Un inno, e un’antologia, per la Light Art

Il 1879 fu un anno importante non soltanto perché vennero alla luce “I fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij o perché Pauline Koch, il 14 marzo, partorì un bambino straordinario: quell’Albert Einstein che nel corso della vita illuminò il mondo con la vastità del suo pensiero scientifico.
Quell’anno di fine Ottocento fu significativo anche per Thomas Edison che, prendendo spunto dalla lampada a incandescenza di Joseph Wilson San – con cui in seguito, dopo accese diatribe, fonderà la Edison-Swan – testerà con successo la prima lampadina ad alta resistenza a filamento sottile di carbonio, alimentata da energia elettrica. Da lì in poi altri ricercatori schiariranno le oscurità del mondo sviluppando altre fondamentali innovazioni, come quella di Williams Ramsay e Morris Travers che, circa dieci anni dopo i test di Edison, scopriranno a Londra il ‘neon’: un gas ‘nobile’, leggerissimo, che una volta acceso emette incandescenza luminosa. Seguirà, pochi anni dopo, la messa a punto di tubi fluorescenti già presenti al Gran Palais di Parigi del 1910, i quali inizieranno a comparire in città sotto forma d’insegne pubblicitarie, o di indicazioni di atelier: come, ad esempio, quella del celebre fotografo Gaspard-Félix Tournachon, conosciuto con lo pseudonimo Nadar; oppure ‘semplici’ insegne di barbieri. Una rivoluzione tecnologica, dunque, che avrà una importante ricaduta anche nel settore dell’arte. Così, gradualmente, s’inizierà a parlare di Light Art già a partire dalla metà del secolo scorso. Ma cosa è in realtà la Light Art?

Julio Le Parc, Sphere Rouge

Ebbene, per ‘fare luce’ sull’impiego di questa luminescenza artificiale nel mondo dell’arte, il suo intreccio tra estetica e indagine scientifica e tecnologica, Jacqueline Ceresoli, con il suo Light Art paradigma della modernità – uscito da poco per i tipi di Meltemi Linee, con prefazione di Giulio Giorello – da corpo ad un’interessante e capillare lavoro condotto con rigore impeccabile. Il lettore si troverà di fronte non soltanto a una analisi accurata dei concetti concernenti gli aspetti simbolici e esoterici che hanno contraddistinto il tema della luce nell’arte, ma anche, a dir poco, una ragionata storiografia di tutti i protagonisti del recente passato e dell’attualità, i quali si sono impossessati del ‘mezzo’ dirottandolo nella dimensione estetica, con esiti di indiscutibile valore sul piano poetico e della comunicazione.
“La luce” – scrive l’autrice – “mette in forma realtà e visioni epifaniche, un altro modo di immaginare il buio. È un materiale di per sé sfuggente, porzione di spettro elettromagnetico visibile all’occhio umano, indice percettivo utilizzato anche come elemento di costruzione in cui appaiono profondità altrimenti inesprimibili, un tema che ha dato luogo alla mistificazione della luce”. E ancora più avanti, rispondendo al che cosa è la Light Art, aggiunge: “È la luce nell’arte, un materiale fluido, un linguaggio contemporaneo, strumento di riflessione, pensiero, idea illuminante che materializza potenzialità esperienziali di un sentire soggettivo, che ripensa sé stessa a seconda dei contesti e coinvolge i sensi. La luce è il “corpo” dell’invisibilità, la membrana visibile del pensiero che fa “sentire”. È l’impronta dell’ombra che fa vedere luoghi diversi, sezioni e frammentazioni dello spazio col fine di mettere in discussione il processo del guardare”.

Lucio Fontana, Ambiente spaziale a luce nera, 1949

E dunque, con questo grande e luminoso affresco, Jacqueline Ceresoli inizia la sua storia partendo dai primi tentativi che gli artisti hanno compiuto con questo medium: come ad esempio quello celebre di Pablo Picasso, fotografato da Gjon Mili per LIFE nel 1940 a Vallauris, che vede il pittore spagnolo cimentarsi con una torcia a tracciare nell’aria minotauri, fiori e sagome umane in maniera convulsiva. Nello stesso anno il nostro Lucio Fontana, in anticipo sui tempi, lo si vedrà già impegnato nell’utilizzo della luce di Wood per creare Ambiente spaziale a luce nera. Tra i più innovativi, affascinato dagli intrecci ottico-cinetici, si distingue Julio Le Parc, fondatore del gruppo GRAV nel 1959. Così, man mano che il lettore si addentra nel saggio, il florilegio degli artisti decantati da Jacqueline Ceresoli emerge sempre con più chiarezza, seguendo lo sviluppo delle tematiche dei protagonisti: ad esempio lo spazio elastico di Gianni Colombo del 1967 o le intuizioni geniali del movimento Light and Space di Los Angeles, con due teste di serie come Robert Irvin e James Turrell; quest’ultimo tutt’ora impegnato nella maestosa opera del Roden Crater, “un tempio di luce” – sottolinea Ceresoli – “ricavato dalla progressiva trasformazione di un vulcano spento, nel deserto dell’Arizona, in un osservatorio del cielo, attraverso la costruzione all’interno del cratere di ambienti con aperture circolari gettanti verso l’esterno”.

Gianni Colombo, Spazio Elastico, 1967

Il numero degli apostoli della luce è grande e nominarli tutti, data l’esiguità dello spazio, è naturalmente impossibile. Basti ricordare le opere di pura energia luminosa di Dan Flavin, il suo Monument for V. Tatlin, cominciata nel 1965 e ultimata nel 1982; o i neon electrical di Joseph Kosuth con le sue tautologie; il The Weather Project (2003-2004) ideato dal danese Olafur Eliasson per la Turbine Hall della Tate Modern Gallery di Londra; i film di luce solida verticali di Anthony McCall esposti al Pirelli Hangar Bicocca di Milano. E per rimanere dalle nostre parti è impossibile non menzionare le importanti ricerche di Paolo Scirpa, Maurizio Nannucci, Federica Marangoni, Massimo Uberti, Alberto Garutti con il suo To those born today; l’Arpa di luce di Giampietro Grosso e Pietro Pirelli o le Meduse di Maria Cristiana Fioretti, L’albero della luce di Antonio Barrese.

Massimo Uberti, Sforzinda, ph. Paolo Bernini

Per ultimo non dimentichiamo di dire che nel volume compare una interessante antologia di articoli selezionati dalla rivista LUCE e che la luminescenza nell’arte ha anche i suoi templi, i suoi musei o istituzioni. Si pensi alla Targhetti Light art Collection della Fondazione La Sfacciata di Firenze, al Centre for International Light art nell’antico birrificio di Unna, nella Renania settentrionale o al Museo della Tecnica Elettrica dell’Università di Pavia.
Un inno alla luce, potremmo definire questo interessante saggio. Un inno alla luce che – come sostiene Vittorio Storaro nell’intervista riportata nell’antologia – “è uno degli aspetti più importanti della nostra vita. È la nostra vita!… Quel qualcosa che vorrebbe dar risposta alle famose tre domande: Chi siamo? Dove andiamo? Donde veniamo?”

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