perché non proclamarsi di sinistra nel mondo del cinema equivale quasi a un tabù. Penso ci siano molti più attori di quanto non si creda con un punto di vista vicino al mio, però pubblicamente non si può dire. È un circolo vizioso. Devi allinearti. Se non hai una struttura solida, prima ti associano a determinate
ideologie, poi non ti prendono più in considerazione. E attenzione, si parla soltanto di idee».

Le dà fastidio che si diano patenti di legittimità?
«Mi danno fastidio i ghetti e le distorsioni. Se hai una visione di destra non sei necessariamente fascista né ripeti ossessivamente davanti allo specchio “molti nemici molto onore”».

La politica attuale?
«Ci vorrebbero regole e uomini con un’idea chiara del presente e invece mi pare brilli uno sfascio totale. Mi sembra che chi comanda, al governo, invece di trovare una sintesi che aiuti a coalizzarsi sia impegnato in una lotta personale che come possiamo vedere non contribuisce al miglioramento generale».

Lei è un’aliena.
«Succede di incontrare altre attrici. Magari covano dei pregiudizi nei miei confronti, ma quando lavoriamo insieme e hanno la possibilità di conoscermi meglio ricevo grandi soddisfazioni. Chiara Francini recentemente mi ha fatto un complimento bellissimo: “Prima pensavo che dicevi certe cose perché gli altri si facessero un’idea di te e adesso mi rendo conto che a te, di quello che pensano gli altri, di compiacerli, non importa veramente niente”».

«Mi sento più vicina a Valeria Marini che a Laura Morante». La frase è sua. Le vestali del politicamente corretto impazzivano?
«Impazzivano e impazziscono tuttora quando dico che in tv guardo Uomini e donne. A me Uomini e donne piace. Tralasciando il fatto che è un esperimento antropologico di un certo pregio, non lo vedo per acquisire nozioni di fisica quantistica, ma perché mi diverte e perché sono irrimediabilmente attratta dal trash. Ogni tanto ci vuole anche un po’ di leggerezza. Guccini lo ascolto e mi piace, ma a volte lo alterno con i Modà».

Quando le sembra di sfiorare la leggerezza?
«Quando non peso sugli altri. Da buon Cancro sono soggetta ad alti e bassi e a qualche umoralità. La tengo a freno e magari faccio il pagliaccio al solo scopo di far ridere gli altri. Sul set accade sempre, dico mille cazzate e faccio subito amicizia con tutti. Porto allegria. A volte ho il sospetto che mi chiamino solo per questo». (sorride)

Avati, Comencini, Sofia Coppola, Corsicato, Faenza, Giordana, Mordini, Sorrentino, Tornatore. Tanti registi, tante diversità artistiche.
«Mi è capitato di incontrare molte persone speciali. Uomini deliziosi come Roberto Faenza o registi come Marco Tullio Giordana, uno che è riuscito a emozionarmi perché mi ha fatto sentire apprezzata. Poi è questo che dovrebbe fare un regista con un attore, secondo me: emozionarti. Coinvolgerti. Se ti emozioni restituisci emozioni. Per emozionare ti devi emozionare. Se non c’è chimica, come in amore, è sempre qualcosa di artificioso, di costruito, destinato a crollare».

Cosa le ha dato il cinema?
«Per fortuna ho vinto la pigrizia, il mio peggior difetto, e ho recitato. Sul set mi rianimo. Mi sono sempre molto divertita e mi diverto ancora. Poi per quello che le dicevo all’inizio, per la mia passione nel crescere i miei figli, a più di qualche lavoro in questi anni ho serenamente rinunciato. Ho lavorato di meno, volutamente, perché accettavo soprattutto lavori brevi che avessero Roma come location. Vivendo in Umbria, facendo mio marito il mio stesso mestiere ed essendo gli uomini come saprà un po’ egoisti per natura, era inevitabile che lui lavorasse più di me. L’avevo messo in preventivo. Ma non è stato un trauma e non ho nessun rimpianto. Ho stabilito le mie priorità. Volevo fare soprattutto la mamma, non l’attrice, né la cantante».

Cosa si aspetta domani?
«Uno scarto rispetto al passato. Un cambiamento. Una metamorfosi. Un investimento emotivo che sulle attrici, in Italia, purtroppo è molto raro vedere perché su certi aspetti si procede a compartimenti stagni. Alcune colleghe si fanno il sangue amaro, ma io ho fatto i conti con l’idea che ottenere quell’attenzione sia difficile. Per anni mi hanno chiamato per interpretare la bella senza mai prendermi in considerazione per ruoli più drammatici o disagiati. Magari, per assurdo, mi piacerebbe persino continuare a fare la femme fatale, ma so che non succederà più e mi trovo invece davanti a proposte che mi vedono madre di ragazzi di vent’anni. Da un lato mi spiazza, dall’altro mi dona finalmente la possibilità di esprimere corde che appartengono a ruoli più adulti e maturi».

Ha mai litigato su un set?
«No. Ho il senso della gerarchia e rispetto molto i ruoli. Anche se non sono d’accordo con lui, il mio capitano è sempre il regista. Se c’è necessità provo a parlargli in separata sede, ma non armerei mai un dibattito davanti alla troupe. Non mi piacciono le scenate, né amo le plateali mancanze di rispetto».

Della sua prima esperienza di lavoro, il film Laura non c’è, cosa ricorda?
«I miei capelli impossibili e Francesco Apolloni che a proposito di cerchi che si chiudono è l’ultimo regista con il quale ho lavorato in Addio al nubilato. Con Francesco fu un colpo di fulmine: la nostra è un’amicizia che dura da vent’anni e anche se non ci vediamo spesso è come se non ci fossimo mai separati».

Il plot di Addio al nubilato?
«Racconta una storia vera ed è una commedia con un aspetto molto drammatico. È la parabola di cinque ragazze che si conoscono fin dall’adolescenza e per un lungo periodo si perdono di vista. Il matrimonio di una di loro è l’occasione per ripercorrere il tempo passato, quello perso e le cose non dette».

Nel suo passato sono più le intuizioni felici o più gli errori?
«Non sono mai aggredita dal rimpianto o dal rimorso di non aver fatto qualcosa: penso sempre al presente. Se sono proprio costretta a concentrarmi sul passato, mi assolvo. Se ho preso una decisione, mi dico, è perché in quel preciso istante dovevo proprio prenderla».

Che rapporto ha con il passare del tempo?
«Se mi guardo indietro provo orgoglio. Il tempo è sempre galantuomo e ti fornisce risposte precise anche quando non fai troppe domande».

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