Questo articolo è pubblicato sul numero 10 di Vanity Fair in edicola fino al 16 marzo 2021

Parole parole parole, cantava Mina, accusando Alberto Lupo di prenderla in giro con parole senza peso. Le parole invece hanno un peso anche quando sembrano quelle di una canzone o di una poesia.
Lo sa bene l’artista americano Glenn Ligon che le parole le usa nelle sue opere per ricordare la sofferenza del popolo afroamericano nel corso della Storia passata e purtroppo recentissima degli Stati Uniti. «Blues Blood Bruise», tristezza, sangue e livido, sono le tre parole di un’insegna al neon che sta sulla facciata del New Museum di New York. Il titolo di questa opera è A Small Band e fa riferimento a un piccolo gruppo di sei amici afroamericani che nel 1965 furono ingiustamente accusati di un omicidio e selvaggiamente picchiati durante l’interrogatorio per farli confessare.
Sulla facciata minimalista del museo l’insegna sembra essere quella di un flagship store di un marchio di moda. In realtà la sua innocua apparenza annuncia la mostra tutt’altro che innocua che sta all’interno del museo: Grief and Grievance (info: www.newmuseum.org), dolore e lamentela, immaginata da un amico di Ligon, il curatore Okwui Enwezor, scomparso due anni fa prima di poterla realizzare. Lo hanno fatto Ligon e altri curatori in suo onore. Una mostra sulla condizione del popolo afroamericano nell’America fra Obama e Trump. Purtroppo il dolore e il lamento non potrebbero essere più attuali di adesso.

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