«È stato un anno scolastico più difficile del precedente per insegnanti, ragazzi e genitori. L’importante non sono i voti, ma che sia rimasta la voglia di tornare a scuola». Emanuela Confalonieri, psicologa dello sviluppo e dell’educazione, docente all’Università Cattolica di Milano, lo dice come una certezza. L’anno scolastico che finisce in tutta Italia questa settimana è stato più complicato del precedente da molti punti di vista.

«L’anno scorso è stato vissuto come eccezionalità e, come tutte le nostre reazioni nel primo lockdown, ha fatto tirare fuori un grande spirito di adattamento. Quest’anno invece partiva con il presupposto che anche la didattica a distanza, nel caso ci fosse stata la necessità di usarla, non si sarebbe dovuta vivere come qualcosa di eccezionale: dovevano esserci persone formate, scuole e insegnanti pronti con una progettualità e una capacità di organizzazione diverse».

Molte scuole sono riuscite a farlo, molte altre no e questo si è visto da mese di aprile in poi, quando le classi sono tornate più stabilmente nelle aule. «Il tempo, soprattutto per le superiori, è stato utilizzato per verifiche e interrogazioni. Vuol dire che non si è riusciti a trovare nei mesi precedenti delle buone modalità di valutazione a distanza», spiega la professoressa Confalonieri che punta l’attenzione più sull’apprendimento che sulla valutazione.

«È educativo ed è fonte di apprendimento interrogarli su qualcosa che so già che potrebbero non sapere? Negli anni non di chiusura di ciclo, il collegio docenti poteva decidere di sapere che una classe arriva con delle competenze mancanti da gestire e recuperare nell’estate e nell’avvio dell’anno successivo e utilizzare i mesi di aprile, maggio e giugno per costruire e recuperare il gruppo classe. Questa poteva essere anche un’occasione per rivedere i metodi di valutazione».

In quest’anno la priorità poteva e doveva essere capire come stavano gli studenti oltre che concentrarsi su quello che avevano appreso. «In base alla situazione della classe», aggiunge Emanuela Confalonieri, «si poteva privilegiare l’aspetto della motivazione, il fare pace con apprendimento e conoscenza. Senza dimenticare che davvero gli insegnanti quest’anno hanno lavorato il doppio, ma c’è il rischio di trovarsi a settembre ragazzi, gli adolescenti in particolare, fortemente demotivati».

Anche nei prossimi anni, pur tornando stabilmente in classe, si vedranno ripercussioni. Quest’anno lascerà tracce sui ragazzi che dovranno ritrovarsi. «Dovranno farlo con l’aiuto della scuola che si è dimostrata un contesto di crescita e formazione fondamentale. L’essere stata a intermittenza ha fatto capire ancora di più la sua importanza per i ragazzi. Questo periodo ha ridato un ruolo alla scuola, è stata riscoperta come luogo di crescita. Ora è la scuola a dover lavorare soprattutto sul suo essere luogo sociale e relazionale perché l’apprendimento viene insieme alla socializzazione. A questo bisogna aggiungere il possibile miglior utilizzo delle tecnologie in una didattica digitale integrata».

Per questo non va contato come un anno sprecato. «Ci sono aspetti che ci devono portare a riflettere su possibili cambiamenti e innovazioni. Soprattutto gli studenti non devono percepire in insegnanti e genitori che sia stato un anno sprecato. Per loro è stato un anno di scuola, un anno di vita che dobbiamo cercare di chiudere al meglio. C’è la possibilità della bocciatura, ma va utilizzata tenendo conto di quello che è stato il percorso fatto a distanza e in presenza».

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