Questo articolo è pubblicato sul numero 9 di Vanity Fair in edicola fino al 2 marzo 2021

Spesso non ci sono parole, perché il vocabolario non ha un nome per tutto, ma per l’odore della pioggia sì, Petrichor, ed è con lui che Mattia Balardi (Mr Rain non per caso) scrive: musica, testi. È in lui che supera la tristezza quando sale. «Per dirci quel che desideriamo dirci, si compongono numeri di telefono, si dipingono muri, si mandano chat, si spediscono lettere. Io no. Io uso le canzoni, solo le canzoni». Alla mamma destinò I grandi non piangono mai («Ho fatto un mucchio di stronzate, per fortuna c’eri tu»), al padre con cui ha avuto un rapporto complicato, che li ha separati, A forma di origami («Tutto questo tempo per capire che se ci guardo dentro ci vedo un po’ me»). A noi tutti chiusi nelle nostre case in questo tempo di pandemia che non accenna a finire, Fiori di Chernobyl («Perché è dagli incubi che nascono i sogni migliori»).

Ed è (stato) subito doppio platino.

«Anche in me. Pure per avermi salvato da una catastrofe interiore, una depressione in cui sono caduto dopo essere stato tradito da collaboratori che consideravo amici, prima che ne scoprissi la vera natura. Tendo a fidarmi, e ciecamente, ma se mi tradisci mi crolla il mondo addosso».

Ma poi non succede mai davvero.

«Infatti: il mood ha le tonalità del dolore (“Anche se ci hanno spezzato le ali”), ma è già pieno del suo oltre (“Cammineremo sopra queste nuvole”). Vuole dire: anche quando sembra essere lì, non è vero: non esiste fine del mondo. Ti schiaccia? Dai che sei già in piedi, a ricostruirti. Che un uomo è forte quando impara a esser fragile. Ero a terra, e lei nel giorno in cui mi è venuta nelle mani è stata come uno psichiatra su carta, mi ha svuotato di tutti i pensieri negativi che avevo».

Fa questo, l’ispirazione?

«Trovare un modo per star meglio, penso di sì. Io scrivo solo per quello, giro video solo per quello, vivo alla giornata e do peso alle piccole cose solo per quello sin da quando bambino, a Desenzano del Garda, seguivo Eminem e volevo diventare come lui».

Infatti produce tutto lei, dagli strumenti alla regia. Lavorare soli è esserlo?

«Un po,’ certamente. Ma tanto è natura, anche. Se mi affidassi a qualcun altro, anche solamente per un passaggio di violini, non sarei più io».

Nell’album c’è Non fa per me, una denuncia che sembra dire: «Mi piace la musica ma non il suo mondo».

«Nel digitale, grazie a Spotify, Apple Music eccetera c’è democrazia e onore al merito: piaci alle persone? Sei alto in classifica. No? Nessuno ti vede. Ma a governare certi palchi o passaggi in radio è ancora un establishment tradizionale che non tiene conto di quello che vuole la gente, ma di dinamiche altre: se appari sui giornali, se fai rumore, più che arte. Non è la mia strada».

La libertà ha forse un prezzo?

«Ma alla lunga costa più caro il compromesso a cui devi scendere, se vuoi salire. Sono molto sicuro di quello in cui credo, e a me nessuno può dire cosa conviene fare, com’è il caso che mi vesta, perché si parli di me. Sogno un giorno di pubblicare da un paesino sperduto in Islanda, lontano da tutto e tutti».

Se l’è presa con il Festival di Sanremo a cui però ambisce.

«Perché resta il tempio, ma ogni volta che ho provato a raggiungerlo non mi hanno fatto entrare, anche con canzoni che poi diventavano successi stellari in rete. Bocciate e rifiutate, senza neanche sapere il perché».

Sentieri sulle guance sono quelli che creano le lacrime, quando scendono. Per cosa piange, da uomo?

«Nel levarmi la maschera. Quando tra le righe non puoi più nasconderti, inventarti o fingere. Dentro questi versi, c’è un mio sentirmi in ogni luogo fuori luogo, un mio essere sempre o nel passato o nel futuro, e mai qui e ora. Nella domanda: “Che fine fanno quelli come me? Forse non vanno da nessuna parte”. Nella preghiera: “Tu portami via dove è normale sentirsi diversi”».

Mr Rain e Mattia vanno d’accordo?

«A volte si telefonano. Uno è più paziente, per il “vivi e lascia vivere”, l’altro più intransigente, devoto alla giustizia, uno è più sensibile e l’altro per nulla. Non ci annoiamo».

Amori in corso.

«Presenti, e stavolta senza Sindrome di Stoccolma, questo frequente innamorarsi del proprio rapitore a cui finisci per volere così tanto bene da non riuscire a lasciarlo andare, anche se ormai non si va più d’accordo ed è evidente a entrambi di essere dentro un rapporto malato. Ci siamo persi in 100 metri quadri. Ci siamo stretti le mani fino a cancellarci anche le impronte digitali. Siamo due sconosciuti che si conoscono meglio di chiunque altro. Quanto è difficile odiarti come ti amo adesso».

Lo è meno, ricominciare da sé?

«Da introverso, non so parlare di sentimenti, ed è raro mi sappia anche confidare. Per questo, come canto, sono sempre io il primo nemico di me stesso».

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