Questo articolo è pubblicato sul numero 4 di Vanity Fair in edicola fino al 26 gennaio 2021

James Redford, regista di documentari e noto per il suo impegno come ambientalista, è seduto a due metri di distanza e, come me, ha la mascherina. Vedendo solo i suoi occhi, mi rendo conto dell’incredibile somiglianza con quelli di suo padre – i celebri occhi blu di Robert Redford, l’amatissimo attore, famoso anche come regista, produttore e ambientalista.

Siamo sulla terrazza della sua casa nella Bay Area, con vista sulla baia di San Francisco, che questa sera è una lastra di metallo grigio sotto un cielo arancione appena visibile dietro la cortina di fumo degli incendi che stanno bruciando in tutta la California. Guardando il colore sinistro del cielo, Jamie dice: «Eccolo qui, il cambiamento climatico. Ce l’abbiamo davanti agli occhi, lo sentiamo nei polmoni. Se questo non riesce a persuadere gli scettici che il problema è reale – incendi, siccità, caldo da record – nulla li convincerà». Per Jamie, che ha dedicato tutta la vita a combattere per l’ambiente e la giustizia sociale, negare il cambiamento climatico è un affronto personale. Gli chiedo se è stanco, se è scoraggiato al punto da gettare la spugna. Diventa serissimo. «Gettare la spugna non è un’opzione», dice. «Stiamo lasciando ai nostri figli una realtà post cambiamento climatico. Questa è l’epoca dell’uomo: il futuro è nelle nostre mani, soltanto nostre». Jamie parla con la consueta passione, ma in questo momento non sto pensando al futuro del pianeta. Sto cercando di darmi un contegno, perché Jamie, la persona più viva che conosco, sta morendo.
Questa non è la storia che avevo in mente di scrivere sui Redford. Volevo esplorare la loro relazione e gli sforzi prodigiosi che hanno fatto nel corso degli anni per sensibilizzare il pubblico sul cambiamento climatico.
La storia di Robert Redford è nota – rimane uno dei più grandi attori e registi della nostra epoca, «eroe dell’ambiente» secondo il Time –, è stato premiato dalle Nazioni Unite, da Nature Conservancy e dalla National Audubon Society. Nel 2016, Barack Obama l’ha insignito della «U.S. Presidential Medal of Freedom».
Anche Jamie è regista, ma si è specializzato in documentari. In più di dieci film ha fatto luce su temi da sempre stigmatizzati, come la dislessia e il trapianto di organi, ha spiegato l’utilizzo dell’energia rinnovabile per mitigare gli effetti del cambiamento climatico, ha esposto gli illeciti delle multinazionali che hanno portato all’inquinamento ambientale e ha esplorato l’impatto neuropsicologico di abuso, negligenza, povertà, tensioni in famiglia e altri traumi sui bambini. Con suo padre ha fondato il Redford Center per creare e sostenere «una narrazione consapevole dell’ambiente» e «ispirare una nuova generazione di attivisti ambientali», come mi spiega Jamie.

Era questa la storia che volevo scrivere – gli sforzi di padre e figlio per salvare il pianeta e i suoi abitanti –, ma spesso i piani vengono travolti dalla vita, come è successo ai Redford due anni fa in Spagna.
Nel giugno 2018, Jamie era in Tunisia per presentare Happening: A Clean Energy Revolution, un documentario sui risvolti economici dell’energia alternativa. Da lì era an- dato in Spagna per raggiungere la famiglia – la moglie Kyle e i figli Dylan e Lena – e godersi una vacanza. Ma Jamie era stato male, e la debolezza l’aveva costretto a rimanere in albergo mentre la famiglia faceva alcune escursioni.
David James Redford era nato a New York City, terzo figlio di Lola Van Wagenen, storica dell’arte, e Robert Redford, che nel 1962, l’anno della nascita di Jamie, era apparso in televisione in un episodio di Twilight Zone. James aveva sette anni nel 1969, quando Robert era stato coprotagonista con Paul Newman di Butch Cassidy, il film che l’aveva consacrato come stella del cinema. Nei dieci anni successivi Jamie era andato spesso a trovare suo padre mentre girava. Un giorno, sul set di A piedi nudi nel parco, era corso dalla madre tutto agitato urlando: «Mamma! Perché papà sta baciando Jane Fonda?».

Stiamo lasciando ai nostri figli una realtà post cambiamento climatico. Il futuro è nelle nostre mani, soltanto nostre

Lola era originaria di Salt Lake City, Utah, e nel 1961 aveva portato Robert in un resort sciistico semi abbandonato su Mount Timpanogos, dove andava da piccola. Robert si era innamorato delle montagne e aveva comprato due acri di terreno dove aveva costruito in mezzo al nulla una baita semplice, a forma di A. Quando aveva saputo che i proprietari del resort stavano per venderlo a un imprenditore edile, Robert decise di comprarlo. Negli anni successivi aveva acquistato migliaia di acri contigui e ribattezzato la zona Sundance. Fece ristrutturare il resort e aggiungere un ristorante e un centro conferenze dove si riunivano ambientalisti, climatologi, artisti, poeti e scrittori. Qui sono stati concepiti e sviluppati il Sundance Film Festival, il Sundance Channel (oggi Sundance Tv) e il Sundance Institute. Sundance era una fuga dalla frenesia di New York e di Hollywood, frenesia che aumentava di pari passo con la fama di Robert: «Per papà, era un momento per schiarirsi le idee», spiega Jamie. La famiglia ci tornava ogni anno. Robert e Lola volevano che i loro figli sperimentassero il «vero mondo», lontani dalle atmosfere rarefatte dell’Upper East Side, anche perché si erano impegnati a proteggerli dalla fama di Robert. Jamie ricorda lo shock culturale di quando erano passati da «portieri e limousine ad arrancare nella neve per raggiungere la baita gelida in mezzo al nulla». Jamie mi racconta che in quegli anni aveva ereditato dal padre la passione per raccontare storie, ed era convinto che quel talento potesse mettere in moto grandi trasformazioni sociali e personali.

Alle medie, Jamie aveva provato a recitare, una vol ta si era vestito da donna per un ruolo nei Racconti di Canterbury. Quando gli era caduta la parrucca durante lo spettacolo, aveva deciso di lasciare la recitazione e si era concentrato sulla scrittura. Alle superiori aveva scritto racconti di fantascienza e alla University of Colorado a Boulder, dove si era laureato in Cinema e Lettere, si era concentrato sulla scrittura creativa. Dopodiché aveva cominciato a scrivere sceneggiature per il cinema e la tv.
La sua coscienza politica si era formata grazie a entrambi i genitori. Lola ripeteva sempre che il privilegio della loro famiglia presupponeva la «responsabilità di aiutare i meno fortunati». Per tutta la vita Robert è stato un modello di impegno e attivismo, sia per l’ambiente sia per la giustizia sociale. «Oggi sembra che ogni celebrità abbia una causa del cuore», dice Jamie, «ma quando papà era giovane le star del cinema venivano dissuase dal prendere posizioni politiche o controverse, per non pestare i piedi a nessuno. Era un’epoca in cui gli attori gay si sposavano in modo che nessuno sospettasse e i “comunisti” a Hollywood finivano sulla lista nera. Papà ignorava i consigli di agenti e manager, che lo pregavano di non esporsi; anzi, le minacce e gli inviti lo rendevano ancora più determinato». Faceva pressioni sui politici, organizzava conferenze con esperti di clima e ambiente, protestava contro le multinazionali che distruggono la natura. Jamie aveva conosciuto Kyle Smith alla University of Colorado, al primo anno. Si erano sposati nel 1988 e si erano trasferiti a Denver, dove lei insegnava. Il loro primo figlio, Dylan, era nato nel 1991. Quell’anno, Jamie aveva contratto la colangite sclerosante primitiva, una malattia rara che colpisce i dotti biliari e danneggia il fegato. Secondo i medici poteva essere letale e in uno stadio più avanzato l’unica cura sarebbe stata il trapianto, quindi era solo una questione di tempo. «In quegli anni abbiamo fatto del nostro meglio per dimenticarci quanto fosse malato Jamie», dice Kyle. «L’obiettivo era che vivesse il più a lungo possibile prima di aver bisogno del trapianto, nella speranza che con il tempo la procedura diventasse più sicura e avesse maggiori probabilità di successo». Ja- mie aggiunge: «Messo di fronte all’idea di morire giovane, volevo solo una cosa: vivere abbastanza a lungo perché Dylan mi conoscesse». Tre anni dopo, il fegato di Jamie smise di funzionare e lui dovette essere operato subito, ma la procedura non funzionò. Quattro mesi dopo, il secondo trapianto gli salvò la vita.
Nel 1996 nacque Lena. Quando la bambina aveva due anni e Dylan sette, si erano trasferiti a Fairfax, in California, dove Kyle insegnava alle medie. Nel corso degli anni Jamie stava spesso male, per via delle complicazioni segui- te al trapianto, ma cercava di nasconderlo; non voleva che la malattia definisse la sua vita. Dopo il trapianto, Jamie rifletteva molto sul fatto di essere vivo perché qualcun altro era morto, e in un periodo di lutto particolarmente difficile, decise, insieme a sua moglie, di donare gli organi. «A quell’epoca il trapianto di organi era incompreso, stigmatizzato», dice Jamie. «In tv, nei film, c’erano sempre immagini negative. Nelle commedie si vedeva l’organo da trapiantare che sfrecciava per i corridoi dell’ospedale, mentre nei film dell’orrore c’era sempre qualcuno che si addormentava e al risveglio non aveva più il cuore o il fegato, che erano stati prelevati da uno scienziato pazzo». Per contribuire a «eliminare questo pregiudizio», Jamie aveva fondato il James Redford Institute for Transplant Awareness e girato il suo primo documentario. «A quel tempo le pubblicità mostravano l’immagine di un bambino con l’itterizia, e il messaggio era: come puoi rifiutarti di donargli il fegato?». Jamie era convinto che un approccio negativo portasse il pubblico a «voltare le spalle». Il suo film voleva dimostrare che donare organi era un atto di straordinaria generosità.
Quando il documentario The Kindness of Strangers è andato su Hbo, Jamie ha ricevuto una valanga di lettere di persone che lo ringraziavano perché il film le aveva spinte a donare gli organi. Jamie aveva «avuto la prova che i documentari possono contribuire a salvare vite». L’estate volge al termine. Jamie, Kyle e io siamo seduti nel giardino sul retro della loro casa di Fairfax ai lati op- posti di un lungo tavolo. Ignorando intenzionalmente la sua salute – è un’ottima distrazione, dice Jamie –, parliamo dei suoi altri film. Dopo The Kindness of Strangers ha girato un altro documentario ispirandosi a un’esperienza personale. Quando Dylan aveva cominciato ad andare a scuola, si era dimostrato subito eccezionalmente creativo e intelligente, ma aveva grossi problemi nella lettura e nella matematica. Dopo vari test gli era stata diagnosticata la dislessia. A quei tempi non se ne sapeva molto, e i bambini dislessici erano stigmatizzati. «Molti si convincevano di non essere intelligenti, di non poter imparare nulla, ed era una sensazione che in molti casi li accompagnava per tutta la vita. Pensavano che il loro futuro fosse segnato». Studiando la dislessia, Kyle aveva iniziato a lavorare per il Yale Center for Dyslexia & Creativity dove ha incontrato Karen Pritzker, cofondatrice del centro, donna d’affari coinvolta in varie attività filantropiche e con un’esperienza diretta, essendo madre di dislessici. Kyle aveva convinto Jamie a collaborare con Pritzker a un documentario che affrontasse «le paure immotivate dei genitori dei bambini dislessici e i pregiudizi sociali nei confronti del disturbo». Nel film, The Big Picture, Jamie spiega gli aspet- ti neurobiologici della dislessia, e racconta le storie di chi ne soffre – oltre a Dylan, Sir Richard Branson e Charles Schwab –, dimostrando che si può vivere bene nonostante il cervello elabori le informazioni in modo diverso, e spesso proprio grazie a quello. «Nel film abbiamo cercato di dimostrare che i bambini dislessici pensano in modo non convenzionale», spiega Jamie.

Posso farmi prendere dallo sconforto all’idea di morire, oppure pensare al dono che ho avuto: vedere i miei figli crescere

Il film mostra come Dylan fosse passato dalla convinzione di non riuscire a studiare, a diplomarsi al prestigioso Middlebury College, e a diventare un regista di successo. «Il punto è che la dislessia è una specie di superpotere, ma molte persone che ne soffrono e le loro famiglie sono convinte che limiti il loro talento e le prospettive per il futuro», mi spiega Jamie. Il sole sta tramontando. Prima di andarmene, gli chiedo se è gratificante sentire le storie dell’impatto che ha avuto il documentario, e lui risponde: «Per questo mi piace fare i documentari, anche se sono molto complessi da girare. Qualunque cosa si voglia creare, è importante definire il metro del successo che vuoi avere. Recuperare i soldi investiti? Ottenere delle buone recensioni? Per me è avere un impatto positivo sulla vita delle persone».Quando i Redford avevano anticipato il ritorno dalla Spagna perché Jamie stava male, gli esami a cui si era sottoposto per settimane avevano rivelato che il fegato che l’aveva tenuto in vita per quasi trent’anni era infetto e in gravi condizioni. Era tornato al punto in cui era a 29 anni: aveva bisogno di un altro trapianto. Era stato messo in lista d’attesa per un organo disponibile, ma un esame di routine e la successiva biopsia avevano individuato un tumore ai dotti biliari. Prima del trapianto bisognava affrontare il tumore. Jamie aveva iniziato la chemioterapia, ma il suo corpo non reggeva le cure, e aveva sopportato invano mesi di infezioni, febbre alta, antibiotici per endovena, trasfusioni, radioterapia. In luglio, il medico che lo seguiva lo aveva convocato insieme a Kyle per informarli che avevano esaurito le opzioni di terapia standard e potevano tentare con le cure sperimentali, ma le possibilità erano comunque scarse. Jamie disse che ne aveva avuto abbastanza. Invece di trascorrere il resto della vita a inseguire terapie che probabilmente non avrebbero funzionato, decise di vivere al meglio il tempo che gli rimaneva.

Robert Redford con i figli James e Shauna, oggi 60 anni, nel 1966 a Central Park, New York.

Vado a trovarlo il giorno dopo che ha preso quella decisione. Ci sediamo sotto un melo, e Jamie sta bevendo una Coca-Cola, che è «uno dei pochi vantaggi di essere malati: mi è concesso indulgere. A questo punto le vitamine non farebbero un granché», dice, e ridiamo entrambi. Le battute macabre stanno sostituendo sempre più di frequente il suo solito senso dell’umorismo. Tutti quelli che lo conoscono adorano la sua risata contagiosa. Ma ora è diversa e spesso si affievolisce in una contemplazione silenziosa. «Meglio farsi una risata quando si può», dice, «anche se piangere sarebbe più appropriato. La gente dice che è un modo di negare la realtà, ma forse negare va bene. Preferisco identificarmi con i vivi». Proprio in quel momento, come se fosse parte di una coreografia, una magnifica ghiandaia dalle piume azzurre e nere si posa sull’albero davanti a noi. Gli occhi di James si animano subito. «Sai», mi dice, «della morte non c’è molto da dire, però ho visto migliaia di volatili in vita mia, ma mai come li vedo adesso. E non solo loro. Vedo ogni singola cosa». Sono colpito da quello che vedo sul viso di Jamie: certo, è quello che ho sempre visto ma non lo avevo identificato finché non ho letto una frase di suo padre. Nella biografia di Callan, Redford parla dell’essere genitore. «Amo tutti i miei figli in modo uguale», scriveva, «ma Jamie mi ha fatto fare grandi passi avanti. Gli scrivo sempre quando sono angosciato, gli racconto i miei problemi e lui mi mostra la via. Il suo viaggio interiore l’ha portato molto più lontano di tutti noi, ha visto più buio e più luce». Mi vengono i brividi quando leggo le parole di suo padre, che Jamie adorava, e che spiegano quello che ho provato per Jamie in modo intuitivo da quando l’ho conosciuto. Guardo il mio amico. È debole ma c’è una forza quasi feroce in lui. Si sta spegnendo ma è luminoso. È impaurito ma coraggioso. Sta morendo ma persino ora è più lucido di quanto molte persone non saranno mai. Passa un’altra settimana, e poi un’altra ancora. Quando Kyle mi dà la notizia, che purtroppo ci aspettavamo, sono sconvolto, ovviamente, e incredulo. Penso all’ultima volta che l’ho visto. Aveva un’energia incredibile. Eravamo seduti in giardino. Jamie si era ricordato che quasi 30 anni prima, quando era molto malato, i medici gli avevano detto che avrebbe avuto bisogno di un trapianto di fegato. In mezzo alla paura di quel momento, Jamie aveva detto: «C’era una cosa che sapevo: volevo vivere abbastanza a lungo perché Dylan mi conoscesse». E così è stato: sia Dylan sia Lena lo hanno conosciuto. Dylan ha 30 anni, Lena 24. Lei e Dylan stanno collaborando alla sceneggiatura di un film. E proprio allora, in quel preciso istante, la ghiandaia era tornata. Si era appollaiata sull’albero sopra di noi. Dopo averla osservata con lo stupore di un bambino, Jamie mi aveva detto: «Posso farmi prendere dallo sconforto all’idea di morire, oppure pensare al dono che ho avuto: vedere i miei figli crescere. Non potrei essere più orgoglioso. Mi dà una gioia infinita. E guarda Kyle». Pronunciando il suo nome, gli era venuto da piangere. «Come potevo essere più fortunato?». Si era ricomposto e aveva detto: «Potrei essere furioso, amareggiato. Ma no, non è quello che mi rimane. Mi rimane la gratitudine».

Nella foto in alto, di Alan Silfen, James Redford (5 maggio 1962 – 16 ottobre 2020), regista di documentari e attivista ambientale con il padre, l’attore Robert Redford, 84 anni.


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