Seaspiracy, fermare la guerra contro l’oceano è una questione di sopravvivenza

Seaspiracy
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Seaspiracy è il nuovo documentario Netflix sulla pesca intensiva che sta facendo molto discutere. Diretto e narrato dal regista britannico Ali Tabrizi, porta lo spettatore in un viaggio a tappe dei nostri oceani, spingendoci a riflettere su quanto siano importanti squali e delfini (e non solo) per gli ecosistemi marini. Lo stesso approccio usato in Seaspiracy era stato adottato anche nel documentario del 2015 Cowspiracy, prodotto da Leonardo DiCaprio e diretto dallo stesso Kip Andersen.

Il concetto è semplice: quando si stravolgono gli equilibri di una catena alimentare, l’intero ecosistema va in tilt. E l’impatto della pesca commerciale è enorme, anche perché non bisogna dimenticare che fino all’85% dell’ossigeno che respiriamo arriva proprio dal mare.

Ali Tabrizi parte dal problema della caccia selvaggia a balene e delfini – i filmati dalla baia giapponese della morte di Taiji sono impossibili da dimenticare – per arrivare a quello dei grossi pescherecci che tirano su con le reti quantità di pesce inimmaginabili, al dramma delle reti che finiscono in mare, abbandonate, e quindi negli stomaci dei pesci più grandi.

Seaspiracy. c. Courtesy of Ali Tabrizi

Gli oceani sono in grave pericolo, come conferma il capitano Alex Cornelissen, CEO di Sea Shepherd Global, che ha co-prodotto il documentario. «Il nostro equipaggio in mare vede questa distruzione ogni giorno quando interagisce con i pescherecci. Vediamo la quantità di catture accessorie di specie che non sono sfruttabili commercialmente semplicemente uccise e rigettate nell’oceano. Vediamo squali uccisi a migliaia da tonnare che sono cosiddette “amiche dei delfini”. Vediamo delfini uccisi da molti pescatori che li considerano parassiti perché mangiano il “nostro pesce”. Vediamo le foche condividere la stessa sorte dei delfini perché sono in competizione con la nostra pesca», racconta.

Negli ultimi cinque anni il lavoro di Sea Shepherd, onlus fondata nel 1977 in Canada, si è concentrata sulla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (pesca INN). «C’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nel modo in cui guardiamo il mondo naturale, il modo in cui ci siamo separati dallo stesso ecosistema di cui facciamo parte», continua, «Questo vale in particolare per il modo in cui vediamo l’Oceano. Vi scarichiamo i nostri rifiuti perché pensiamo che sia abbastanza grande da non essere notato da nessuno. Prendiamo tutto quello che vogliamo perché pensiamo che l’oceano sia una fonte infinita di proteine».

Siamo a un punto della storia in cui dovremo fare una scelta, spiega Cornelissen, «Smettiamo di sostenere l’industria distruttiva e insostenibile che sta distruggendo il nostro oceano o continuiamo sulla strada attuale e troviamo il nostro oceano vuoto nel corso della nostra vita? Fermare la guerra contro l’oceano è una questione di sopravvivenza. È una lotta che non possiamo permetterci di perdere».