Durante il lockdown di marzo abbiamo provato a convincerci che sarebbe stata una grande lezione per tutti e che ne saremmo usciti migliori. Siamo a dicembre, la fine del capitolo Covid-19 è ancora lontana, ma è vicina quella di un anno che purtroppo passerà alla storia, quindi ora si può fare un bilancio dei mesi andati. È il momento di guardarsi indietro. È il momento di constatare che non siamo capaci di guardarci indietro.

Mentre scrivo infatti, si sta parlando di un’Italia in zona rossa nei giorni festivi e pre-festivi, in risposta agli assurdi assembramenti degli ultimi giorni nelle vie dello shopping. All’inizio ci avevo pensato anch’io che ne saremmo potuti uscire migliori da questa situazione tragica in cui di colpo ci siamo ritrovati, ma vedendo come sono andate e come stanno andando ultimamente le cose, ne dubito sempre di più. Per uscire migliori da qualcosa, dopotutto, è necessario imparare la lezione, e per imparare la lezione, è necessario uno sforzo di consapevolizzazione e interiorizzazione di quello che è successo, in modo tale che la difficoltà diventi esperienza di cui fare tesoro. Sforzo che, alla luce dei fatti, non siamo stati tutti quanti in grado di fare. Non penso però che sia unicamente colpa nostra se siamo dei pessimi studenti in materia di esperienze passate, se ci dimentichiamo tutto così in fretta, da un mese all’altro, perché espandendo la riflessione al di là della situazione Covid, che fa evidentemente razza a sé, in generale c’è una diffusa convinzione per cui guardarsi indietro non serve a nulla. «Never look back» d’altronde, no? Never look back, che tanto «Il passato è passato» e quindi basta, meglio lasciarlo perdere, meglio andare avanti, meglio concentrarsi sul prossimo obiettivo, che tanto c’è sempre un prossimo obiettivo su cui concentrarsi, no?

Abbiamo sempre una gran fretta di procedere, di superare, di lasciarci alle spalle, e infatti, in una situazione di normalità, godersi il presente è ormai la sfida delle sfide. Forse qualcuno è paradossalmente riuscito a farlo proprio durante il lockdown, quando fermarsi è stata una scelta obbligata e una presa di coscienza è stata inevitabile. Il fatto che ci sia voluta una pandemia globale per darci l’occasione di accorgerci di quello che abbiamo non mi sembra proprio un segnale rassicurante per la società del benessere. È che presi come siamo dall’idea che felici lo si possa diventare a un certo punto e a certe condizioni, anziché esserlo in qualsiasi momento e modo, andiamo avanti a ruota, spesso con il pilota automatico inserito, con l’ansia di arrivare il prima possibile.

La corsa continua verso il futuro è contemporaneamente una fuga dal passato, al quale tendiamo a non dare importanza, del quale non riusciamo ad apprezzare le opportunità offerte, perché per noi le opportunità sono sempre laddove non siamo ancora stati. E invece no, perché quello che c’è «indietro» è pieno di opportunità, da raccogliere più che da cogliere, ed è per questo che serve uno sforzo di consapevolezza in più. Questa sorta di «obbligo» di non guardare mai indietro è proprio lo specchio del nostro stile di vita, tutto incentrato sul raggiungimento di traguardi sempre maggiori, su una crescita continua che non ammette pause, ovvero, per farla breve, sull’insoddisfazione.

Guardarsi indietro, al contrario di quanto si dice, è vitale per sentirsi soddisfatti, per accorgersi di quello che si è fatto, di quello che si ha e di quello che si è. Per consolidarsi. Altroché «never look back» insomma, sistema lo specchietto retrovisore, che ogni tanto ci vuole proprio una bella occhiata panoramica all’indietro.