È questione su cui si sono interrogati giuristi di ogni nazione ed epoca. Esiste il diritto alla felicità? Può essere inserito nella Costituzione? Gli Stati Uniti l’hanno inserito già nel Settecento nella loro dichiarazione d’indipendenza. Esiste una giornata dedicata alla felicità, il 20 marzo, istituita dall’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite partendo dalla consapevolezza che «la ricerca della felicità è uno scopo fondamentale dell’umanità».

L’invito è, per tutti gli Stati membri, a proporre un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone.

Esiste anche una lista dei paesi più felici, il World Happiness Report dell’Onu che vede sul podio Finlandia, Norvegia e Danimarca. L’Italia è al 47mo posto in questa classifica fatta mettendo insieme fattori come reddito, salute, istruzione, lavoro, aspettative di vita, stato sociale. Sono elementi reali, ma servono davvero a misurare qualcosa di impalpabile come la felicità?

La Costituzione italiana, all’articolo 3, parla di pieno sviluppo della persona umana. Non cita esplicitamente il diritto alla felicità. Per qualcuno lo sottintende. Romana Liuzzo, Presidente della Fondazione Guido Carli, propone di inserirlo invece proprio in questo articolo che sancisce il principio di uguaglianza.

Al di là del modello americano, perché la scelta della Costituzione?
«Perché la Costituzione non è solo la Carta che sta alla base della convivenza civile del nostro Paese, ma come ogni Costituzione esprime l’anima, lo spirito dell’unità nazionale. Ecco, penso che riconoscere il diritto alla felicità di ciascun cittadino italiano tra i diritti fondamentali sanciti nella prima parte della Carta costituisca una sorta di consacrazione laica di un’aspirazione naturale dell’individuo. E ritengo che la collocazione più appropriata sarebbe l’articolo ‪3, che sancisce‬‬ il diritto all’eguaglianza. Tutti devono essere messi nella condizione di poter concorrere alla felicità individuale. È un modo anche questo per contribuire al benessere collettivo».

Come si declina nella quotidianità il concetto di felicità?
«Essere felici non è uno stato permanente della vita, lo sappiamo benissimo, questo va da sé. Ma si può aspirare alla felicità, cioè alla piena realizzazione e al pieno compimento della personalità di ciascuno. Si può essere felici per esempio se sussistono le condizioni per esercitare un lavoro dignitoso, se siamo in grado di dar vita e mantenere con decoro una famiglia, se abbiamo la possibilità di essere assistiti e curati nella difficoltà o in malattia. Tutto ciò che contribuisce a rendere migliore la nostra vita in qualche misura è un incentivo alla felicità».

Il concetto di felicità è legato all’individuo. Si è persa la centralità della persona negli obiettivi politici?
«Sembra un paradosso, ma più la politica ha trasformato i partiti in strutture leaderistiche, in cui comanda la legge del più forte, del capo carismatico e incontrastato, più il cittadino-elettore è divenuto un numero che contribuisce a formare la massa. Una massa indistinta che popola i social, che fa opinione e consenso nei sondaggi, e che dunque viene presa in considerazione in quanto tale non in quanto insieme di individui. Sì, penso che progressivamente la centralità della persona sia stata sempre più trascurata dall’agenda politica, sostituita nelle attenzioni della politica dalla pancia della massa. Quella sì, assecondata e soddisfatta dalle varie forme di populismo».

La felicità passa per l’uguaglianza dei diritti?
«L’uguaglianza dei diritti non crea felicità di per sé, ma certo se trovasse compimento garantirebbe una condizione di partenza paritaria che agevolerebbe il percorso. Intendo dire che se tutti siamo messi nelle condizioni di vivere del nostro lavoro, per rifare l’esempio basilare di pocanzi, forse c’è qualche probabilità in più che ci si possa dedicare alla propria felicità o a quella delle persone che ci circondano. In assenza di un’occupazione o di una vita dignitosa per la propria famiglia tutto diventa più complicato. Figurarsi il cammino verso una vita felice. Sono considerazioni che segnano questi tempi e che hanno portato la Fondazione Guido Carli, che ho l’onore di presiedere, a organizzare una Lectio magistralis a due voci, ‪il 5 marzo‬‬ a Roma, proprio sul “Diritto alla felicità” e sul “futuro dell’etica”. Uno dei nostri grandi appuntamenti di approfondimento, stavolta un confronto tra Gianni Letta, uomo delle istituzioni, e l’imprenditore filosofo Brunello Cucinelli».

La pandemia e i cambiamenti che ha portato sono un’occasione da cogliere per cambiare la nostra prospettiva o è un treno che abbiamo già perso?
«Non è andato e non andrà tutto bene, a voler parafrasare l’espressione a tinte buoniste che ha segnato le prime settimane della pandemia nel 2020. Questo mi sembra evidente. Penso tuttavia, allo stesso tempo, che non tutto sia perduto. Che ci siano le condizioni per poter fare della crisi peggiore che sia stata vissuta dal Dopoguerra ad oggi quel che i greci antichi chiamavano il kayros, il momento propizio. Ogni crisi segna per definizione una transizione, il più delle volte positiva: si trasforma cioè in un’opportunità. E se da questa sorta di sospensione della nostra normalità, della nostra umanità non ne usciremo migliori, allora sì, il sacrificio di un tempo così lungo e di tanta vita mancata sarà andato sprecato. Sono fiduciosa. Resto convinta che non sarà così, che riusciremo a dar vita a un mondo migliore. E perché no, più felice».

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