NFT, così il business dell’arte diventa digitale

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Tra il 12 e il 14 aprile, Sotheby’s, in collaborazione con il creatore digitale Pak, ha lanciato una vendita e un’asta di tre giorni degli NFT di Pak. La collezione, nota come The Fungible, è stata venduta esclusivamente tramite Nifty Gateway, la principale piattaforma di NFT e hanno raccolto così 17 milioni di dollari.

Un NFT ideato dall’artista Beeple è stato offerto da Christie’s con un prezzo iniziale di 100 dollari, ma ha raggiunto la cifra astronomica di quasi 70 milioni di dollari.

Non stiamo parlando di un quadro di Monet, non stiamo parlando di un’opera di Michelangelo, stiamo parlando di NFT. Ma che cos’è?

L’abbiamo chiesto a Giacomo Nicolella Maschietti, esperto d’arte.

Ci può spiegare in cosa consiste l’NFT?
«NFT è l’acronimo di non-fungible tokens, un certificato di autenticità per file digitali. È una tecnologia che rende unica un’opera digitale in modo da renderla, appunto, unica, e nel momento in cui c’è unicità si crea il collezionismo. Tutto l’interesse è nato ora, ma in realtà è una cosa che esiste da qualche anno. Collaboro con Cinello, che aveva depositato un brevetto proprio per dare l’unicità alle opere digitali. L’NFT è iniziato in America circa due anni fa come collezionismo di figurine di basket. Le persone hanno speso più di 230 milioni di dollari per acquistare e scambiare oggetti da collezione digitali dei momenti salienti dell’NBA. Il più famoso è un mosaico digitale dell’artista Beeple venduto per 69,3 milioni di dollari da Christie’s il mese scorso».

Si parla di rivoluzione…
«Assolutamente. È una vera e propria rivoluzione d’arte. Chi li colleziona sono per lo più under 30, che pagano con Bitcoin. Per chi non è ancora in confidenza con i file, esistono dei supporti in plexiglass, per avere l’opera acquistata come un vero e proprio quadro. Chi invece è più “educato” utilizza il video per alternare la collezione. Puoi rivenderli, scambiarli. I prezzi partono da 100 a 2.000 euro. Poi ci sono prezzi proibitivi come quelli di Beeple».

Quali sono gli artisti da seguire?
«Per l’Italia Dotpigeon (nella foto) e Hackatao. Per gli stranieri sicuramente Pack e Beeple».

Un Banksy originale, acquistato per 69.000 dollari, è stato bruciato e distrutto in un video in live streaming ed è stato poi venduto come NFT per 380.000 dollari!
«La scena di Bansky è stata un gesto teso proprio per spiegare questo mondo, questo cambiamento. L’arte, da materiale passa a immateriale. Ma se ci pensi parte della nostra vita è immateriale. Tu non hai materialmente i soldi. Li hai virtualmente su un conto corrente. Condividiamo virtualmente la nostra vita sui social. Ora anche il digitale diventa arte. E anche un artista famoso come Damien Hirst ha reso noto che lancerà sulla nuova piattaforma Palm, una rete alternativa per Nft che dicono essere più efficiente dal punto di vista energetico rispetto all’attuale blockchain di Ethereum, «The Currency Project», una serie di 10.000 dipinti ad olio su carta, creati cinque anni fa, e legati a Nft corrispondenti».

Ma come si fa ad assicurare un NFT?
«Qui la legislazione è ancora in fieri, ma Generali sta già pensando a un’assicurazione mirata. I portali garantiscono l’unicità ma non la non copiabilità. Ci sono stati casi di hackeraggio perché l’NFT è una stringa http, quindi sono stati rivenduti su altri portali.  A Londra ha aperto il MOCDA, il primo museo al mondo dedicato all’arte digitale. In Italia siamo un po’ indietro. È una vera e propria rivoluzione filosofica. Prima l’arte era un circolo massonico. Ora invece Dotpigeon vende ovunque. Lavorava come grafico e ora ha venduto in una settimana 1 milione e 800 mila euro! Non c’è galleria, non c’è fiera. il digitale aspetta le nuove generazioni. È solo questione di tempo. Certo, la creatività non è ancora al massimo, ma in America il 30% si sente in confidenza nel considerare un file un oggetto».

Che rapporto c’è tra gli NFT e le mostre d’arte?
«Con l’NFT puoi portare le copie dei file in giro per il mondo. Ed è anche green. In più Cinello è anche a sostegno dei musei attraverso il digitale. Metà della vendita va infatti al museo stesso. In un momento come questo direi che è un bell’aiuto!»

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