Questo articolo è pubblicato sul numero 23 di Vanity Fair in edicola fino al 8 giugno 2021.


Spuntavano inaspettatamente
, in una grotta piena di immondizia, con le pareti in parte annerite dal fumo di antichi falò. A volte si affacciavano timide, quasi evanescenti, sotto un arco o su una volta, sulle pareti tutte inghirlandate di parietaria, forse più un ricordo della pietra, o una fantasia dello sguardo, tratto in inganno dai licheni abbarbicati sulla roccia. Se ne stavano lì, pronte a svanire per una variazione della luce o del tasso di umidità. Altre volte, più rare, balzavano agli occhi con i loro colori miracolosi, gli ocra, i rossi, gli azzurri, appena un po’ sbrecciate, o irrimediabilmente sfregiate dal tempo e da generazioni di saccheggiatori. Erano le madonne bizantine, solitarie e scontrose come pastorelle, o trionfanti, con le loro schiere di angeli e di santi guerrieri che si accalcavano sui piccoli altari di pietra. Noi non ci facevamo troppo caso, abitavano quei luoghi da sempre, e non ci stupivano più di tanto. Andavamo lì per fare altro, per parlare, baciarci, immaginare di poter vivere altrove.

I nomi di quei luoghi li conoscevamo come un sentito dire, una leggenda tramandata fra altre leggende. Santa Barbara, Santa Lucia alle Malve, la Madonna delle Vergini, San Nicola all’Ofra. A volte qualcuno trovava un teschio, in un ossario sotterraneo, e ridendo gli dava un nomignolo, o lo usava come portacandela. Forse era appartenuto, quel cranio, a un antico anacoreta arrivato fin lì dal Medio Oriente, uno di quei monaci siriani o armeni che in tempi lontani avevano dovuto lasciare le loro terre per sottrarsi a una persecuzione religiosa, e nei luoghi più impervi e irraggiungibili, sul ciglio di un dirupo o sul greto di un torrente, avevano scavato nella roccia colonne, nicchie e altari, trasformando le grotte preistoriche in luoghi sacri. Oppure il teschio era soltanto di uno dei tanti pastori che qualche secolo dopo trovavano rifugio lì dentro con le loro capre, trasformando le chiese in stalle. O chissà, di un brigante in fuga dall’esercito sabaudo, che era venuto a nascondersi nella più sperduta delle cripte annidate nella Murgia, e ormai stremato, mezzo morto di fame e di paura, era caduto in ginocchio invocando la Madonna affinché lo salvasse. La bellezza, nessuno la cercava, era una cosa come le altre, una cosa in cui incappavi come si incappa in un tramonto, da godere per qualche attimo, di sfuggita, e dimenticare di lì a poco. Portandosela dentro per sempre. Tornando sui luoghi, oggi, trovo le chiese rupestri chiuse da una porta o da un cancello, e cartelli stradali che indicano come arrivarci, sottraendole al riserbo sospirato dai loro fondatori, che ne mimetizzavano l’ingresso e sceglievano, per questi alveari dello spirito, gli anfratti più inaccessibili. Per raggiungerle non bisogna più inerpicarsi su stretti sentieri a strapiombo su un burrone, impraticabili per chi soffre di vertigini: ci sono dappertutto ringhiere di ferro conficcate nella roccia, rampe, e persino scalinate di marmo, come quella che spicca sul belvedere della Murgia Timone, per raggiungere il complesso rupestre di San Falcione. Hanno nomi certi e repertoriati, Santa Maria de Idris, Cripta del peccato originale, San Clemente, San Nicola al Seminario, San Pietro alla Civita, Madonna delle Tre Porte. Promettono meraviglie, e le mantengono. I turisti che pagano il biglietto per poterle visitare se ne vanno poi soddisfatti, dopo aver ammirato sui muri, seguendo una guida, la Madonna del Melograno e il Cristo Pantocratore, San Giorgio che combatte col Drago, Sant’Agnese, Santa Sofia e il martirio dei Santi. Dentro, non ci sono più materassi di spugna smozzicati, cacche di cani, bottiglie di birra e altra immondizia. Non c’è più nemmeno lo spirito degli anacoreti mediorientali che ancora aleggiava in quei luoghi, né lo stupore e le fantasticherie incontrollate dei viandanti o il misticismo ruvido degli antichi pastori, tutt’uno col vento odoroso di timo che si infila nelle gravine.

Gli interventi di qualche sovrintendenza hanno strappato le chiese rupestri di Matera e delle Murge al degrado, ma anche al loro incanto inconsapevole. Eppure la spiritualità selvatica che le abitava, ne sono convinta, latita ancora in qualche ultimo presbiterio trasformato in mangiatoia, in qualche remota cripta acquattata nella garriga, nascosta fra i cespugli di lentisco e biancospino, dove si mimetizza da secoli per sfuggire a pericoli e invasori di ogni genere, compreso il più insidioso di tutti, la banalità del consumo.

Per abbonarvi a Vanity Fair, cliccate qui.