Non è facile comprendere l’autocoscienza, una pratica nata all’interno del femminismo italiano tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. La storica dell’arte Carla Subrizi ha scelto di riflettere su questo processo soffermandosi su Taci, Anzi parla. Diario di una femminista, elaborato da Carla Lonzi tra il ‘72 e il ‘77 e pubblicato nel ‘78. Dopo un’attenta rilettura e un lavoro durato tre anni, è nato il libro La storia dell’arte dopo l’autocoscienza. A partire dal diario di Carla Lonzi, edito da Lithos.

Il testo perlustra i metodi di costruzione della storia personale, politica, “millenaria”, riflettendo su come l’autocoscienza nella congiuntura specifica con il femminismo abbia implicato la messa in discussione e la presa di coscienza di sé. Il libro vuole portare avanti una ipotesi: i diari di Carla Lonzi permettono al lettore di potersi immedesimare, creando sollecitazioni profonde, transgenerazionali, che possono connettere passato e presente, individuali e collettivi. Il femminismo non produsse una teoria, ma la prospettiva critica che fa vacillare canoni, modelli, sistemi chiusi del sapere. Allora, quale storia dell’arte si può configurare oggi, dopo l’autocoscienza? Ce ne parla Carla Subrizi in questa intervista.

Professoressa, ci può raccontare come è nato il progetto di questo suo ultimo libro?

«L’idea si è evoluta durante gli anni dei miei studi.  È molto tempo che mi concentro sui modi in cui la storia costruisce la sua narrazione. La storiografia è quello che mi sembra il vero nodo da sciogliere. Studiamo, scriviamo, ricostruiamo fatti: ma come tutto questo diventa storia? La storia non è oggettiva, non è neutra. Quali i rapporti tra storia e rappresentazione? Tra storia e poteri, tra sistemi culturali e canoni, tra processi di inclusione e esclusione dalla storia?  Il canone modernista nella storia dell’arte è ancora troppo presente. La frammentazione dei singoli studi difficilmente restituisce le concatenazione dei fatti. Come provare a fare una ipotesi?

Ho iniziato a  concentrarmi sul  diario di Lonzi qualche anno fa, nel 2018 e poi nel 2019, in occasione di un convegno internazionale sulla postmemory a Madrid (promosso dalla Memory Studies Association).  Mi sono chiesta quale potesse essere l’eredità di Carla Lonzi: la sua storia dell’arte fino al 1970, l’abbandono di essa, la scelta del femminismo e la scrittura, l’autocoscienza, quello che tutto questo, in uno speciale cortocircuito, produsse? Non Lonzi storica dell’arte ma Lonzi femminista e autrice del diario, un’opera straordinaria che mette Lonzi sullo stesso piano, seppur nella differenza, delle voci importanti del Novecento, di un Novecento critico di se stesso, è stato il mio punto di partenza. Cosa ci lascia questo diario? Quale il lascito di Lonzi? Come possiamo leggerlo oggi e cosa insinua nel profondo delle nostre professioni, di noi stessi, delle nostre prospettive culturali?

Il cortocircuito è stato il punto di avvio dell’idea alla base di questo libro. L’autocoscienza, la scrittura del diario, ma solo attraverso il contesto del femminismo in cui si produssero, ho pensato potessero essere una strada da percorrere. Cercare le interferenze tra memoria transgenerazionale del trauma, scrittura non lineare e anacronistica del diario, stratificazione relazionale e dunque orizzontale del separatismo femminista, montaggio e processi di adiacenza come il diario mette in atto: poteva nascere da questa congiuntura apparentemente impossibile una differente ipotesi per una storiografia dell’arte? Una seconda parte del libro è costituita da casi studi: Carol Rama e l’animale, Giosetta Fioroni e l’esilio, Berty Skuber e la storia, Patrizia Vicinelli e il corpo. In questa seconda parte tento di leggere opere, contesti, questioni senza “applicare” un metodo ma procedendo con una distanza da paradigmi a mio avviso desueti: le influenze, i protagonisti, i precursori e i successori e tanti altri criteri di storicizzazione alla base di un canone che ancora è dominante.

Cosa ne pensa della mostra “I say I” organizzata dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, in rapporto al suo libro e all’idea di autocoscienza? Come, secondo lei, in un museo potrebbe avvenire una rilettura della storia nell’epoca più recente?

«A mio avviso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna con la direttrice Cristiana Collu è un progetto che sta imprimendo qualcosa di differente.  L’allestimento stesso con cui la Galleria ha riaperto è stato pensato cercando di scardinare quei sistemi convenzionali di organizzazione di una collezione e quindi  della storia dell’arte, proprio attraverso l’adiacenza, il montaggio ed il cortocircuito.

Gli eventi organizzati riguardanti al “femminile” non sono solo mostre dedicate alle donne. Solitamente Il femminismo diventa il tema di un’esposizione e poi si ritorna alla “normalità”, a quell’organizzazione del museo che rimane intatta, rispecchiando i canoni di una forma di storicizzazione tradizionale. All’interno della Galleria nazionale d’arte moderna, invece, c’è un progetto a monte, che poi prende diverse direzioni, cerca di espandersi a tutte le situazioni che possono riguardare il museo e questo mi sembra molto interessante.

Quindi credo che la mostra “Io dico Io” sarà certamente un altro capitolo all’interno di questo progetto. Ho parlato con alcune delle curatrici più volte ma aspetto con ansia di vedere la mostra».

 Cosa si aspetta da questo libro?

«La mia ricerca vuole mettere in cortocircuito più mondi, più approcci per presentare un’ipotesi della storia dell’arte oggi. Alla fine del libro, nello spazio di una “conclusione”, cerco di ricostruire alcune delle direzioni del dibattito più recente della storia dell’arte. Anche in Italia se ne avverte la necessità. Io feci un progetto universitario a cui invitai Griselda Pollock nel 2007: si intitolava Fare storia dell’arte oggi.

Il mio desiderio, perciò, è che il libro sia contestualizzato in questa riflessione, sui problemi, sulle dinamiche internazionali e transnazionali che ci sono intorno alla disciplina della storia dell’arte. L’intenzione non è quella di sradicarci dal passato o di produrre soltanto cesure o nuove svolte. Abbiamo bisogno di scegliere una prospettiva e di lavorare molto per capire come un progetto di rinnovamento parte nell’intersezione di più livelli: la storia dell’arte è come tanti altri un sistema culturale. È stata profondamente intessuta di paradigmi, aspetti provenienti da sistemi patriarcali del pensiero e delle sue rappresentazioni. Lonzi ci ha avvertito di questo, lo ha fatto prima più radicalmente poi attraverso una riflessione che metteva in luce come qualsiasi cambiamento non può che partire da un cambiamento di sé, nella relazione con le altre donne, con “l’altro”. Il mio libro riparte da questo messaggio e come storica dell’arte ho riletto i diari partendo da questa prospettiva».

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