Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Serena Maria Brindisi sul suo progetto solista Lyre. L’artista, di origini milanesi, ha da poco esordito con il singolo Broken Flowers, tratto dal suo primo EP Queer Beauties. Lyre, che richiama le sonorità del mondo di Bjorke e FKA Twigs, è sicuramente tra i progetti più originali e accattivanti sulla scena musicale elettronica.

Lyre: l’intervista a Serena Maria Brindisi

Come nasce il nome del tuo progetto: Lyre?

È stato Davey Ray Moore, il mio supervisor all’università di Bath, musicista e produttore incredibile che stimo tantissimo (CousteauxCristina Donà, Afterhours) a consigliarmelo un giorno, a “donarmelo” in un certo senso. Mi è piaciuto molto perché amo proprio il contrasto che vive in questa parola. Significa lira ma ha lo stesso suono di liar, bugiarda. Porta insieme uno dei simboli più alti di purezza, l’essenza del songwriting stesso insieme al suo opposto, cioè la menzogna. Adoro questa ambiguità.

Queer Beauties è un album che vede la luce dopo una lunga gestazione. Quanto è importante la ricerca musicale nei tuoi brani?

Per me è tutto. E ho anche dovuto imparare a limitarla, nel senso che, ormai so che difficilmente potrò arrivare ad essere al 100% soddisfatta di qualcosa, semplicemente perché non c’è limite alla ricerca e al miglioramento, e siamo esseri imperfetti, la perfezione totale è inarrivabile e soprattutto, i processi si possono controllare fino ad un certo punto (per fortuna).

Ma quando una certa visione, da ciò che è uno schizzo abbozzato, inizia a prendere forma, non vedo l’ora di andare sempre più affondo ed esplorare le strade che si aprono davanti ai miei occhi. L’esperienza è ciò che salva dall’ossessione della perfezione. Queste strade sono potentissime chiavi di accesso infatti, in nuovi mondi e nuove esperienze che riempiono la vita (almeno la mia).

Inoltre io sento perfettamente quando sono arrivata ad un punto ammissibile ed il brano si avvicina ad essere pronto per essere condiviso. È una sensazione chiarissima e se non la sento, allora non posso espormi affatto. Sarebbe troppo violento e ingiusto. Ci ho messo molto a trovare un mondo sonoro che sentissi profondamente affine alla mia ricerca e ad incontrare i giusti collaboratori, ma non avrei potuto fare diversamente.

Hai lavorato per più di 10 anni come attrice di teatro e performer. Quanto ha influito questa esperienza, nella tuo produzione artistica e musicale?

Sicuramente mi ha dato le basi per la ricerca artistica, nel senso che l’approccio è identico. Affiorano alcuni elementi che sentiamo chiamarci, che richiedono la nostra attenzione perché in qualche modo risuonano con una parte di noi misteriosa e ci sentiamo invogliat* a seguire. Da qui parte la ricerca e pian piano se ne raccolgono altri fino ad avere una materia che si vuole indagare sempre di più, in cui immergersi e attendere, prima di darle o meglio scoprirne la forma, per restituire l’esperienza.

Che siano dei suoni, delle immagini, dei personaggi, delle musiche, delle qualità di movimento o delle parole, è esattamente lo stesso. Io infatti più che creazione la chiamo ricerca artistica perché è un andare a fondo, seguire una necessità, qualcosa che ci farà fare in prima persona un’esperienza che non possiamo pianificare né forzare e da cui sicuramente usciremo cambiat*.

Se l’artista in prima persona non viene attraversat* da ciò che fa, non potrà infatti arrivare e attraversare con la sua opera il pubblico e la sua ricerca non avrebbe senso. In più, io sento di approcciarmi alla musica in un modo molto vicino al fare teatro, nel senso che ho bisogno di costruire forti atmosfere per creare dei quadri, degli immaginari prorompenti dai quali nascono le voci, i canti e le parole, quindi i personaggi e le azioni. Gli attori e le attrici del brano, i contesti e gli eventi portanti. I suoni stessi, possono diventare eventi, in questo la produzione musicale non deve assolutamente tendere ad essere pensata come accompagnamento ma come elemento agente, a volte perfino protagonista.

Uno rullante ad esempio, processato in un certo modo, può diventare una lama metallica, evocare un taglio profondo. I suoni vengono scolpiti proprio per diventare attori e attrici loro stessi. Nei prossimi lavori vorrei proprio usare campioni di lame che si affilano in certi brani.

Broken Flowers è il primo singolo di Queer Beauties. Il lancio è stato compagnato da un video elegante ed evocativo, dove desiderio e violenza si intrecciano. Ti va di parlarcene?

È interessante che l’abbiate interpretato usando le parole “desiderio” e “violenza”. Certo, in effetti il desiderio guida verso la scoperta più profonda di sé e spesso l rivelarsi di certe verità può essere vissuto in modo molto violento ed estraniante, in quanto si abbandonano certe certezze che costituivano prima la nostra identità, quello che credevamo di essere, che plasmava anche la nostra visione del mondo.

Protagoniste del video infatti, sono due figure: Il regista Davide Mastrangelo le ha soprannominate “Ofelia e Iside”. La bianca rappresenta appunto la purezza imprigionata in un quadro naturale statico, la nera una figura mitologica ancestrale che per me rappresenta anche la spietatezza della verità, del suo richiamo puntuale, che senza nessun filtro ti visita ad un certo punto, ti sveglia. In questo caso richiama appunto Ofelia per svegliarla e liberarla dal suo sonno eterno. Una volta che Ofelia rinasce, si risveglia e si alza, Iside è come se cadesse, perdendo le energie che ha dovuto utilizzare interamente per questa sorta di rito.

Per me rappresentano anche il doppio profondo che mi abita. Il contrasto, il maschile e il femminile, il risveglio per mano del desiderio e la necessità di far vivere e esprimere entrambi, rompendo certe gabbie interiori portate dentro dall’infanzia, insieme a ombre profonde. Questi due opposti apparenti io li sento profondamente in me, sempre in dialogo, a volte in guerra e a volte, nei momenti più illuminati, in armonia profonda.

Queer Beauties, il titolo, lascia presagire un riferimento alla bellezza della diversità, pensi ci siano discriminazione di “genere”(in tutti sensi) nella musica?

Assolutamente. In tutti sensi, soprattutto in questo paese. Partirò dal genere musicale, perché non se ne parla mai abbastanza, in Italia è un vero incubo, l’omologazione del suono è pericolosissima. Veramente sembra il retaggio di una mentalità totalmente fascista in un certo senso. La creazione di modelli semplici, riconoscibili e facilmente replicabili da inneggiare all’infinito.

Tutto ciò che invece non è identificabile rispetto a certi parametri fissi, non può rientrare nel sistema del music business Italiano. Per non parlare della scrittura in altre lingue. E per me, e sono convinta di questo, non è colpa del grande pubblico, ma di ciò che le major, le grandi distribuzioni e le radio continuano a proporre.

Se ci fossero più realtà coraggiose e vogliose di esporre uno spettro più ampio e internazionale di artiste e artisti, generi e scene musicali, il pubblico avrebbe la possibilità di fare ascolti più variegati e conoscere nuovi mondi musicali, nuove realtà a cui non ha accesso. Mentre in altri paesi, come Inghilterra o Germania questo è molto diverso.

Il termine Indie, che voleva dire indipendente a prescindere dal genere, in Italia ingiustamente si è trasformato col tempo in un termine che evoca subito un certo sound e un genere musicale riconoscibile che è riproposto all’infinito da etichette che si definiscono indipendenti, ma che sono diventate più major delle major.

A me questa cosa non va proprio giù. In questo modo la musica diventa un abito. Una moda. Un vestito da indossare, uno stile che si deve riconoscere subito per poter essere comprato immediatamente da gruppi predefiniti, appunto perché facente parte di un look studiato che si ripete e si impone.

Ci sono artiste e artisti fantastici nella scena underground che fanno una fatica incredibile a uscire, perché c’è un problema culturale enorme. Avverto in questo paese un’ansia totale di appartenenza e definizione, una grande mancanza di curiosità insieme alla necessità di idolatria, l’assenza totale di coraggio e voglia di mettersi in gioco, la mancanza di una spinta a rinunciare all’abito per scavare più a fondo.

Rispetto poi alla discriminazione di genere in senso letterale, certo, così come in ogni altro campo. È una lotta che bisogna portare avanti in ogni momento, ogni istante, con attenzione e cura, anche proprio dentro noi stesse. Oltre a palesi disparità, che si possono vedere già solo guardando i nomi delle line up dei festival o degli artisti e artiste presenti nei rooster delle etichette o negli aggettivi scelti per descrivere artiste donne in molte testate giornalistiche, spesso c’è anche un’auto sabotaggio interno causato dall’insicurezza derivante dall’essere cresciute in una società patriarcale e maschilista che ti reputa inferiore, o ti confina in ruoli ben precisi tipo vocalist, di bell’aspetto, etc. Inoltre viene sempre richiesto alle donne di dover avere qualcosa di più per poter essere considerate.

Quanti articoli ho letto in cui si identificava, come causa della disparità di genere nella musica, il fatto che le donne non facessero abbastanza, nel senso che per sconfiggerla e avere visibilità avrebbero dovuto proporre capolavori assoluti, in modo da azzittire tutti i critici di fronte a talenti innegabili.

Lyre

Ma ci rendiamo conto dell’insensatezza di questa visione dei fatti e del profondo maschilismo che trapela da un’idea del genere?

Siamo circondati da miliardi di artisti maschi mediocri, che fanno la loro vita e la loro strada tranquillamente nel music business, invece alle donne non è assolutamente consentito di essere mediocri. Devono saltare il cerchio di fuoco con un doppio carpiato, cantando un brano dodecafonico di 6 ottave mentre battono le mani alternando il 5/4 e il 7/4, swingando, se no non han diritto a nessuna seria considerazione.

Detto questo, per fortuna ci sono realtà come Shesaidso, che lavorano quotidianamente e incessantemente per combattere la disparità di genere e le cose, lentamente, stanno cambiando. Già paragonando la line up di Sanremo dell’anno scorso con quella di quest’anno si notano piccoli miglioramenti, anche se il non aver mai auto un direttore artistico donna già fa capire che la strada da fare è ancora lunghissima.

Mentre rispetto alla disparità di genere (musicale) che si vive in questo paese, devo dire che sono molto scoraggiata.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Sicuramente continuare a studiare, scrivere e sperimentare nell’ambito della produzione musicale. Sto attualmente lavorando per il prossimo ep infatti. E poi lavorare per il mio live, sperando appunto di poter portare e presentare in giro la mia musica e il mio progetto appena possibile.

L’articolo Lyre: un progetto che celebra la bellezza e i contrasti della musica proviene da exibart.com.