foto Lorenzo Poli


Questo articolo è pubblicato sul numero 8 di Vanity Fair in edicola fino al 24 febbraio 2021

Appena compare il suo viso sullo schermo della videochiamata, notiamo una marcata somiglianza con Quentin Tarantino. Subito confermata: «Me l’hanno detto. L’ho anche conosciuto a una prima cinematografica. Gli ho parlato per un secondo. Il secondo più bello della mia vita. Uno accanto all’altro sembravamo due bodyguard. A quel tempo lui era ingrassato: era mastodontico quanto me». Cioè un metro e novanta per 110 chili. Romano, ex rugbista, Ludovico Di Martino è un regista di stazza. E di razza. A 28 anni, diploma del Centro Sperimentale in tasca, ha realizzato la terza stagione della fortunata serie Skam Italia, non so quanti corti, e due lungometraggi tra cui La belva che, alla fine dell’anno scorso, ha scalato le classifiche mondiali di Netflix. Eppure, alle interviste non è ancora abituato: per un’ora tortura i capelli biondo cenere che non vogliono saperne di stare all’indietro, arrotola e srotola una sigaretta fatta a mano, strabuzza di imbarazzo gli occhi color coccodrillo quando gli chiediamo di alzarsi in piedi per farci vedere la corporatura. Poi, ridendo, confessa: «Non posso, sono in pigiama. Comunque si fidi, sono abbastanza imponente da riuscire a farmi rispettare sui set, anche se lavoro con attori più grandi di me».

Nella Belva dirige Fabrizio Gifuni, classe 1966, e Lino Musella, 1980.
«Sono abituato a stare tra gli adulti. A 13 anni mi sono unito a una compagnia teatrale di gente di mezz’età. Mi ci ha mandato mia madre, per liberarsi di me qualche ora al giorno visto che ero un ragazzino iperattivo. Comunque, loro mi trattavano alla pari. Poi tornavo in classe, guardavo i miei compagni, e mi chiedevo: chi sono questi?».

Chi erano?
«Figli di avvocati e imprenditori di Roma Nord. Gente benestante e fredda, abituata a lavorare molto e sognare poco».

Lei, figlio di Giuseppe e Giulia, due restauratori di affreschi, non si sentiva parte di quell’ambiente…
«Per niente. Noi stavamo stipati in quattro – io, i miei e mio fratello – in una casa piccola e piena di gingilli, quadri, anfore, reperti antichi. Di freddo non avevamo niente. In compenso, ci siamo sempre cibati di sogni. Ancora oggi, se mia madre si innamora di una materia, si iscrive all’università, poi non la finisce. Si appassiona alla cultura ebraica, legge di tutto, appena può va in Israele…».

Le assomiglia?
«Pure io vivo di slanci. Da bambino scarabocchiavo cinque pagine e mi convincevo di aver scritto un libro; poi c’è stato il momento della recitazione; dopo ancora, quando ho messo su una band, pensavo di diventare una rockstar».

Come si chiamava la band?
«Elephants in a Hostel. Per un annetto abbiamo fatto qualche concerto a Roma. Recentemente ho incontrato Giuliano Sangiorgi dei Negramaro: si ricordava di noi, non potevo crederci».

Lei suonava o cantava?
«Cantavo, ma so anche suonare».

Che cosa?
«Fingo di cavarmela con tutto. Mi dia uno strumento e, per cinque minuti, la illudo di essere capace: piano, chitarra, batteria, synth».

Quando, il sogno della regia?
«Sul set del Terzo tempo di Enrico Maria Artale: sono andato per fare la comparsa, sono uscito innamorato».

Il film è del 2013: in poco più di sette anni ha fatto parecchia strada.
«È che ho tantissime idee. Ho stilato una lista: avrò 30 soggetti che attendono di diventare storie».

Sì, ma le storie poi devono trovare un produttore, un distributore. Non è proprio alla portata di tutti riuscire a realizzare un film.
«Oggi nel mondo del cinema c’è molto fermento. È pieno di 20enni che girano cose pazzesche. C’è brio, c’è competizione, quella sana. Se uno vuole lavorare, lo spazio lo trova».

Una fotografia diversa da come di solito si raccontano i 20enni: disoccupati, sdraiati, delusi.
«Io parlo del mio ambiente. Poi, però, vedo gente come mio fratello, che ha appena finito l’università e fatica a collocarsi. Paradossalmente, chi sceglie un percorso più tradizionale arranca di più».

Come mai secondo lei?
«Vede, io sono uno che si butta. Mal che vada, batto la testa e torno indietro. Tanti coetanei invece passano troppo tempo a immaginare le conseguenze delle proprie azioni e intanto stanno fermi. Siamo una generazione divisa in due: metà sparata a mille, metà immobile».

E immobilizzata: la pandemia non sta aiutando la metà fragile a spiccare il volo.
«Quando finirà, però, prevedo una reazione opposta: un’esplosione».

Vale anche per le sale cinematografiche, uno dei settori più colpiti dai vari lockdown?
«Lo spero. Ma, a dire il vero, il declino delle sale era già iniziato. Il Covid è stato una macchina del tempo: ci ha portato avanti di 20 anni. Quando tutto riaprirà, dovremo decidere se accettare che il mondo è cambiato o fingere di poter riavere la vita di prima».

Non lascia speranze per i nostalgici del grande schermo.
«Quella diventerà un’esperienza più di nicchia, come il vinile. Io sono il primo amante della sala. Solo lì riesco a concentrarmi. A casa, faccio binge-watching di quattro serie, e non ne finisco neanche una. Al cinema, mi chiudo e vedo il film per intero, pure se non mi piace. È importante vedere le cose che non piacciono».

E perché mai?
«Perché aiutano a sviluppare il senso critico. Quando un film è godibile, la fruizione è passiva. Io, prima di girare La belva, ho visto un sacco di film brutti».

Tipo?
«Un B-movie terribile che Van Damme ha girato in Romania nel 2004. The Commander, mi pare. Mi serviva per studiare le scene di combattimento».

Che cosa ha imparato?
«Che, purtroppo, in Italia abbiamo ottimi stunt che non sanno recitare e attori bravissimi che non sanno usare il corpo».

Di chi è la colpa?
«Della nostra industria cinematografica, che pensa solo ai primi piani. Se allargassimo un po’ le inquadrature, potremmo raccontare molte cose senza dire una parola».

Nella Belva lei ci ha provato: Gifuni reciterà 30 battute in tutto il film.
«Mi piaceva l’idea di usarlo in un modo in cui non l’aveva mai usato nessuno. Lui, attore cerebrale, si è calato nei panni di un taciturno e palestratissimo ex soldato con sindrome post-traumatica da stress».

Forse è questo uno dei motivi del successo del film: oltre l’uso di ampie inquadrature, gli attori non parlano con accento romano, la storia è ambientata in una sorta di Gotham City senza collocazione geografica. Insomma, non si percepisce alcun provincialismo italiano.
«In realtà, per il solo fatto di aver pensato di “fare il primo action movie italiano” mi sono sentito provinciale. Alla casalinga di Rio de Janeiro non interessa se questo è un film unico nel suo genere nel nostro Paese. Lei ti valuterà comparando il tuo ai film d’azione che hanno fatto la storia del cinema. Ormai la sfida è globale. In un mondo sempre più piccolo dobbiamo fare film sempre più grandi, o moriremo. Vale la pena tentare, e al massimo sbagliare».

Si sbaglia di più compromettendo la propria vena artistica per andare incontro alle richieste dei produttori o rinunciando a realizzare un film pur di rimanere fedele a se stessi?
«Dipende: a volte i consigli dei produttori servono per limitare l’autoreferenzialità dei registi. Loro pensano al pubblico e lo conoscono meglio di noi. In generale, però, tengo a mente un monito: la carriera si fa con i no. È stato proprio un produttore a dirmelo a Los Angeles».

Le piacerebbe un giorno lavorare là?
«A chi non piacerebbe? L’America è un’arena che ti permette di sognare in grande».

Lei lo fa sempre?
«Sempre. Con umiltà e poca modestia».

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