Nucleare “sicuro”? Sognare si può, ma oggi i conti non tornano

Il sogno (nel migliore dei casi dovremo aspettare decenni) è quello delle centrali a fusione nucleare, che in teoria dovrebbero essere sicure, capaci di riciclare all’infinito le scorie, costose da realizzare ma capaci di produrre energia a costi irrisori. Ci lavorano i migliori del globo. L’italianissimo Enea sta facendo la sua parte con ottimi riconoscimenti internazionali. Ma intanto siamo costretti a maneggiare, con imbarazzo e molti tremori, il nucleare che abbiamo. Hanno forse ragione i vertici dell’Unione Europea, che continuano ad assegnare al nucleare, anche quello di oggi, un ruolo per battere il cambiamento climatico a costo di inevitabili sovvenzioni pubbliche? O conviene piuttosto dare retta al sempre più robusto schieramento, che non comprende solo le associazioni ambientaliste ma anche folte schiere di accademici, che cavalca i segnali quotidiani del mondo reale?  Segnali inquietanti.

Cattivi messaggi

Non ci sono solo i tremori per la tenuta del “sarcofago” di Chernobyl che copre senza neutralizzarla la centrale esplosa 35 anni fa. Ecco i giapponesi che vogliono scaricare in mare, in mancanza di un’altra soluzione, più di un milione di tonnellate di acqua radioattiva regalataci dal disastro di Fukushima del 2011. Ecco i manovratori delle vecchie centrali atomiche, non solo i russi ma anche gli americani e qui vicino i francesi, che vogliano estendere la vita operativa dei vecchi impianti senza peraltro adeguarli ai nuovi criteri di sicurezza (perché, semplicemente, non si può) spremendo ancora qualche denaro da impianti altrimenti a fine vita, senza peraltro chiedere il permesso ai paesi confinanti come le nuove norme internazionali imporrebbero.

Costruire nuovi centrali? Una follia. Con le giuste norme di sicurezza di oggi, che valgono sia per la costruzione che per l’esercizio degli impianti, non conviene a nessuno. Questione di soldi prima ancora di ogni altra considerazione. Perché la competitività economica nei confronti delle altre soluzioni energetiche non c’è. O meglio, non c’è più, per ora, con le attuali tecnologie. Lo dimostrano inequivocabilmente i clamorosi fallimenti delle due nuove centrali di terza generazione con tecnologia francese EPR imbastite una decina di anni fa in Francia (Flamanville) e in Finlandia (Olkiluoto): dovevano entrare in funzione al massimo tra il 2014 il 2015 con un costo stimato tra i 4 e i 5 miliardi di euro. Ad oggi i costi sono quasi quintuplicati e la vera partenza operativa è avvolta nel mistero.

Sussidi o niente

Sussidiare le nuove centrali atomiche coi soldi pubblici, come nelle intenzioni dell’Inghilterra di qualche anno fa e ad oggi non ufficialmente smentite? Le scelte della politica, si sa, sono spesso imperscrutabili e comunque imprevedibili, nonostante i paletti tracciati dagli analisti. Che a prescindere dalle considerazioni sulla pericolosa eredità sociale e sanitaria del nucleare che conosciamo (l’inquinamento frutto dei disastri, ma anche drammatico problema della gestione delle scorie che nessuno nel mondo riesce a mettere in assoluta sicurezza) lasciano poche speranze per la convenienza economica dell’operazione. Perché il nucleare di oggi è aggravato da costi che una volta venivano semplicemente e colpevolmente cancellati all’origine mentre ora vengono giustamente assegnati e imposti lungo tutto il ciclo della progettazione, della costruzione, dell’esercizio e della gestione a lungo termine fino a fine vita degli impianti e delle scorie prodotte.

Atomo fuori gioco? Proprio così. Nella partita tra le fonti energetiche le tecnologie di generazione della nostra energia i costi “veri” del nucleare si dilatano, proprio mentre quelli delle due principali fonti rinnovabili, il fotovoltaico e l’eolico, proseguono nella loro veloce discesa. A sintetizzarlo è una tabella che ha una matrice un po’ di parte – è tratta dall’ultima edizione del World Nuclear Industry Status Report allestito dal gruppo anti-nucleare WISE – ma riassume dati certificati da analisti indipendenti. Il verdetto sembra più che chiaro: oggi i costi operativi di generazione elettrica del fotovoltaico, crollati in media dai 35 centesimi di dollaro del 2009 a meno di 5 cent, sono fino a tre volte minori rispetto a quelli di un impianto nucleare di nuova costruzione e se la battono con i costi marginali di un vecchio impianto atomico affannosamente tenuto in vita tra mille pericoli.

Ma al di là delle diagnosi partigiane non mancano, per suffragare i drammatici problemi di sopravvivenza del nucleare di oggi, i report allestiti da istituzioni di primaria autorevolezza e indipendenza. L’ultima newsletter di RiEnergia, dedicata proprio ai diversi angoli di visuale su quello che è comunque un destino assai problematico dell’atomo,  mette in luce tutte le difficoltà dei paesi nuclearisti a mettere in stand by una tecnologia energetica che solo nell’Unione Europea è bene o male la seconda fonte di produzione  di elettricità con una quota di quasi il 26% dopo i combustibili fossili, che ancora rappresentano quasi il 50% della produzione elettrica globale e che devono vedersela con l’impegno di chiudere progressivamente tutte le centrali a carbone. L’effetto sostituzione del carbone con le rinnovabili probabilmente non basterà e il nucleare può ancora “rappresentare una fonte per integrare e bilanciare il mix energetico attuale e futuro sostengono – nel report di RiEnergia – Lorenzo Tavazzi e Alessandro Viviani dello Studio Ambrosetti.

Accanimento terapeutico

Costruire nuove centrali, come abbiamo visto, è operazione assai ardua anche per ragioni economiche. E anche stressare la vita quelle esistenti pone immensi problemi, non solo in termini di sicurezza ma, anche qui, per una ragione di costi. E’ il caso della Francia con il suo progetto di prolungare la vita di ulteriori 10 anni anche dei 32 reattori da 900 MW più vecchi mediante un retrofit dei sistemi di sicurezza in grado di intervenire automaticamente sul raffreddamento del nocciolo. “Resta da vedere se questi aggiornamenti siano tecnicamente ed economicamente fattibili, dato il cattivo stato delle finanze di EDF” sottolinea – sempre nel report di RiEnergia – Steve Thomas dell’Università di Greenwich.

Una tecnologia in disarmo con una finanza in disarmo: il quadro non potrebbe essere più preoccupante per l’atomo elettrico e le sue illusioni. Oggi è così, domani chissà.

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